Droga in carcere a Ragusa: «Sono stata usata». Il caso della donna che portò hashish nelle ciabatte

Davanti al Collegio Penale il racconto in lacrime dell'imputata. L'ex compagno, oggi libero, si assume la colpa: «Lei non sapeva nulla, la sostanza era per me e i miei compagni di cella»
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RAGUSA, 14 Febbraio 2026  – Una busta con un pigiama e un paio di ciabatte, un favore richiesto dall’ex compagno detenuto e un controllo di routine che trasforma un gesto di cortesia in un incubo giudiziario. È approdata davanti al Collegio penale di Ragusa (composto dai giudici Ignaccolo, Rabini e Di Sano) la complessa vicenda di una donna accusata di aver introdotto sostanze stupefacenti all’interno della struttura carceraria.

I fatti risalgono al 4 aprile 2023. Secondo quanto ricostruito in aula, la donna si sarebbe recata in un bar per ritirare degli indumenti destinati all’allora compagno, rinchiuso in istituto. Durante le verifiche della Polizia Penitenziaria, tuttavia, l’ispezione delle calzature ha dato esito positivo: all’interno delle ciabatte erano occultati circa venti grammi di hashish.

La sostanza venne immediatamente sequestrata, facendo scattare per la donna l’accusa di detenzione e introduzione di droga in carcere.

In aula, la donna è scoppiata in lacrime, proclamando con forza la propria innocenza. «Sono stata usata, sfruttata. Non sapevo nulla di quello che c’era in quella busta», ha ribadito davanti ai giudici. La tesi della difesa, sostenuta dall’avvocato Girolamo Conti, punta tutto sull’assoluta buona fede dell’imputata, che avrebbe agito ignorando il contenuto illecito del pacco.

A dare forza alla versione della donna è stata la deposizione dell’ex compagno, oggi tornato in libertà. L’uomo si è assunto la piena responsabilità del piano, confermando che la donna era totalmente all’oscuro della presenza dello stupefacente.
La droga era destinata al consumo personale e dei compagni di cella. Il pacco gli era stato consegnato dalla moglie di un altro detenuto. Dopo il sequestro, aveva cercato di scusarsi con la donna e la sua famiglia. Proprio queste scuse, inviate tramite un cellulare detenuto illegalmente in cella, hanno complicato ulteriormente il quadro: la donna, sentendosi incastrata, aveva, infatti, denunciato l’uomo, dando vita a un secondo procedimento penale a carico di quest’ultimo per il possesso del telefonino.

L’avvocato Conti ha depositato documentazione tecnica e probatoria per sostenere l’estraneità ai fatti della sua assistita. Il Collegio, dopo aver disposto l’acquisizione degli atti, ha rinviato la discussione. Per la sentenza definitiva bisognerà attendere ancora alcuni mesi, quando i giudici scioglieranno il nodo sulla reale consapevolezza della donna.

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