Dalla bandiera rossa a quella verde: la resa morale della sinistra occidentale..l’opinione di Rita Faletti

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Il Giorno della Memoria nasce come argine morale, come monito permanente contro l’abisso in cui può sprofondare la civiltà quando l’odio diventa sistema e lo sterminio si fa progetto politico. È il giorno in cui l’Europa guarda in faccia la propria storia e riconosce la Shoah come il punto più basso della modernità. Eppure, proprio oggi, questo significato viene sempre più spesso svuotato, ridimensionato, relativizzato. Da una parte si assiste al tentativo, neppure troppo velato, di trasformare il Giorno della Memoria in uno strumento accusatorio contro l’Occidente stesso, ridotto a una sorta di eterno imputato, condannato a un senso di colpa senza possibilità di redenzione. Dall’altra, emerge una narrazione che ribalta i ruoli: il popolo ebraico, vittima storica del più grande genocidio del Novecento, viene progressivamente descritto come colpevole collettivo, soprattutto dopo il 7 ottobre, quando Israele è stato trascinato nel banco degli accusati come “genocida” nella guerra contro Hamas a Gaza. In questo rovesciamento semantico e morale si intravede una mutazione profonda di una parte delle sinistre occidentali. Un tempo eredi di una tradizione che si richiamava alla bandiera rossa, al socialismo dei diritti, alla difesa degli oppressi senza distinzione di razza o religione, oggi sembrano aver sostituito quel simbolo con la bandiera verde dell’Islam politico. Una bandiera elevata a emblema di una presunta “rivoluzione globale” contro il razzismo e l’imperialismo occidentale, ma che troppo spesso coincide, nei fatti, con la legittimazione di movimenti e regimi intrinsecamente repressivi, teocratici e violenti. Questa metamorfosi ideologica produce conseguenze evidenti. La prima è l’indifferenza quasi totale verso ciò che accade in Iran, dove migliaia di uomini e donne vengono incarcerati, torturati, uccisi per aver osato chiedere libertà, dignità, diritti elementari. Una tragedia che fatica a suscitare indignazione nelle piazze occidentali, mentre si moltiplicano invece le manifestazioni che, in nome di una solidarietà selettiva, finiscono per assolvere o minimizzare il ruolo di regimi che hanno fatto della repressione e del terrore la propria ragion d’essere. Dal 1979, dalla Rivoluzione islamica in poi, il progetto politico del regime iraniano è stato esplicito: esportare il fondamentalismo, delegittimare Israele, lavorare alla sua distruzione e costruire un’area di influenza ideologica e militare fondata sull’odio verso l’Occidente. Un progetto che salda elementi del fanatismo religioso con una visione totalitaria del potere, in cui si mescolano suggestioni del nazismo hitleriano e del marxismo-leninismo più dogmatico: un’alleanza perversa tra culto della morte, annientamento del nemico e mobilitazione permanente delle masse. In questo scenario, negare a Israele il ruolo di ultimo baluardo di democrazia e libertà dell’Occidente in Medio Oriente significa compiere una scelta politica precisa. Israele, con tutte le sue contraddizioni e i suoi problemi, resta l’unico Stato dell’area in cui esistono elezioni pluraliste, libertà di stampa, diritti civili, una magistratura indipendente, una società aperta e conflittuale. Equipararlo ai regimi teocratici o alle organizzazioni terroristiche non è critica legittima: è mistificazione. Il punto più inquietante è che questa deriva si accompagna a una rimozione progressiva della lezione storica del Novecento. Se tutto diventa “genocidio”, nulla lo è più davvero. Se ogni conflitto viene sovrapposto alla Shoah, la Shoah stessa perde la sua unicità e la sua forza morale. Ed è proprio questo il risultato più grave: non solo l’erosione del Giorno della Memoria, ma la sua trasformazione in un contenitore vuoto, piegato alle esigenze dell’attivismo ideologico del presente. In conclusione, la sinistra che per decenni si è identificata con la difesa della libertà, dell’uguaglianza e dei diritti universali sembra oggi flirtare sempre più apertamente con una visione che tollera, giustifica o minimizza razzismo, antisemitismo e autoritarismo, purché rivestiti di una retorica “anti-occidentale”. È una parabola paradossale e tragica: nel tentativo di combattere il fascismo immaginario, si finisce per legittimare nuove forme di fascismo reale. Il Giorno della Memoria dovrebbe servire a ricordarci dove porta l’odio ideologico. Se smette di farlo, non è solo una ricorrenza a essere svuotata. È la nostra stessa coscienza storica a essere in pericolo.

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