
POZZALLO, 05 Luglio 2026- Il dibattito sulla memoria storica e sui simboli del Ventennio fascista torna ad accendere la provincia iblea. Al centro della discussione c’è la recente richiesta avanzata dall’ANPPIA (Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti), per voce del suo consigliere nazionale, Nicola Colombo, di revocare la cittadinanza onoraria di Pozzallo a Filippo Pennavaria, figura chiave e leader indiscusso del fascismo nel ragusano. Ad intervenire nella discussione, con la fermezza dello studioso e il piglio del dibattito civile, è il professor Uccio Barone, uno dei massimi esperti di storia contemporanea del Mezzogiorno e profondo conoscitore delle dinamiche storiche della Sicilia sud-orientale. Con un intervento pubblico e diretto, Barone ha espresso una netta contrarietà all’iniziativa di revoca, definendola senza mezzi termini inutile e dannosa.
Nel suo intervento, dichiaratamente improntato al principio metodologico del “sine ira ac studio”, ovvero lontano da ogni parzialità ideologica, il professore ha voluto, anzitutto, ricordare come la sua posizione nasca da decenni di ricerche d’archivio e pubblicazioni sul campo. Nei suoi due volumi dedicati alla storia di Pozzallo pubblicati nel 2009, Barone ha, infatti, minuziosamente ricostruito le alterne vicende del fascismo e dell’antifascismo locale, mettendone in luce le profonde complessità.
Secondo lo storico modicano, l’atto amministrativo, che all’epoca concesse la cittadinanza a Pennavaria, va strettamente inserito e letto dentro la cornice del vasto piano di opere pubbliche che, sotto la guida del podestà marchese Tedeschi, ridisegnò radicalmente la struttura urbanistica della cittadina marinara. Interventi strutturali cruciali per la comunità dell’epoca, come la costruzione del Palazzo di Città, della Villa Comunale, di Piazza della Rimembranza e la stessa lastricatura delle strade pozzallesi, trovarono proprio in Pennavaria il principale e potente sponsor politico a livello ministeriale. In quel preciso contesto storico, sottolinea Barone, la delibera di cittadinanza onoraria al leader dell’allora fascismo ibleo era non solo spiegabile, ma pienamente giustificata dalle logiche del tempo.
«Ricordare queste cose non significa essere fascisti, significa solo che la Storia non si destoricizza, non si cancella – precisa il Prof. Uccio Barone” -. Il nucleo centrale della riflessione dello storico si sposta, poi, sul metodo e sul rischio di cedere a una sorta di cancel culture retroattiva. Barone contesta apertamente la tendenza a voler ripulire il passato con gli occhi e la morale della contemporaneità. “Cancellare o abrogare una delibera amministrativa risalente a un secolo fa viene così liquidato come un atto ridicolo e privo di reale utilità, capace solo di generare una dannosa censura del passato. Il compito della società e degli intellettuali, argomenta lo studioso, non è far sparire i documenti o i passaggi storici sgraditi, bensì comprenderli e valutarli nella loro articolata complessità storica”.
L’affondo finale del professore assume un carattere più marcatamente politico, trasformandosi in un monito e in una provocazione intellettuale rivolta all’area progressista. Secondo Barone, anziché rincorrere battaglie puramente simboliche sul passato o rifugiarsi nella rimozione della memoria amministrativa, la sinistra dovrebbe concentrarsi e misurarsi con le complesse sfide del presente. Con questa presa di posizione, il dibattito pozzallese apre un solco profondo tra le ragioni dell’antifascismo militante e l’approccio scientifico della storiografia, ricordando che i fatti e gli atti di cento anni fa rimangono nodi da studiare e non tracce da cancellare con un colpo di spugna burocratico.


