
Ci voleva Sigfrido Ranucci perché Marco Travaglio scoprisse il fascino discreto del garantismo. Quello serio, nobile, rigoroso, naturalmente: attenersi ai fatti, non confondere frequentazioni e responsabilità, non trasformare sospetti in sentenze, non infangare qualcuno sulla base di ciò che ancora non è stato provato. Principi sacrosanti. Peccato che a molti dei protagonisti finiti negli anni sotto il microscopio di Report sarebbero tornati assai utili. Nel caso Ranucci-Lavitola, Travaglio insiste giustamente sui «pochissimi fatti finora accertati». Ranucci è vittima dell’attentato e, allo stato degli atti, nulla prova che conoscesse il progetto attribuito a Lavitola. Corretto. È esattamente ciò che il buon giornalismo dovrebbe fare: distinguere fatti, ipotesi e responsabilità personali. Sarebbe interessante chiedere che cosa ne pensa Stefano Esposito. L’ex senatore Pd fu tra i protagonisti di una puntata di Report del 2019. Nel racconto comparivano l’amicizia strettissima con l’imprenditore Giulio Muttoni, un’interdittiva antimafia riguardante una società, biglietti, appalti, favori, un’indagine per corruzione e traffico di influenze. Nessuno pronunciava una sentenza di colpevolezza. Non serviva. Bastava mettere i tasselli uno accanto all’altro. Poi arrivò la giustizia vera. La Corte costituzionale dichiarò inutilizzabile la mole di intercettazioni effettuate quando Esposito era parlamentare senza la necessaria autorizzazione. La Procura di Roma chiese e ottenne l’archiviazione dell’intera posizione. Sette anni da indagato per reati infamanti, nessun processo. Il punto non è che Report avesse inventato l’indagine, non è così. Il punto è quanta prudenza abbia accompagnato il racconto televisivo e quanta parte abbia avuto invece quella tecnica assai efficace che consiste nell’accostare fatti veri, conoscenze vere e sospetti veri fino a produrre nello spettatore una conclusione che nessuno pronuncia esplicitamente, ma che lo spettatore è portato a formulare. Poi c’è il gigantesco caso Eni-Nigeria, OPL 245. Per anni fu raccontato come uno dei grandi scandali corruttivi internazionali. Uno dei personaggi centrali dell’accusa fu Vincenzo Armanna, ex dirigente Eni e fonte di ricostruzioni esplosive: denaro, intermediari, valigie, vertici aziendali. Nel 2021, però, il Tribunale di Milano assolse tutti gli imputati perché il fatto non sussiste. Le assoluzioni divennero definitive e nelle motivazioni Armanna venne giudicato soggetto “non credibile”. Anche qui nessuno pretende che un giornalista taccia fino alla Cassazione. Ma quando una fonte muove accuse devastanti, il giornalismo d’inchiesta dovrebbe essere ossessionato anche dalla possibilità che quella fonte sbagli, esageri o racconti il falso. È precisamente la cautela che Travaglio oggi pretende per Ranucci. Arriviamo a Nicole Minetti e a Carlo Nordio. Dopo la grazia concessa dal presidente Mattarella alla Minetti, Il Fatto sollevò dubbi sulla vita dell’ex consigliera lombarda in Uruguay e sulla documentazione prodotta. Report entrò nella vicenda e Ranucci arrivò a raccontare che una fonte sosteneva di aver visto il ministro Nordio nel ranch uruguayano di Giuseppe Cipriani, compagno della Minetti. Con una precisazione memorabile: la notizia era ancora da verificare. Nordio smentì immediatamente. La testimone che aveva parlato di festini (elemento che impatta parecchio sull’opinione pubblica) ritrattò dichiarando di non averli mai visti. La Rai richiamò Ranucci e lo stesso giornalista ammise poi un «eccesso». Qui siamo alla più straordinaria innovazione epistemologica del giornalismo: prima si pubblica poi si verifica. Peccato che, alla fine degli ulteriori accertamenti, la Procura generale di Milano abbia confermato il proprio parere favorevole alla grazia di Minetti, senza trovare gli elementi inquietanti evocati nelle settimane precedenti. Ed eccoci a Ranucci e al suo rapporto con Lavitola che ha confessato di essere il mandante dell’attentato, indicando un movente che gli inquirenti stanno valutando e che presenta elementi controversi. Ranucci, allo stato dei fatti, è parte offesa. E improvvisamente Travaglio diventa garantista. Le frequentazioni non dimostrano nulla. Le amicizie non sono complicità. Le chat vanno contestualizzate. Le intenzioni di Lavitola non possono essere attribuite a Ranucci. Una fotografia con qualcuno non significa condividere quello che quel qualcuno pensa o fa. Tutto vero. Sottoscriviamo parola per parola. Il problema è soltanto capire perché questo magnifico codice deontologico non sia stato stampato anni fa e distribuito anche nelle redazioni di Report e del Fatto Quotidiano. Avrebbe forse suggerito maggiore cautela con Stefano Esposito, sarebbe tornato utile nel caso Eni, avrebbe consigliato di aspettare qualche verifica in più prima di spedire Carlo Nordio in un ranch dell’Uruguay sulla parola di una fonte. Naturalmente nessuno dovrebbe oggi processare Ranucci per Lavitola. Sarebbe esattamente il metodo che stiamo criticando. Ranucci va giudicato per ciò che ha fatto, non per chi conosce. Per le sue inchieste, non per le intenzioni attribuitegli da altri. Per fatti provati, non per suggestioni. E Travaglio ha perfettamente ragione a pretenderlo. Resta soltanto una domanda: dove diavolo era questo Travaglio quando sotto la lente d’ingrandimento c’erano gli altri? Forse era in Uruguay. Ma attenzione: è soltanto una notizia che stiamo verificando.



2 commenti su “Il miracolo di San Sigfrido: Travaglio scopre il garantismo…l’opinione di Rita Faletti”
È la punta avanzata avvelenata che usa la sinistra ,punge e avvelena , spesso letale per la vittima , se non letale sicuramente invalidante , Eppure continuano ,accostano ,insinuano,affermano, Nordio era in Uruguay, strillano alla libertà di stampa se la Minetti è il suo compagno ora vogliono milioni di euro con querele per diffamazione, falso , e calunnie,
I lupi mannari adesso Belano come agnellini .
Come affermato da Vittorio Feltri , ma di questo Ranucci non se ne può più,
Benedetto telecomando!
Travaglio scopre il garantismo. Già, e non soltanto con Ranucci: lo scopre anche nei confronti di chi ha fatto della guerra al “sistema” la propria ragione di vita, come Di Battista, l’antisistema per eccellenza.
Parliamo di una persona che per anni ha mostrato insofferenza verso praticamente tutto e tutti: la destra, il centro, la sinistra e persino il proprio movimento; amici compresi.
Una delle figure più corrosive della politica italiana, che ha avuto la straordinaria capacità di trasformarsi in un punto di riferimento per quanti, in difficoltà, cercavano qualcuno a cui affidare la soluzione dei propri problemi “esistenziali”.
Poi abbiamo visto come è andata a finire: anche all’interno di quel mondo ci si è scannati, tutto rigorosamente nel nome dell’“uno vale uno”.
Ed io, naturalmente, senza alcuna ipocrisia, mi fa piacere sapere che Di Battista sta migliorando.
Mi fa piacere anche che Tajani, che pure è stato per anni uno dei suoi più acerrimi avversari politici, si stia attivando per riportarlo a casa con un volo di Stato, possibilità che, evidentemente, non è concessa a noi comuni mortali.
Ma proprio per questo sarebbe bene evitare di trasformarlo in un eroe.
A questo punto, però, una domanda sorge spontanea: perché non paga il rientro quella “vipera” di Travaglio? Dopotutto, è il suo datore di lavoro e, a giudicare da certe affinità, anche una sorta di maestro di vita. Una bella trasfusione reciproca di veleno e via, tutti insieme contro il “sistema” democratico, contro l’occidente, contro l’Ucraina, contro la sinistra e sotto sotto compiacente con la destra fascista di Vannacci.
Peccato che, alla fine, sia proprio quella democrazia tanto vituperata a riportarlo in Italia.
E adesso cosa succederà? Lo vedremo magari prendere il posto di Ranucci alla guida del nuovo esercito dei populisti antisistema, proprio ora che è tornato sotto i riflettori.
“Che grande Paese, il nostro: a volte sembra riuscire nell’impresa di trasformare in protagonisti proprio coloro che dichiarano di volerlo distruggere.”
E tra i commentatori che frequentano questo blog, qualcuno lo considera addirittura un esempio, un eroe.
Sono quelli che non sono di destra, non sono di sinistra, non sono di centro: sono semplicemente contro. Contro il sistema, contro la politica, contro la democrazia, contro tutto e contro tutti.
Eppure, nonostante dichiarino di voler cambiare il mondo, continuano ostinatamente a voler restare qui, dentro quel sistema che tanto disprezzano, contribuendo, a loro modo, a renderlo ancora più difficile da cambiare.
Forse, più che andare a Cuba, dovrebbero semplicemente provare a fare pace con la realtà.