
Contro ogni aspettativa, compresa la sua, Donald Trump annunciò nel 2015 la candidatura alla Casa Bianca, fu eletto nel novembre 2016 e divenne nel gennaio successivo il 45° presidente degli Stati Uniti. Oggi è tornato come 47° presidente e affronta le elezioni di midterm del 3 novembre con un consenso fragile: l’ultimo sondaggio Reuters/Ipsos lo accredita di un’approvazione al 36 per cento, vicino ai livelli più bassi della sua carriera politica. Il giudizio negativo degli americani non è condiviso da quella parte di mondo che dall’amministrazione Trump sta traendo i maggiori vantaggi. È l’asse Russia-Cina-Iran, determinato a indebolire l’Occidente e i suoi alleati storici, ma trattato dal presidente americano con una benevolenza che meriterebbe almeno una spiegazione politica. O forse psicologica. Dopo la firma del memorandum con la Repubblica islamica, Trump ha ringraziato Russia e Cina per non aver interferito. In particolare ha elogiato Xi Jinping e Vladimir Putin per essere rimasti, a suo dire, “neutrali”. La gratitudine sarebbe già sorprendente in tempi ordinari. Lo è ancora di più se si considera che Mosca e Pechino mantengono rapporti stretti con Teheran e che la Cina è, da anni, il principale polmone economico del regime iraniano. Più dell’80 per cento del petrolio iraniano arriva in Cina attraverso circuiti opachi e triangolazioni utili ad aggirare le sanzioni. In apparenza neutrale, Pechino ha criticato gli attacchi americani e chiesto la fine delle ostilità. Ma nel frattempo ha continuato a coltivare con Teheran un rapporto strategico, economico, tecnologico e di sicurezza. Secondo fonti d’intelligence e report occidentali, il sostegno cinese al regime iraniano passa da beni a possibile uso militare, tecnologie di sorveglianza, cooperazione di polizia e strumenti utili al controllo interno. Pechino nega, naturalmente. I regimi autoritari negano sempre, fino a quando non ridefiniscono i fatti come necessità storica. Come Mosca, Pechino si muove dietro le quinte per aiutare il regime dei mullah a conservarsi in vita e a consolidare il potere repressivo nei confronti degli oppositori. Tiandy, società cinese con sede a Tianjin e punti di distribuzione in vari Paesi, Italia compresa, è stata inserita nel 2022 nella Entity List americana. Il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti l’ha collegata sia alla repressione tecnologica nello Xinjiang sia alla fornitura o al procurement di tecnologia a beneficio del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica. Il capitolo repressivo è ancora più esplicito se si guarda alla cooperazione di polizia. Ahmad-Reza Radan, capo della polizia iraniana e volto della repressione interna, è stato a Pechino, dove ha firmato con il ministro cinese della Pubblica sicurezza Wang Xiaohong un memorandum di cooperazione. Il linguaggio ufficiale parla di sicurezza, ordine pubblico e contrasto al terrorismo. È il vocabolario comune dei regimi: chiamano terrorismo il dissenso, estremismo la libertà, destabilizzazione la protesta. Da oltre un decennio, inoltre, ufficiali iraniani vengono formati presso la People’s Public Security University of China. Non è diplomazia: è apprendistato repressivo. Trump lo ignora o, sapendolo, lo considera irrilevante? In entrambi i casi il risultato non cambia. Il presidente americano che in gennaio aveva sollecitato gli iraniani a scendere in piazza contro il regime è lo stesso che oggi firma un’intesa capace di ridare ossigeno a quello stesso regime. La coerenza non è mai stata una virtù trumpiana. La lealtà, invece, gli interessa moltissimo, purché sia quella degli altri verso di lui. Il tradimento non rientra tra i disvalori di Trump. La sua grammatica politica sfugge a qualunque principio stabile di alleanza, fedeltà e responsabilità occidentale. Con gli amici è ruvido, sprezzante, talvolta umiliante. Con i nemici è prudente, accomodante, quasi rispettoso. Critica gli alleati europei, insulta chi dovrebbe rassicurare, vezzeggia chi dovrebbe temere. Lo ha capito anche Giorgia Meloni, colpita dalla frase con cui Trump ha sostenuto che lei lo avrebbe implorato per una foto al G7. La premier italiana ha respinto l’accusa come completamente inventata. Ma il punto politico resta: Trump non umilia per sbaglio. Umilia perché quello è il suo modo di stabilire gerarchie. Con gli alleati alza la voce. Con gli avversari cerca il dividendo. In un libro scritto con Bill Zanker, Pensa in grande e manda tutti al diavolo, pubblicato nell’edizione originale nel 2007, Trump aveva già consegnato una parte essenziale della propria visione del mondo. Il titolo, da solo, dice quasi tutto: grandezza, aggressività, vendetta, disprezzo per il limite. Nel capitolo dedicato al fattore paura si intravede la radice della sua diffidenza verso amici e alleati. “Guardatevi anche dagli amici!”, avverte Trump. E ancora: “Scegliete i migliori e non fidatevi di loro”. È una filosofia del sospetto permanente. L’alleato, per Trump, non è un partner con cui condividere una strategia; è qualcuno che può tradire, approfittare, chiedere troppo, non riconoscere abbastanza. Da qui il fastidio verso l’Europa, verso la NATO, verso l’Ucraina, verso chiunque ricordi agli Stati Uniti che la leadership occidentale non è solo un affare immobiliare con clausola di uscita. Ma nel libro compare anche un’altra frase illuminante: “A volte conviene dare la mancia in anticipo”. Applicata alla politica estera, sembra il manifesto involontario dell’accordo con Teheran. Lo scongelamento degli asset, le deroghe sulle sanzioni petrolifere, l’accesso a 300 miliardi di dollari per la ricostruzione non rischiano soltanto di salvare l’economia iraniana. Rischiano di rafforzare proprio il sistema di potere delle Guardie rivoluzionarie, che controllano settori decisivi dell’economia, dalle infrastrutture all’energia, dai porti alle telecomunicazioni. È questa la mancia in anticipo? È il prezzo pagato per poter dire di aver chiuso una guerra, firmato un accordo, prodotto un titolo da vendere agli elettori? Nel trumpismo ogni gesto politico deve poter diventare merce narrativa. L’accordo non è necessariamente buono: deve apparire vincente. Non deve reggere alla prova della storia: deve reggere al ciclo mediatico. La stessa logica si era vista nello Studio Ovale, davanti a Volodymyr Zelensky. “Tu non hai le carte”, disse Trump al presidente ucraino. Tradotto dal linguaggio del tavolo da gioco a quello della politica internazionale: non hai nulla da offrirmi. Non petrolio, non affari immediati, non un regime con cui trattare sottobanco, non una resa da rivendere come pace. Zelensky chiedeva garanzie. Trump cercava vantaggi. L’Ucraina parlava di sopravvivenza. Trump parlava di carte. L’America di Trump si chiede chi siano i suoi alleati, quali i suoi nemici, quale ordine internazionale intenda difendere? Oppure, più meschinamente, chi possa offrirle un dividendo immediato, una foto, una firma, un annuncio, un titolo? Il resto, i diritti umani, i dissidenti iraniani, la sicurezza europea, la credibilità occidentale, finisce nel cestino delle variabili secondarie. Russia, Cina e Iran non hanno bisogno di amare Trump. Basta capirlo. E lo hanno capito benissimo. Complimenti a Giorgia Meloni che gli ha tenuto testa invitandolo a pensare al suo di consenso. Brava Giorgia!



1 commento su “La mancia in anticipo…l’opinione di Rita Faletti”
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