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“Paralleli e meridiani”: la raccolta poetica di Lucilla Trapazzo

Tempo di lettura: 2 minuti

Lucialla Trapazzo è una poetessa e traduttrice, nonché artista e performer. Dopo anni trascorsi all’estero per studio e lavoro (DDR, Belgio, USA), ora vive tra Svizzera, Italia e NYC.
Al suo attivo ha sei libri di poesia, una serie di traduzioni di poeti internazionali, numerose collaborazioni letterarie con associazioni, riviste e antologie di poesia e un CD con composizioni di Marco di Stefano, ispirato alle sue poesie.
Organizza e modera eventi di poesia, festival e mostre d’arte per associazioni internazionali. Le sue poesie, tradotte in 18 lingue, hanno vinto importanti premi internazionali tra cui: poetessa laureata Kurora e Poezisë, Festival Internazionale di Korca, Albania 2023 e Creativity Award Naji Naaman, Libano 2021; primo premio miglior libro di poesia “I Murazzi” Torino 2019; primo premio Civil and Philosophical Poems, “XI Checkhov’s Autumn International Festival”, Crimea 2021; Medaglia d’oro per Outstanding Poet Award al Premio “Yan’an 2021”, Repubblica Popolare Cinese; Piuma d’oro 2021 Золотое Перо Руси, Russia “per l’eccellente sintesi di linguaggi e stili artistici diversi; Silke Liria Award for poetic expression at Ditët e Naimit International Poetry Festival, Tetovo, N. Macedonia 2022; partecipa regolarmente a festival di poesia e arte negli Stati Uniti, Europa, Africa e Asia. Convinta sostenitrice dei diritti umani e del pianeta, il suo punto di vista sociale e femminile si riflette in molti dei suoi scritti.
Da una sua poesia, Salmodia, che narra di una sposa-bambina, è stato tratto un video (produzione Palazzo del Poeta, OST Marco Di Stefano), trasmesso da RAI 1 nel 2021. Le sue opere d’arte e le sue istallazioni sono esposte in mostre e festival internazionali nel Regno Unito, USA, Francia, Italia, Belgio, Olanda e Sud America.
Di recente è uscito, per le edizioni Macabor, il libro di poesie di Lucilla Trapazzo, dal titolo Paralleli e meridiani. Diari di viaggio, ove la poetessa , come il titolo esplicita, ha al centro la tematica del viaggio, l’evasione in “un altrove”, tanto orizzontale quanto verticale, grazie a cui entrare in contatto più profondamente con la propria anima e con quella del mondo.
Così scrive tra l’altro, nella prefazione della silloge, Mara Venuto:

La citazione di Jurij Gagarin posta dall’autrice in apertura della silloge (“Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini.”) si pone come una chiara dichiarazione di intenti e, infatti, “Paralleli e Meridiani” si configura come un’opera necessaria ad alimentare la riflessione sul tema delle frontiere, culturali, emotive, politiche e sociali. In questo diario di viaggio lirico “tra est e ovest tra nord e sud paralleli e meridiani senza geografia”, la poesia è “tempo coniugato all’imperfetto”, consente la creazione di uno spazio “altro”, dove non convivono solo differenti orizzonti fisici e culturali, ma anche dimensioni a-temporali. Nella raccolta il passato, il presente e il futuro sembrano coesistere: ciò che è stato diventa trasformazione, il domani è parte dell’oggi, e incarna l’eterno movimento del pianeta e della Storia, individuale e collettiva.
Ogni componimento, in modo assai originale, include come sottotitolo le coordinate GPS del luogo a cui i versi sono dedicati; la raccolta tocca ed esplora, con lo sguardo della poesia, i più lontani angoli del globo. […] Apparentemente, la geografia evocata nella raccolta non segue una rotta prestabilita, l’itinerario si rivela pagina dopo pagina, città dopo atollo, deserto dopo ghiacciaio, boscaglia dopo piazza, e tutta la trama conduce a un’unica coscienza da maturare: l’appartenenza alla Terra (“Siamo noi, è nostro questo posto”), al di là di ogni muro fisico e interiore, e dei condizionamenti che spingono alle categorizzazioni e alle divisioni. Nella dimensione del viaggio l’io poetico trova una collocazione che riduce il senso di sperdimento e di separazione umana; pagina dopo pagina, emerge che un’unica identità appare sensata, possibile e auspicabile, ed è quella umana.
[…] Sul piano estetico, la raccolta si connota per un vivo espressionismo, pur mediante una lingua piana e controllata; il sapiente uso delle metafore (“il Bosforo dall’alto è un grande cesto / di panni da lavare di infiniti punti colorati”) e delle sinestesie (“dove la terra è armonia di fiume / sussurrano le croci della storia”) crea un immaginario strutturato; […] Il ricorso alla paratassi e a chiusure spiazzanti, apparentemente disarticolate, è funzionale alla creazione di stati di sospensione, stupore e allontanamento dal quotidiano e dall’usuale.
A tal proposito, anche le pause testuali diventano uno spazio per accogliere il silenzio e la propria voce intima più sommessa (“il silenzio ci contiene tutti”), mentre la ricorrente figura dell’enjambement echeggia la necessità di non interrompere il flusso, avallando un processo che è tanto fisico quanto interiore: “sospesi sul pozzo dei vermi restiamo / e guardiamo lo sterco / dei buoi la mano che graffia che tende / all’azzurro”.
Per la stessa ragione la punteggiatura è assente, eccezione fatta per il punto finale: la poesia della Trapazzo non contiene recinti, anche a livello formale non fornisce coordinate, al di fuori di quelle geografiche, è nient’affatto normativa, crea una dimensione fluida in cui, lungo i versi, navigano i contenuti. La silloge racchiude evidentemente una metafisica dell’universale, del superamento del limite, anche interiore, spesso autoimposto. I versi, così come il viaggio, sono un invito all’auto-esplorazione e autoconoscenza, per diventare finalmente altro da sé, forse più autentici.
[…] Se Iosif Brodskij nella poesia “Odisseo a Telemaco” scrive che “Le isole, se viaggi tanto a lungo, si somigliano tutte”, alludendo infine alla necessità di non sfuggire al ritorno, per Trapazzo invece non esiste altra casa che non sia quella dell’io immerso nel mondo, in una dimensione di conoscenza e dialogo senza muri né confini. Non a caso si legge in una poesia: “E tornerà la vita senza orli / rinnovata”: quella è l’auspicata meta, l’unico vero ritorno. (Mara Venuto)

All’ombra del castello
(41°24’27.32″N – 13°45’55.89″E)

Non ritornerai
nel paese dei cartelli Vendesi
dove il silenzio ci contiene
tutti
contiene i nomi e il vuoto
delle vite e dei negozi
chiusi

Certi giorni la nebbia avvolge
il campanile e i merli
il sole diventa una pietra
o forse è luna piena – certi giorni
si sfaldano i confini
del pensabile

Ricordo quando c’era luce sul laghetto
(quasi un onsen giapponese)
di rosa e d’arancio vestiva il salice
piangente

– custode del campo, dei sogni e di futili promesse
sussurrate –

e qui oggi la corsa del criceto

sospesi sul pozzo dei vermi restiamo
e guardiamo lo sterco
dei buoi la mano che graffia che tende
all’azzurro.

Il Bosforo dall’alto
(41°07′10″N – 29°04′31″E)

Nelle ore di rumori bianchi di cibo
riscaldato di storie personali pigiate
una accanto all’altra e che mai
s’incontrano

il Bosforo dall’alto è un grande cesto
di panni da lavare di infiniti punti colorati
– navi di ogni dimensione – scorrono
cariche di merci e di frontiere chiuse tra nomi
e ordigni pronti ad avvampare
tra est e ovest tra nord e sud paralleli
e meridiani senza geografia

Quassù – in mezzo alle ore di chi ancora dorme
e di chi già apre le porte del mattino
tutto è sospeso e tutto può succedere
anche che il mondo riunisca i pezzetti
anche che tutto
svanisca

Ha sapore di distanza il cioccolato
offerto da mano con sorriso
prima dell’atterraggio.

Lake, Night – Ohrid
(41°03’N 20°43’E)

e questo lago che assomiglia a un mare

trema la terra tra gli ippocastani trema
sussulta e urla un allarme per strada
la notte di tutte le notti
mi scopro di fuoco fenice mi straccio
la pelle al tuo posto
ancora una volta
e scendono fiori di loto

domani nel naso un nuovo
assoluto di gelsi
precoci
senno sarebbe lasciarli sul ramo

e la terra trema non serba memoria
di ieri e domani di nuovo
lassù qualcuno
sorride di nuovo lassù
scompigliano tutto
terra nuova e sapore di timo

che mi fanno cielo.

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