
Una raccolta poetica che esplora l’esistenza con sincera ricerca interiore, e che avvolge il lettore dentro una pluralità di sentimenti connotata d’immagini che tracciano, con l’uso di analogie, orizzonti nei quali il tempo divoratore, l’incomunicabilità, il silenzio e la memoria, il valore dell’identità e la comprensione del senso diventano oggetto di intensa meditazione.
E’ questa l’impressione che si prova accostandosi alle poesie della silloge Mantra (Traduzione in italiano di Claudia Piccinno) di Jeton kelmendi, poeta e scrittore albanese, professore presso l’AAB University College, e membro attivo dell’Accademia europea delle scienze e delle arti di Salisburgo, in Austria; un autore che da molti anni scrive poesie, prosa, saggi e racconti, e che collabora regolarmente con vari giornali, in Albania e all’estero, trattando argomenti culturali e politici e di affari internazionali; un personaggio, insomma, che si colloca nella linea di una poetica civile che funge da “ponte” tra il passato della sua regione e un futuro di integrazione europea, utilizzando il linguaggio dell’interiorità per comunicare messaggi universali di pace e amore.
Rilevante significabilità assume in questa raccolta la poesia Mantra, che dà il titolo all’opera; si tratta di una poesia che è un’esplorazione cruda e malinconica dell’alienazione esistenziale. La parola mantra, – che nasce nelle tradizioni religiose dell’India, (Induismo e Buddismo), e che etimologicamente deriva da due radici sanscrite: “Man-“: che significa “mente”, e “tra”: che significa “strumento” o “protezione”- , suggerisce una ricerca di spiritualità e di pace che si agita nell’animo del poeta, evocando, nel contempo, un bisogno di indugiare sull’ analisi del tempo visto non solo come un percorso di crescita, ma come entità impersonale e famelica (“mi divora la cenere”); un tempo circolare e statico, che non “vede” né “conosce” l’individuo: “Siamo diventati un rituale senza senso”, afferma Jeton Kelmendi , quasi a sottolineare che la forma sopravvive alla sostanza, che la vita si snoda come recita di un copione senza cuore, tant’è che il poeta dice a se stesso: “alla fine resto così, come una parola dimenticata / una voce in templi vuoti, /sussurrata, ma non ascoltata (…) Il tempo non mi restituisce nulla:/ né ragione, né luce, né alba,/ solo una litania che non muore”.
Il “mantra” di Kelmendi trasfigura, dunque, una poesia sulla sconfitta del senso. Se il mantra nella visione tradizionale serve a liberare la mente, il “mantra” dell’autore descrive una mente prigioniera di un eterno ritorno dell’uguale; disegna la realtà dell’uomo contemporaneo immerso in rituali sociali e lavorativi automatici, ma svuotato di una direzione spirituale e teleologica: “Siamo diventati un rituale senza senso… dove nessuno chiede salvezza”.
La fede, l’amore e il ruolo della memoria
La fede e l’amore sono, poi, altre tematiche pulsanti che viaggiano nella poetica di Jeton Kelmendi; se l’amore è una protezione, un confine morbido tra il mondo esterno e l’ io interiore (“un tappeto sulla soglia dell’anima”), la fede ha una natura duale: fragile intellettualmente, ma invincibile emotivamente. Il pensiero del poeta scava, infatti, dentro una distinzione psicologica e spirituale molto profonda, evidenziando come la mente sia il luogo del dubbio, del calcolo e della logica, mentre “…La fede è un’arte antica quanto l’esistenza stessa, / che non ha mai perso il suo significato, / anche quando dimentichiamo di pronunciarne il nome…”.
La fede, per il poeta, non è solo conforto (la “luce” che guida), ma è anche tormento (il fuoco che “brucia”); brucia quando chiede sacrifici, quando si scontra con il dolore, quando diventa un desiderio così forte da far male: “…La fede abita in affitto nella nostra mente, / ma ha costruito la sua vera casa nel cuore, / dove splende come luce e, /talvolta, brucia…”.
Altra tematica che aleggia nella poetica di Jeton Kelmendi, è il ruolo della memoria, vista come un fardello da setacciare, un processo necessario per distinguere il dolore che ci trasforma da quello che, semplicemente, ci appesantisce. “…Ci sono cose che pesano nella memoria, / – dice il poeta – parole che bruciano come pietre roventi nell’anima, / e altre, leggere come briciole, che vanno lasciate dissolversi, /come polvere nel vento, per non tornare mai più…”
L’immagine del dissolvimento indica che la memoria non deve essere solo un magazzino, ma anche uno spazio di guarigione, perché la salute dell’anima dipende dalla capacità della memoria di essere permeabile: lasciar fluire via l’irrilevante per non restarne soffocata; la memoria, insomma, non è per l’autore un semplice archivio passivo di fatti, ma un filtro dinamico e, a tratti, un avversario da addomesticare.
Il valore dell’identità e delle radici
Alla memoria il poeta lega anche il valore dell’identità e delle radici: Nelle trame invisibili di un’antica spirale, / custodiamo le memorie di un tempo che non ricordiamo…”; scoprire le proprie radici non è tuttavia un percorso rassicurante (ci si può “scoraggiare”), ma è l’unico modo, secondo l’autore, di capire la propria natura di esseri complessi, fatti di storie sovrapposte, e la cui identità non è una linea retta, ma una “spirale” dove ogni giro aggiunge una voce nuova a quelle antiche.
Nella poesia Elegia della lingua albanese, Jeton Kelmendi, ad esempio, eleva un inno che trasforma la parola in un elemento primordiale, quasi sacro. Non si tratta di un mero componimento sulla comunicazione, ma di un’ode alla sopravvivenza di un popolo attraverso un codice verbale: “La patria comincia con una A, come l’alba nel cuore della terra,/ radice antica che germoglia tra le pietre dell’Illiria (…) È questa la lingua che Skanderbeg innalzò ad arma, / un richiamo di libertà tra le alte montagne…”(…) Con le sue lettere scrivo i voti più profondi, / con questa lingua dico: ti amo, nella luce del mattino; /è radice, cenere e fuoco che arde per sempre, / lingua che non muore, ma rinasce in ogni cuore, / albanese mia lingua – ponte del tempo, voce dell’immortalità”.
Con questa elegia, Jeton Kelmendi riesce a dare voce a quel senso di appartenenza che spesso le parole comuni non sanno spiegare, e, altresì, a creare un legame indissolubile tra la lingua e la vita nascente; emblematico risulta anche quel “ti amo” pronunziato dal poeta, che non è solo un sentimento individuale, ma un comando che viene dal suolo, un dovere di continuità. La versificazione ruota costantemente su dualismi che si fondono insieme: luce e ombra (le parole sono “luce”) nate dall’ombra di querce eterne; cenere e fuoco: simboli di ciò che è passato (la memoria dei morti) e di ciò che arde (la passione dei vivi); terra e stelle: la lingua ha i piedi nel fango delle battaglie e degli antenati, ma la testa rivolta verso l’infinito del cosmo.
In questo dinamismo di memorie, radici e senso dell’identità della poetica di Jenon Kelmendi, significativa è anche l’ode Questa è poesia come il Kosovo, che non è solo un componimento sul Kosovo, ma una riflessione metafisica su cosa significhi “appartenere” a una terra che è, allo stesso tempo, madre e ferita. Il cuore del testo risiede nell’identità totale tra “lingua e territorio”, se è vero che il Kosovo diventa il corpo stesso della poesia.
Dire che la poesia è incompiuta, significa, per Kelmendi, dire che il destino del Kosovo è ancora in divenire, un’opera aperta che rifiuta la parola “fine”: “Questa poesia è come il Kosovo, / la mia patria perduta nella nebbia del crepuscolo, / dove le parole cadono come foglie su una terra stanca,/ ma le radici del pensiero non le permettono di morire…(…) E io, tra versi e confini,/ rimango nel dilemma, come in uno specchio rotto:/è questa poesia come il Kosovo, / o è il Kosovo come questa poesia? / Uno nasce dall’altro, / eppure nessuno dei due possiede l’altro. / Una poesia che non finisce mai, / una patria che non parla, eppure chiama”.E’, questa di Kelmendi, una poesia che non cerca di consolare ma di testimoniare, e che lascia il lettore in uno stato di sospensione poetica ammirevole grazie ai sentimenti che rendono bene la complessità di una terra di confine.
La silloge Mantra si inserisce senza dubbio nella grande tradizione della poesia d’impegno civile; fa tornare alla mente la forza di altri autori come il poeta e scrittore albanese Ismail Kadare o, per certi versi, la poesia di testimonianza di grandi poeti come Ungaretti e Quasimodo; offre un canto civile che si fa carico del destino di un popolo e trasforma il dolore storico in canto universale, con un andamento prosodico e uno stile che non cerca l’ornamento estetico fine a se stesso, ma una “parola nuda” capace di farsi ponte tra il passato mitico (Illiria, Skanderbeg) e il presente incerto.
Ciò spiega lo scorrere, nei versi dell’opera, di un’epica del sentimento con uno stile caratterizzato da un tono solenne, civile e fortemente metaforico, che non segue la metrica classica rigorosa (come l’endecasillabo puro), ma predilige versi lunghi e liberi con un andamento di prosa poetica essenzializzata, da una parte, in una critica alla società dell’apparire e della produttività fine a se stessa, e, dall’altra, in una visione di ricerca della felicità intesa come un processo attivo, come una conquista che richiede onestà intellettuale e indipendenza (“…L’eudaimonia non si compra con i voti,/ né con parole non condivise dall’anima; / cresce in menti libere…”) senza delegare la salvezza agli altri.
L’esistenzialismo di una poetica fondata su pilastri filosofici
Tutta la struttura di questo volume poggia sulla consapevolezza dell’autore di rendere la sua poesia una sorta di incarnazione esistenzialista, capace di fondarsi su pilastri filosofici racchiusi in termini come “ambiguità”, “vuoto”, “insicurezza”, “anima”, “libertà”, “inganno e verità”, se è vero che Jeton Kelmendi è fortemente convinto che la libertà “Cresce in menti libere, in mani che costruiscono, non che mendicano”.
Il poeta disegna così nei sui versi, con toni molto forti, due sfere che sembrano rappresentare il mondo in via di sviluppo (o ferito dalla storia) e il mondo occidentale tecnocratico. Nella poesia “La verità nell’età dell’inganno”, scritta a Prishtina 17 aprile 2025, c’è infatti un dualismo tra il “Qui” e il “La”. Il “Qui” sembra rappresentare il regno del populismo e della nostalgia, ove la verità è sepolta sotto il patriottismo di facciata e il rumore dei social, nonché descritta colta ma inutile, come un “disoccupato laureato” perché non appartiene a nessuna clientela politica o “rete”: “… Qui, l’inganno indossa il mantello del salvatore,/appare sugli schermi, promette miracoli, sorride compiaciuto,/perdonando alle masse illusioni in cambio di beni che non possiedono,/ di una giustizia che nessuno conosce più./La verità, qui, siede in un angolo come un disoccupato,/con una laurea e la speranza in tasca,/ma nessuno chiede di lei,/perché non ha partito e non ha rete…”.
Jeton Kelmendi, poi, descrive il “Là” come il mondo della forma, delle statistiche e della correttezza politica, ricorrendo a versi che sono una critica feroce alla società del benessere, dove tutto è tecnicamente perfetto ma emotivamente gelido e privo di sostanza: “… Là, / la verità si veste di frasi complicate,/si perde nel sistema delle statistiche esatte,/ma ha un cuore freddo./ Là, l’inganno è più elegante, più etico, più tradotto, persino più democratico,/ma resta — un inganno. Là, tutto è corretto nella forma, ma vuoto nel contenuto. / La verità non ha posto nei contratti del successo, / nelle reti che costruiscono un mondo senza volto…”
Il passaggio più amaro riguarda il motivo per cui la verità fallisce: non è colpa dei tiranni, ma del desiderio delle masse: “Le masse vogliono semplicemente il sogno, non la realtà.” Secondo Kelmendi, l’inganno vince perché è un prodotto di consumo facile (“merce pronta”), mentre la verità richiede “lavoro silenzioso” e introspezione, non aumenta l’autostima, non produce like, non promette miracoli. La chiusura della poesia è un colpo al cuore del lettore, perché se in letteratura spesso la verità è vista come la base per la ricostruzione dopo il disastro, Kelmendi conclude con un dubbio atroce: “Non sono più sicuro / che qualcuno abbia ancora bisogno di ricostruire”.
La parabola poetica di questa raccolta, in conclusione, si compie in questa lucida denuncia del presente. I testi poetici cercano un senso nel ricordo, nei pensieri dell’amore e della fede, agendo come un setaccio che separa l’illusione dalla sostanza. Il poeta non cerca il consenso della “rete” né il favore dei “salvatori” sugli schermi; si posiziona, coerentemente con il suo percorso, nell’ombra dei dimenticati. La sfida che lancia al lettore è quella di smettere di essere massa che consuma miracoli e tornare a essere persone che, nel silenzio e nel lavoro su di sé, scelgono la verità come unico strumento per una ricostruzione possibile.
Realismo, metafisica e poesia engagée sono i binari su cui scorrono i versi di questa raccolta, che si offre al lettore come un diario scritto fra azione e pensieri, e come costruzione che scorre sotto la forma di un dialogo d’anima con morbido fraseggio ed essenziale grafia gnomica. Jeton Kelmendi narra e si narra pressato dai fatti e dalle impressioni più acute, spinto da forze centripete, che egli scompone in un dispositivo ritmico e narrativo, toccando un livello inconsueto per il persistente sentimento del trascendente e per lo spirito riflessivo-etico che traluce attraverso la sua partecipazione vitale ai problemi del mondo globale e ai mali sociali della contemporaneità. La sua poetica è un messaggio di amore e di libertà, di ideali universali di vita umano-sociale, sicuramente fermo antidoto contro la violenza, l’ingiustizia, l’indifferenza opaca, la sopraffazione e l’egoismo.





