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Bekar: “Non si può chiedere a un giornalismo serio di autoimbavagliarsi”

Tempo di lettura: 2 minuti

Stamani mi sono svegliato pensando con angoscia a come aveva passato un’altra notte, in carcere a Teheran, al gelo e in totale isolamento, la collega freelance Cecilia Sala. Suppostamente colpevole di una non meglio precisata «violazione delle leggi della Repubblica islamica» e su cui, genericamente, «c’è un’inchiesta in corso» delle autorità iraniane. Cioè non è nemmeno accusata di qualcosa di preciso. Sono quindi convinto che vada tentato tutto il possibile per liberarla, e farlo quanto prima. Riesco solo ad immaginare l’angoscia e il dolore che provano i suoi genitori. Che, giustamente, possono essere disponibili a qualsiasi cosa per ottenerne la sua liberazione.
Ma la situazione è complicata, e politicamente delicata. Anche perché si ha a che fare con un Paese, l’Iran, che non è esattamente un faro della Democrazia e dei diritti civili.
Che, quindi, una possibile soluzione passi attraverso la diplomazia e la politica è indubbio. E i canali della diplomazia richiedono cautela, riservatezza, e non proclami roboanti. Quindi è anche comprensibile che un Governo possa chiedere la collaborazione dei media, per evitare guerre mediatiche che possono rendere più difficile raggiungere dei risultati per via diplomatica.
Ma si può chiedere un “silenzio stampa”, che poi altro non sarebbe che un “bavaglio all’informazione”?
Ricordiamoci che se ora si sta discutendo e ci si sta mobilitando sul caso di Cecilia Sala è perché, dopo giorni di iniziale “silenzio stampa” senza risultati, l’informazione è stata divulgata e il caso è esploso: perché allora sul caso di Cecilia Sala erano stati accesi i riflettori e l’attenzione dei media. Riflettori e attenzioni di cui altre detenute e detenuti nello stesso carcere, per ragioni di dissidenza politica, non godono affatto, e solo perché non sono cittadini occidentali, ma iraniani.
Certo, l’attenzione mediatica non è esente da possibili estremismi o speculazioni, anche a fini politici, o solo per qualche “like” in più sui social, e quindi c’è anche il rischio di ricadute dannose.
Ma il silenzio mediatico, cioè l’autocensura, o un bavaglio, sarebbe meglio? E se, per non irritare il regime iraniano e non rendere più difficili le vie diplomatiche ci venisse chiesto un “silenzio stampa” sulla repressione dei diritti delle donne e dei cittadini dell’Iran? Sarebbe giusto accondiscendere? Comprendo appieno che i genitori di Cecilia Sala si appellino a ogni cosa che possa agevolare la liberazione della figlia, e quindi anche alla richiesta di moderare i toni, di non scatenare guerre mediatiche. Ma chiedere ai media un “silenzio stampa” no!
Pur comprendendo le ragioni della richiesta, non posso non sottolineare che se ai media si mette il bavaglio, l’unica cosa certa è che nell’immediato calerebbe il silenzio sul caso Sala, di cui non sapremmo più nulla, se non vivendo un’angoscia per i suoi possibili esiti. E se ci venisse chiesto, sempre per senso di responsabilità, di non inasprire i toni e di rispettare un silenzio stampa anche su altri casi, oltre a quelli della repressione delle donne, dei giovani e dei diritti civili in Iran? Come, mutatis mutandis, sulla repressione in Turchia? E sulle stragi di innocenti tra Israele, Gaza e dintorni? E sulla situazione in Ucraina? E sulla repressione politica in Russia e dintorni?
Ripeto: non si può chiedere a un giornalismo serio di tacere e autoimbavagliarsi. Si può, sì, appellarsi alla responsabilità etica e civile nel fare informazione. Ma non a rinunciare a farla, e tantomeno per manifestare solidarietà e vicinanza a Cecilia, e alle tante altre “Cecilia Sala” che esistono oggi nel mondo, ma sconosciute ai più, senza spazi sulle pagine dei giornali o nei tg.
Concludo evidenziando che l’Ordine dei Giornalisti del Lazio e il sindacato dei giornalisti di Stampa Romana hanno organizzato martedì 7 gennaio una manifestazione silenziosa di solidarietà con Cecilia. E io, se fossi stato a Roma, ci sarei andato, in solidarietà.  Io credo che ciascuno di noi, con senso di responsabilità, può fare qualcosa. Gli spazi ci sono, se si vuole usarli con intelligenza. E credo sia importante e necessario farlo.

Maurizio Bekar, giornalista freelance, vicesegretario Assostampa Fvg/gr

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1 commento su “Bekar: “Non si può chiedere a un giornalismo serio di autoimbavagliarsi””

  1. Assange sono dodici anni che è detenuto per aver scritto la verità. Abedini se non vado errato non c’è nessun incartamento in mano a chi lo ha arrestato. Siamo in mano a dei pazzi, e l’abbiamo visto con le dichiarazioni di Trump ieri………

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