Bufalino tra angoscia e paradosso kafkiani… di Sandra Guddo

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Tra i maggiori scrittori siciliani dello scorso secolo, Gesualdo Bufalino (1920-1996) è certamente l’esponente meno popolare nel senso che la sua scrittura sembra destinata ad un pubblico elitario, non soltanto per le tematiche che affronta nei suoi capolavori “Dicerie dell’untore “vincitore del Premio Campiello nel 1981 e “Le Menzogne della notte” vincitore del premio Strega nel 1988.
Tale ostracismo va addebitato non tanto alla trama delle vicende narrate ma, sostanzialmente, alla forma espressiva scelta dall’autore che utilizza un lessico per nulla familiare ma, al contrario, estremamente complesso e astruso, a tratti, anche barocco. Insomma, un registro linguistico troppo alto per il lettore comune, come mette ben in evidenza lo stesso Leonardo Sciascia che fu grande estimatore dello scrittore comisano.
É lo stesso Gesualdo Bufalino a spiegare tale scelta! La realtà è complessa, estremamente complicata, a volte, addirittura incredibile e inverosimile, perciò, non è possibile utilizzare un linguaggio semplice e piano ma occorre eccellere utilizzando e ripristinando la più alta tradizione letteraria di destinazione elitaria. Come scrive lo stesso Bufalino, per rispondere alle critiche avanzate a tale riguardo:
E dopotutto il registro alto, lo scialo degli aggettivi, l’oltranza dei colori, mi pareva, e pare, il modo che ci resta per contrastare l’ossificazione del mondo in oggetti senza qualità e per restituire ai nostri occhi ormai miopi il sangue forte delle presenze e dei sentimenti”.
Il pensiero di G. Bufalino ci appare estremamente attuale se è vero che nel terzo millennio è in atto una strisciante omologazione dei gusti e delle mode. Di ciò non può non risentirne il registro linguistico che appare sempre più appiattito verso il basso e, talvolta, poco aderente alla realtà, ma teso all’iperbole e all’esagerazione in quanto ormai lo scopo principale della comunicazione appare quello di stupire e suscitare meraviglia più che narrare la realtà nei suoi aspetti più profondi. Il linguaggio dei media è quanto di più superficiale possa esistere e Bufalino, come un antesignano, sembra schierarsi contro questa nuova modalità di comunicazione, legata essenzialmente al linguaggio pubblicitario della comunicazione occulta.
E, d’ altra parte, come potrebbe funzionare un registro di questo tipo quando si affrontano temi legati a situazioni esistenziali che sfiorano il paradosso e sembrano dominati dall’angoscia e dal principio della morte? A questo punto il richiamo a Franz Kafka (1883-1824) appare inevitabile con particolare riferimento al suo capolavoro: “Il processo”.
Come ebbe a scrivere Giulio Rao, “Il Processo” “è il capolavoro dello scrittore boemo che più di ogni altro ha dato voce ai dubbi, alle angosce, alle inquietudini dell’uomo moderno” -.
Sulla stessa lunghezza d’onda si pone Bufalino con i suoi capolavori, riproponendo tematiche dove il senso della morte e della colpa per essere in vita pesano come cappa nefasta su tutti i personaggi in modo alienante e crudele.
Già ne “Le dicerie dell’untore” si respira quest’atmosfera di morte incombente su tutti gli ospiti del sanatorio La Rocca di Palermo, malati di tisi polmonare, a cui nessuno può sfuggire e se qualcuno si salva, come il protagonista, di cui non viene mai citato il nome per tutto il romanzo, egli percepirà la sua sopravvivenza come una colpa!
E ciò perché nascere e vivere è una colpa: l’uomo è un essere estremamente colpevole, venuto al mondo senza averlo chiesto e senza essere assolutamente consapevole di quale sia la sua origine e la sua destinazione finale se non la stessa morte oscura, senza redenzione. In Bufalino, come in Kafka, la presenza di un Dio Padre che accoglie nel suo regno i defunti morti nel suo nome, è negata! E se Dio esistesse, Egli sarebbe disperato per avere creato un essere talmente imperfetto qual è l’uomo.
Appare evidente che lo scrittore comisano, in qualche modo, abbia risentito dell’influenza del pensiero di Kafka e del suo romanzo “Il Processo” pubblicato nel 1925 ma tradotto in italiano dieci anni dopo.
A nostro avviso a Bufalino, grande divoratore di libri europei, non può essere sfuggita l’opera di Kafka e nemmeno il pensiero del filosofo tedesco Martin Heidegger ( 1889-1996) , fondatore dell’esistenzialismo ontologico e fenomenologico e della sua opera principale“ Essere e tempo” in cui l’uomo è comunque colpevole per il solo fatto di esistere e di vivere il suo tempo cercando di dimenticare il tormento di non sapere come e perché egli viva, da dove viene e dove va la sua esistenza finalizzata alla morte che diventa, a un certo punto della sua speculazione filosofica, l’unica realtà certa nella quale non è possibile essere sostituiti. Per dirla con il linguaggio popolare “tutti siamo necessari ma nessuno è insostituibile”. Soltanto al momento del trapasso ognuno di noi non può essere sostituito. Ciò vuol dire che il solo momento autentico della nostra esistenza è la morte; tutto il resto è menzogna!
Ecco che i romanzi di Bufalino, pur avendo una cifra identificativa di matrice siciliana, in quanto nell’isola in concetto di morte è molto presente anche nelle tradizioni popolari, acquistano respiro europeo al pari dei grandi scrittori d’oltralpe.
Mi piace ricordare che, in uno dei suoi più celebri aforismi, Bufalino ebbe a scrivere: “Se l’uomo è infelice, Dio è disperato” e anche “La morte è un esilio oppure un rimpatrio?
Sia ne “Le dicerie dell’untore “che ne “Le menzogne della notte” il tema ossessionante è quello della morte ma anche della ricerca della verità.
Già negli stessi titoli è più o meno dichiarata l’intenzione dell’autore di ricercare la verità, ma essa appare irraggiungibile e indecifrabile. Infatti, il concetto di “Diceria” ci orienta verso l’incapacità umana di poter arrivare ad affermazioni non contestabili ed universalmente condivisibili mentre il concetto di Menzogna richiama inevitabilmente, se non altro per contrapposizione, al concetto di verità. Ma essa non soltanto è sfuggevole ma addirittura paradossale in quanto per definizione, il paradosso è in netta collusione con il sentire comune basato sull’esperienza.
Da ciò verrebbe consequenziale ascrivere sia l’opera di Bufalino che quella di Kafka nella corrente letteraria nota come realismo magico.
Ciò in quanto le situazioni narrate con incredibile realismo si fondano sul paradosso ma con una tale perizia e astuzia letteraria da parte degli autori che, alla fine, il lettore si abitua a tali stranezze e finisce per crederle possibili.
Non è forse paradossale che il signor K. venga processato e infine condannato a morte senza mai conoscere il capo di imputazione né i giudici supremi che hanno decretato la sua condanna in base ad una Legge suprema di cui sfugge la logica? Eppure, una logica ci deve essere se, infine, il signor K., ritenendosi colpevole, collabora con i suoi aguzzini nel momento estremo dell’esecuzione facilitando il loro compito di boia!
Lo stesso paradosso si ritrova ne “Le menzogne della notte” in cui si narra la vicenda assurda di quattro prigionieri, rinchiusi in un carcere costruito su un isolotto sperduto nel mare Mediterraneo, non si sa esattamente dove né in quale periodo storico. Costoro, in attesa di subire la pena capitale attraverso la decapitazione, non conoscono le proprie colpe, ma sembrano avere accettato l’esecuzione finale poiché, addirittura, collaborano con il boia e accolgono la sua proposta di raccontare a turno episodi della loro vita in cui sono stati felici o, quanto meno, hanno creduto di esserlo!
I quattro condannati sono: il barone Corrado Ingafù, il poeta Saglimbene, il soldato Agesilao degli Incerti, e lo studente Narciso Lucifora; costoro moriranno per mano del boia, detto Sparafucile, ossimoro perfetto per chi, per uccidere, userà una lama tagliente e non un’arma da fuoco come suggerito dal suo nome.
Il paradosso è servito!

Sandra Guddo

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