Anna Politkovskaja, la verità e il coraggio di ascoltare…di Rita Faletti

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Alle 15.30 di oggi, alla Dissensio Arena, si è svolto l’incontro pubblico “Una madre”, ripreso dal titolo del libro in cui l’autrice, Vera Politkovskaja, racconta la donna e la madre dietro la figura della giornalista coraggiosa diventata l’emblema della sfida al potere per aver testimoniato la verità e per essere stata assassinata, proprio per questo, nel 2006. A Vera Politkovskaja è stato inoltre conferito dal presidente di Pordenonelegge, Michelangelo Agrusti, alla presenza del sindaco di Pordenone Alessandro Basso, il riconoscimento di “Ambassador Freedom”, per il suo impegno nel testimoniare la libertà e la verità. L’opera è stata introdotta da Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, che, attraverso alcune domande, ha fatto emergere aspetti inediti legati alla dimensione privata e alla personalità di Anna Politkovskaja. Vera ha cominciato dalla situazione della Russia, esprimendo un pessimismo molto netto sul presente e sull’immediato futuro del Paese. «Non c’è niente in cui sperare», ha detto senza enfasi e con voce ferma. «La situazione era così ieri, è così oggi e così sarà domani». È sembrato di scorgere, stagliata sullo sfondo del Cremlino, la spaventosa architettura della porta dantesca all’ingresso dell’Inferno: «Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate». Una frase che vale per l’eternità. Chi entra nell’Inferno sa che non uscirà. La Russia autocratica è stata descritta come uno Stato immobile, governato dalla paura, una macchina dalle sembianze di un Moloch geopolitico che esige il sacrificio del suo popolo — i dissidenti, i giovani mandati al fronte — per sopravvivere. Poi, forse avvertendo lo sconforto intorno, Vera ha aperto uno spiraglio alla speranza: «La Russia non è incompatibile con la democrazia, ma solo attraverso un percorso molto lungo, forse di decenni, condizionato da chi governerà il Paese e dalle politiche adottate». Ma è la paura, inculcata nel popolo e usata come strumento politico e arma di sottomissione, a soffocare il desiderio di libertà. È la paura che oppone la maggioranza silente alla minoranza resistente, come fu sua madre, isolata, infangata e delegittimata, quando non eliminata, ovunque si trovi. È un meccanismo condiviso dalle autocrazie, che lavorano in sintonia e consumano la vittima un pezzo alla volta. Nella Federazione russa non esiste oggi un vero spazio per un’opposizione politica organizzata. Non è un fenomeno improvviso, ma il risultato di una politica del potere sviluppatasi nel Paese da oltre vent’anni, a partire dall’arrivo di Vladimir Putin. E qui arriva il riferimento alla guerra in Ucraina. Vera Politkovskaja ha indicato gli attacchi contro Kiev e contro obiettivi civili, scuole, donne e bambini, come esempi di ciò che, a suo giudizio, dimostra la natura del potere russo e delle decisioni assunte dalla sua leadership. Nel corso del dialogo, condotto con passione da Picierno, il confronto è stato intenso, segnato da riflessioni profonde sul significato della libertà: non un principio astratto né una parola da evocare soltanto nelle celebrazioni ufficiali, ma l’essenza stessa del vivere quotidiano, nel fare scelte, nel difendere i diritti umani, nella partecipazione democratica. Valori per i quali Anna Politkovskaja ha combattuto e dei quali aveva parlato, lamentandosi di non essere ascoltata. Eppure il suo lavoro era disponibile e leggibile. Il grande pubblico russo, però, non la conosceva: non era affatto una giornalista popolare. Ed è proprio qui che torna centrale il mestiere del giornalista, la sua responsabilità e, prima ancora, la sua onestà. Un giornalista deve osservare, verificare, mettere in discussione, cercare le voci che non arrivano ai palazzi del potere e avere il coraggio di raccontare ciò che vede, anche quando nessuno vuole ascoltarlo. È questa una delle lezioni lasciate da Anna Politkovskaja: la verità non diventa meno vera perché viene ignorata. Parlando della Russia di oggi, Vera ha invitato a non credere alla propaganda, soprattutto in tempo di guerra. E allora assume un significato particolare la risposta alla domanda di Picierno: «Cosa consigli oggi a noi?». Osservare, guardare, credere a chi ci è vicino. È un riferimento evidente anche alla vicenda della madre. Anna aveva visto, ascoltato, raccolto testimonianze e scritto ciò che stava accadendo nella Russia che conosceva da vicino. Ma troppo spesso non era stata ascoltata. Forse è questo il monito più forte dell’incontro: non basta avere davanti agli occhi la realtà, bisogna essere disposti a riconoscerla. E non basta che qualcuno dica la verità: occorre anche qualcuno disposto ad ascoltarla. «Guardare, osservare, credere a chi ti è vicino»: nella semplicità di queste parole c’è il lascito più umano di una madre e di una figlia, ma anche una lezione per il giornalismo e per tutti noi: non voltarsi dall’altra parte e non considerare mai la libertà un bene acquisito una volta per tutte.

 

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