
La politica ha un vantaggio sulla magistratura: non ha bisogno di aspettare le indagini. Le basta una suggestione, possibilmente utile alla propria parte, e il quadro è già completo. È quanto accadde il 18 ottobre dello scorso anno, due giorni dopo l’attentato a Sigfrido Ranucci. Elly Schlein, dal congresso del Pse di Amsterdam, espresse giustamente solidarietà al giornalista di Report. Ma non si fermò lì. Parlò del “clima di odio” e concluse che democrazia e libertà di espressione sono a rischio quando governa l’estrema destra. Il riferimento alla bomba appena esplosa davanti alla casa di Ranucci era esplicito nel suo intervento. Schlein non disse che Giorgia Meloni avesse messo la bomba, naturalmente. Né accusò il governo di esserne il mandante. Sarebbe scorretto attribuirle parole che non pronunciò. Ma la cornice politica era chiarissima: attentato a un giornalista, clima di odio, governo di estrema destra, democrazia in pericolo. Oggi quella cornice rischia di andare in frantumi. Valter Lavitola è stato arrestato e portato in carcere perché la Procura di Roma lo ritiene il mandante dell’attentato. E il gip, nell’ordinanza di custodia cautelare, indica un movente che sembra scritto apposta per smentire le interpretazioni frettolose di allora: l’attentato sarebbe stato commissionato non per fermare Ranucci, ma per aumentarne la popolarità e favorirne una futura ascesa politica, consentendo allo stesso Lavitola di ritagliarsi un ruolo nel nuovo scenario. Un attentato, dunque, che agli occhi dell’opinione pubblica avrebbe dovuto apparire come intimidazione contro il giornalismo d’inchiesta mentre, secondo la ricostruzione del gip, avrebbe perseguito uno scopo completamente diverso. Il paradosso è quasi perfetto. Ciò che una parte politica aveva immediatamente assunto come simbolo di un Paese nel quale l’estrema destra metteva a rischio la libertà d’espressione sarebbe stato, nell’ipotesi accusatoria, uno strumento per costruire consenso attorno alla stessa vittima dell’attentato. E qui arriva il secondo elemento. Lavitola coltivava realmente un progetto politico attorno a Ranucci. Esisteva persino un questionario per verificarne il potenziale elettorale come possibile candidato capace di superare la contrapposizione tra Schlein e Conte nel campo largo. Ranucci conosceva l’esistenza di quel sondaggio, pur avendo sempre negato qualsiasi volontà di entrare in politica. È importante però fissare un confine. Non esiste, allo stato, alcun elemento per sostenere che Ranucci sapesse dell’attentato. Anzi, il gip afferma esplicitamente il contrario: il giornalista sarebbe stato vittima della manipolazione di Lavitola e non è emerso alcun accordo fra i due. Ranucci è la persona offesa, non un indagato. Allo stesso modo non esiste alcuna prova che Schlein o il Pd conoscessero il progetto di Lavitola. E proprio perché i fatti vanno distinti dalle insinuazioni, sarebbe bene applicare lo stesso principio anche alla politica. Perché nell’ottobre 2025 non si sapeva chi avesse fatto esplodere quella bomba, né perché. Eppure erano bastate quarantotto ore per inserirla dentro il grande racconto della “democrazia a rischio” con l’estrema destra al governo. Ora sappiamo almeno che gli investigatori stanno percorrendo una strada radicalmente diversa. Questo non diminuisce di un millimetro la gravità dell’attentato contro Ranucci. Ma pone una questione che riguarda soprattutto chi aspira a governare il Paese: la prudenza vale soltanto quando le indagini riguardano gli altri? Schlein potrebbe rispondere che stava denunciando un clima generale. È una difesa legittima. Rimane tuttavia la sequenza delle sue parole: attentato, odio, estrema destra, libertà a rischio. Oggi quella sequenza suona molto diversamente. E rimane una domanda alla quale l’inchiesta dovrà rispondere: se Ranucci non voleva entrare in politica, come sostiene, perché Lavitola era così convinto di poter costruire attorno a lui un progetto da arrivare, secondo il gip, a organizzare persino un attentato per accelerarlo? E soprattutto: con chi ne aveva parlato? Sono domande. Non accuse. La differenza è essenziale. Ed è precisamente la differenza che la politica, nell’ottobre scorso, avrebbe fatto bene a ricordare prima di trasformare una bomba ancora senza mandante e senza movente nell’ennesima arma della battaglia contro il governo Meloni.


