Personaggi degli Iblei di ieri….di Domenico Pisana

Il modicano Salvatore Puma, il poeta cantastorie
Tempo di lettura: 2 minuti

Un personaggio del Primo Novecento che merita di essere recuperato alla memoria contemporanea, è Salvatore Puma, poeta dialettale autodidatta cui è stata anche intestata una piccola piazzetta a Marina di Modica, e padre del noto poeta modicano che vive a Milano, Giuseppe. Salvatore Puma, nato a Modica il 1 gennaio 1907, primo maschio di otto figli, visse una vita attraversata da tre fasi diverse: la prima, quella più dura, lo vide lasciare la scuola per fare il custode di armenti ed immergersi in una attività lavorativa faticosa, intensa, fatta di sacrifici e solitudine.
La seconda fase vide un salto qualitativo: a 17 anni, infatti, Puma venne assunto alle dipendenze di un nobile cavaliere possidente che gli affida l’incarico di sovrintendere alla gestione della propria residenza nobiliare e di occuparsi di vari compiti domestici: dall’approvvigionamento idrico alla sorveglianza del personale di servizio. Sono questi gli anni nei quali Puma ha la possibilità di entrare in una dinamica relazionale e culturale significativa per la sua crescita, perché gli offre stimoli che lo mettono a contatto con il patrimonio della classicità contenuto nella biblioteca del suo datore di lavoro. Operando per lungo tempo dentro una casa gentilizia, è naturale che egli si impadronisse di strumenti culturali per dar voce al suo poetare.
La terza fase della vita di Puma fu quella che lo vide, a 47 anni, fare una esperienza lavorativa presso un albergo-ristorante di Ragusa, che nel 1955, lo indusse ad esercitare la libera attività dopo aver acquistato una licenza di esercizio per la vendita di generi alimentari nel centro storico di Modica. Egli fece del suo negozio, ubicato nei pressi della Chiesa di San Pietro, una sorta di “spazio poetico”: qui, infatti, tra una vendita ed un’altra, componeva versi e, a volte, li declamava anche alla sua clientela affezionata, arrivando anche ad inserire le sue rime nella piccola bacheca della prima colonna della scalinata di San Pietro. Per oltre 30 anni svolse pertanto una attività commerciale che gli offrì la possibilità di relazionarsi con gente anche di rango, cui non mancava di far ascoltare i suoi versi. Puma muore nel suo quartiere di origine il 2 agosto 1986.
Puma scriveva in dialetto. Pur essendo un autodidatta, riuscì a fare una operazione intelligente, e cioè quella di inserirsi all’interno della tradizione letteraria della lingua siciliana, alla luce, sicuramente, della sua collaborazione alla rivista letteraria “Po’ t’u cuntu”, edita dall’Accademia dialettale siciliana Giovanni Meli. Egli, pertanto, non indugia solo sul dialetto “di area geografica”, ma sceglie anche la parlata siciliana come “koiné comune” per testimoniare la sua sicilitudine, e quasi con l’intento di affermare che la parlata siciliana non deve essere considerata come dialetto ma come lingua a pieno titolo, per due ragioni:è nata con il popolo siciliano, è rimasta intatta nelle sue caratteristiche e peculiarità durante i secoli e gode della propria Grammatica e del proprio Vocabolario.
Salvatore Puma uscì in volume nel 1981 con la pubblicazione della raccolta Poesie siciliane. Nel 2007, in occasione del centenario della sua morte, è uscito il volume di poesie dal titolo I passi del poeta.
Ma quali sono i temi che Puma canta nella sua poesia?
La sua versificazione si snoda su vari versanti tematici che evidenziano con chiarezza come egli sia un “poeta di cose e non di parole”, un poeta di chiara incisività semantica. Il quadro socio-antropologico dentro il quale egli situa i suoi versi dipingono un orizzonte di “civiltà contadina” nel quale si stagliano figure varie, quali “Lu viddanu”, “l’orbu e la crapa”, “lu vicchiareddu”, “u cacciatori dispiratu”, “l’urfaneddu” “u carciratu” “a cummari”,.l’amicu ‘micratu” ; la geografia lirica del suo raccontarsi è, in sostanza, segnata da una quotidianità nella quale il sentimento diventa quasi l’espressione di una sensibilità profetica, quella, cioè. di farsi portavoce della collettività, di cantare il dramma, le vicende, le inquietudini e le sofferenze, i valori e la semplicità di un mondo semplice.
Dentro questa dinamica di contenuti poetici, risaltano particolarmente significative alcune caratteristiche della poesia di Puma. La prima caratteristica è l’umanizzazione delle cose e degli oggetti. Egli, infatti, riesce pure ad umanizzare oggetti inanimati, come nel caso della poesia Finestra abbannunata, ove il dato analogico con l’esistenza umana è rilevante e fortemente presente. La descrizione della finestra, sula, sulidda…, sculurata, , ridutta disulata, ove sulu lu vermi pasci e si spassìa, sembra ricostruire, attraverso una correlazione con gli oggetti, la parabola dell’uomo, che, proprio come la finestra, perde di consistenza, si smarrisce in mezzo alle intemperie della vita, si riduce a “cosa priva di senso” calpestata della negatività delle esperienze umane.
Nel vernacolo di Puma c’è poi una seconda caratteristica che è quella di una scrittura memoriale che ha nel rimpianto e nel ricordo una sua connotazione essenziale. Fatti e accadimenti si sono disegnati nella sua memoria in modo indelebile. Nelle poesie Rimpiantu e Vecchi rigordi, ad esempio, Puma testimonia proprio che i ricordi sono qualcosa di inesauribile, di insopprimibile, di consolatorio; i ricordi sono identità e conoscenza; sono una corda di ricongiungimento tra il passato e il presente (Vola lu ma pinseru a lu passatu, quannu cantavi tu, duci Maria).
Terza caratteristica della poesia di Puma è il senso etico-religioso, espresso in alcune liriche come “Davanti a lu monumentu a l’Immaculata a Modica”, “Notti di Natali”, ”Lu crucifissu”. L’orditura dei versi è semplice e lineare, il tono pacato, le atmosfere sono godibili e giuocate su dinamiche interiori in cui la fede si esprime senza incrostazioni intellettualistiche (“Osanna” tutti ‘n coru nui cantami/ccu fidi, divuzioni e ccu firvuri, in Notti di Natali); il ritmo, nonostante alcuni appesantimenti, è sempre controllato e teso a scandire il contenuto tematico nella sua oggettivazione lirica.
Puma riesce, nei suoi versi dal piglio religioso, ad aprire l’orizzonte di una fede che non si traduce in proclami folklorici, ma che sa indirizzare lo sguardo su coloro che in momenti di festa, come il Natale, vivono forti sofferenze umane. E’ il caso della madre che piange il figlio militare disperso in Russia, nel cui dolore Puma sa immedesimarsi esprimendo quasi, attraverso il canto poetico, la sua solidarietà.
La poesia di Puma non è priva, certo, di toni più dimessi, di ridondanze, accavallamenti lessicali e di indugi descrittivi, ma non vi è dubbio che piace perché si offre connotandosi come “creazione didascalica” che viaggia all’interno di uno scenario in cui ciò che più conta è la fisicità dell’esistente; i versi esprimono più che una dichiarazione di poetica un modo di vedere la realtà, un sentire popolare dispiegato attraverso i ricordi, il sentimento delle persone, il valore analogico delle cose, l’ermeneutica degli stati d’animo dei personaggi riportati sulla pagina, la rievocazione di un microcosmo che la sensibilità lirica di Puma riesce a oggettivare ricorrendo a “parole-tema” ove tutto è disposto con nessi strutturali che simultaneamente s’intrecciano e si discostano obbedendo ad un principio interiore ordinatore.
Il dialetto di Salvatore Puma è vivo, colorito, parla la lingua della gente, riflette i luoghi della sua terra, riproduce l’atmosfera di una civiltà superata da un punto di vista sociologico ma ancora capace di offrire al mondo contemporaneo la purezza di alcuni sentimenti e la bellezza di valori che rimarranno indelebili nel tempo. I suoi versi ci offrono un percorso poetico dove l’ambiente stesso è vita, dove gli affetti, le amicizie, i rimpianti, il dolore, la speranza e l’attesa sono gli ingredienti dell’avventura dell’esistenza umana, nella quale Puma, con il suo canto dialettale, appare un poeta cui piace fare esperienza tra la gente con il suo canto d’amore. La poesia siciliana di Puma, dunque, è nel contempo canto dell’anima e documento fotografico di una realtà della Sicilia, quella di Modica e della terra della Contea, ove egli ha vissuto, si è formato ed ha attinto i supporti valoriali del suo cammino.
L’autodidatticità non ha sicuramente impedito a Salvatore Puma di apparire un cantastorie dalla “inventio” agile e fascinosa, un uomo che ha saputo “narrarsi e narrare” dando forza ai sentimenti e alle suggestioni della sua terra con una scrittura popolare che vale principalmente per i contenuti che offre e per la sua capacità di umanizzare gli oggetti, di trasfigurare e di trascendere la realtà, superando l’idea che la poesia dialettale debba essere considerata figlia di una Musa minore.
Concludiamo con due testi poetici di Puma. Il primo che descrive la figura del villano, il secondo che fa riferimento ad una poesia religiosa che richiama la statua della Madonnina dell’Immacolata, ubicata a Modica in piazza Corrado Rizzone

Lu viddanu

Prestu ni la matina si risvigghia,
ancora ‘n celu brillunu li stiddi.
Lu fidi cumpagneddu sò si pigghia,
lu zappuneddu e autri so stigghi.
Un pani, quattru alivi e ‘na cipudda,
lu pranzu su’ già ppi ‘na jurnata.
Travagghia e la so testa nun si smidudda
sinu ca lu suli arriva a la cuddata.
E dopu si ricogghi a la scurata
stancu, vagnatu tuttu di sudura.
‘Na scutedda di favi è la manciata,
‘ncarratedduzzu ‘i vinu e si ristura.
Modica, 1954

La poesia Lu viddanu è un bozzetto di grande efficacia lirica. Il piglio dei versi è realistico e descrittivo e dice tutt’altro rispetto a quello che nel contesto culturale odierno si intende; se oggi essere “viddanu” indica un essere rimasto indietro, un’incapacità di acculturazione e, quindi, un disvalore, il contesto in cui Puma partorisce i suoi versi dà ad essi una forza semantica e valoriale di altro rilievo: “lu viddanu” ha una funzione “segnica”, è la simbologia di una cultura nella quale l’austerità e la ristrettezza di vita ( “U pani, quattro alivi e ‘na cipudda”..) non fa perdere la dignità, ma fa rimanere ancorati all’onestà del lavoro, al sacrificio, alla capacità di saper dare sapore a cose semplici( “Na scutedda di favi è la manciata”) .e di saper gioire, al termine di una giornata faticosa, di fronte a “ ‘ncarratedduzzu ‘i vinu”.
“Lu viddanu” di Puma è la rappresentazione di una cultura che si scontra con un portato di stampo illuministico: la fuga dal sacrifico, tanto accentuata nella società di oggi, che spesso inculca una pedagogia demagogica e una comunicazione educativa in cui si afferma che la scienza ci redime e ogni fatica sarà tolta, per cui il consumismo esasperato, la ricerca del piacere senza limiti, la corsa affannosa all’effimero si sostituiscono al “pani quattro alivi e ‘na cipudda” del poeta cantastorie.

Davanti a lu monumentu a l’Immaculata a Modica

Oh Madunnuzza di l’Immaculata,
ca di li celi sita la Riggina,
Modica a vui s’è consacrata
sutta la vostra maistà divina.
‘Ncentru la piazza Curradu Rizzuni
un monumentu v’hannu dedicatu.
Lu populu ca passa di’ddu riuni,
spingi lu sguadu, nni resta ‘ncantatu.
Vidennu ‘dda scultura tanta bedda,
di marmu pregiatu lu cchiù finu
e ‘na li pedi c’eni ‘na funtanedda,
ca spruzza l’acqua sempri di cuntinu.
‘Na vasca ccu li pisci l’abbillisci,
circundata d’albiri e çiuri.
La fidi a Madonna nun finisci
cca l’aduramu ccu tantu firvuri.
“Ave”, c’è scrittu a caratteri d’oru,
‘na li culonni lu nomu “Maria”.
“Ave” nui ricitanu tutti ‘n coru,
la cchiù bedda prijera ca cci sia.
Natale, 1957

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