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Il filosofo Manuguerra legge il libro su Gesù di Domenico Pisana

“L’intento di Pisana è andare oltre l’annuncio operato da F. W. Nietzsche della ‘Morte di Dio”
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In quest’epoca di sbandamento, tipica dei fini secoli (ancor più dei fini millenni) ci sono comunque spiriti lodevoli che, andando contro corrente, tornano ad affermare, con sicurezza e dignità, il valore (assoluto) del Cristianesimo.
Domenico Pisana, poeta, Premio ‘Frate Ilaro’ 2021, è senza dubbio uno di questi uomini e lo dimostra attraverso un’opera che riscopre un antico canone: quello del Dialogo. L’Autore riporta una conversazione immaginaria che si svolge tra due personaggi. Da una parte c’è Miscredenzio, figura che incarna l’uomo della strada, che sia non credente, credente dubbioso o il classico credente comune, quell’uomo superficiale che “vive e questo gli basta”, per usare una felice espressione di Giorgio Gaber (“Il conformista”). Dall’altra parte abbiamo Teofilo, termine derivato dal greco che significa “amante di Dio”.
Dai numerosi sviluppi dei vari dialoghi si delinea la dottrina dell’Autore, il cui intento è quello di scuotere l’uomo contemporaneo, reso sempre più arido dall’incessante progresso tecnologico poiché spinto al di fuori del contesto naturale e avvolto nelle spire di una cultura secolarizzata che lo chiama decisamente al di fuori anche dell’esperienza di Dio.
In altre parole, l’intento di Pisana è andare oltre l’annuncio operato da F. W. Nietzsche della “Morte di Dio”. Innanzitutto, per Domenico Pisana il comandamento etico che investe l’uomo, in quanto animale intelligente, è dare un senso morale alla propria vita attraverso la ricerca della Felicità. È questo, in verità, un concetto assai caro a Dante, perché la Felicità è proprio lo scopo dichiarato del Viaggio della Divina Commedia.
Va detto, però, purtroppo, che oggi il concetto non fila più così liscio come un tempo. Ripreso dalla Costituzione degli USA, esso in realtà ha trovato una pessima riuscita in presenza di culture malefiche. Chi può negare, infatti, che gli attentatori delle Torri Gemelle (tutti residenti negli USA) non abbiano agito in forza di un desiderio spiccato di felicità addirittura paradisiaca? Dunque, se è vero che la Felicità è il nostro destino, andrebbe precisato che il concetto deve essere inteso nell’ottica esclusiva dell’universo cristiano, perché solo il Cristianesimo propone la fratellanza tra gli uomini in senso universale, cioè in forma generale, aprioristica e incondizionata.
È su questo punto preciso che si gioca l’intero destino dell’Occidente. Di grande interesse anche il terzo capitolo del libro, dal titolo “Dio uno e trino: il mistero delle tre persone divine”, dove l’Autore si propone di far luce su uno dei maggiori misteri teologici. Insegna Pisana:

“…Per capire come Dio possa essere uno e trino – fa dire a Teofilo – occorre togliersi i sandali come Mosè sull’Oreb, proprio perché chi vuole entrare nell’esistenza del Dio uno e Trino deve avere l’umiltà e la piena consapevolezza che si tratta di un incontro tra il finito e l’infinito…”.

Ebbene, “togliersi i sandali” è un concetto sapienziale di basilare importanza, che vale ad esprimere la necessità di un irrinunciabile atto di umiltà. Un atto che corrisponde senza dubbio a predisporsi con modalità teologica ai grandi misteri metafisici; una accortezza che i tanti assertori della “favoletta” si guardano bene dal far uso. La conclusione cui perviene il teologo è di rilievo:

“…Credere nel Dio uno e trino, significa credere in un Dio la cui essenza fondamentale è l’Amore. Se la diversità delle Tre Persone divine insegna all’uomo che essere diversi non è un fastidio ma una ricchezza, l’unità fa comprendere che non è la divisione a generare vita, gioia, felicità, ma, al contrario, l’unione intesa come capacità di accogliere l’altro e di accettarlo nella sua diversità…”.

Qui, tuttavia, si deve tornare all’unica piattaforma concettuale possibile, quella cioè definita dal sistema di riferimento rappresentato dall’unico assoluto: la fratellanza universale concepita in forma generale, aprioristica e incondizionata. Diciamo questo perché, al di là degli slanci umanitari dell’Autore, è fin troppo chiara l’impossibilità di una accoglienza rivolta a chi di essere accolto non ha alcuna volontà, laddove a proposito dell’atto dell’ “essere accolto” non si intende affatto il luogo fisico, ma quello mentale: non c’è alcun rimedio verso i malefici “Seminatori di scismi e di discordie” di cui al Canto XXVIII dell’Inferno.
Infine, piace soffermarci sulla considerazione per cui il Dio “Uno e Trino” della fede cristiana non sarebbe il “Dio dei filosofi” (cap. V), perché quest’ultimo non potrebbe mai rivelarsi, all’analisi della fredda Ragione, come il Dio di Misericordia e Amore di cui ci ha parlato Gesù. Ascoltando Odifreddi non si può far altro che pensar così, se non fosse che Odifreddi, a nostro parere, è tutto meno che un filosofo decente. Qui noi crediamo, in tutta sincerità, che il Dio dei Filosofi (quelli con la “F” maiuscola, si veda LD 187) sia in realtà molto più vicino al Dio dei cristiani di quanto non si immagini comunemente. Ma questa non è certo una colpa di Pisana, che è un teologo: la responsabilità delle attuali distanze è tutta della filosofia. Quella con la “f” minuscola.

Mirco Manuguerra

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Mirco Manuguerra è filosofo e dantista, fondatore e presidente del Centro Lunigianese di Studi Danteschi, Rettore della Dantesca Compagnia del Veltro e Direttore del bollettino elettronico mensile ‘Lunigiana Dantesca’.

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