Il Ragusa resta in Serie D, ma perde lo stile: quando la salvezza diventa vendetta social

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RAGUSA, 11 Maggio 2026 – Il verdetto del campo, alla fine, ha sorriso agli azzurri. Il Ragusa conquista la salvezza in Serie D, mantenendo la categoria al termine di una battaglia sportiva contro il Messina che ha tenuto l’intera città con il fiato sospeso fino all’ultimo secondo dei supplementari. Una sofferenza infinita, culminata in un sospiro di sollievo che avrebbe dovuto trasformarsi in un abbraccio collettivo.

E invece, la festa è stata rovinata da un gesto che nulla ha a che fare con i valori dello sport e con la signorilità che da sempre contraddistingue la comunità ragusana.

Bisogna essere onesti: la salvezza è arrivata per il rotto della cuffia. Fino all’ultimo respiro, il Messina ha sfiorato quel gol che avrebbe significato retrocessione e il fallimento di una stagione già di per sé complicata. Proprio per questo, il fischio finale doveva essere il momento della pacificazione. Il momento in cui mettere da parte i veleni, gli errori di gestione e le incomprensioni per ricominciare da una base comune: l’amore per la maglia.

La società, invece, ha scelto la via della rivalsa, trasformando il traguardo raggiunto in una “resa dei conti” pubblica che ha lasciato l’opinione pubblica interdetta.

Invece di celebrare con sobrietà, alcuni esponenti della società hanno esibito delle magliette che riportavano sul retro i post social dei tifosi contestatori. Quei commenti amari, scritti nei mesi più bui della stagione quando i risultati non arrivavano e la confusione regnava sovrana, sono stati usati come armi per una vendetta postuma.

Un gesto che trasuda immaturità. Togliersi i sassolini dalle scarpe nel momento della vittoria non è segno di forza, ma di una profonda incapacità di comprendere il ruolo sociale di una squadra di calcio. Mettere alla berlina i propri sostenitori — che, seppur con toni accesi, esprimono una passione — significa ferire a morte il legame tra città e club.

È impossibile non rintracciare in questo episodio una dinamica psicologica già vista nella storia siciliana: quel bisogno di sbeffeggiare l’avversario o il critico nel momento del potere ritrovato. Il pensiero corre inevitabilmente ai celebri cannoli di Totò Cuffaro: un gesto di sfida che trasformò un momento istituzionale in una caduta di stile imperdonabile.

Oggi, i commenti indignati dei ragusani si moltiplicano. La città si chiede come sia stato possibile autorizzare un’idea simile. Perché trasformare la gioia per una salvezza faticosa in un attacco frontale a chi ha vissuto la stagione con il cuore in gola?

A questo punto, il silenzio non è più un’opzione. La società dovrebbe avere il coraggio di prendere le distanze da chi ha ideato questa “trovata” infelice, assumendosi la responsabilità di un errore di comunicazione senza precedenti.

Ma la palla passa anche all’amministrazione comunale. Il Sindaco e l’Assessore allo Sport, che rappresentano i valori di una Ragusa misurata ed elegante, possono restare in silenzio di fronte a questa “lista di proscrizione” esibita come un trofeo? Ignorare l’accaduto significherebbe avallare un clima di scontro che la città non merita.

Il Ragusa si è salvato sul campo, ma è retrocesso nello stile. Una giornata che poteva segnare la rinascita di un rapporto è stata macchiata da un gesto indegno, che ci allontana anni luce dalla cultura sportiva moderna e ci trascina verso dinamiche di basso profilo che non appartengono al DNA di questa città.

Il Ragusa resta in Serie D, è vero. Ma oggi, purtroppo, non tutti hanno dimostrato di essere all’altezza della categoria conquistata.

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