Il libro su Lorca curato da Lorenzo Spurio… di Domenico Pisana

“Il canto vuole essere luce. Leggendo Federico García Lorca”, Bertoni editore, 2020
Tempo di lettura: 2 minuti

Un volume pregevole dedicato a Federico Garcia Lorca, ha visto di recente la luce per mano del poeta e critico letterario Lorenzo Spurio, il quale, avvalendosi della collaborazione di diversi autori, ha curato e arricchito il profilo di un grande poeta della letteratura mondiale.
“Il canto vuole essere luce. Leggendo Federico García Lorca”, Bertoni editore, 2020, è il titolo dell’opera curata da Spurio, nativo di Jesi(AN), che ha al suo attivo numerosi saggi critici, prevalentemente di letteratura straniera, nonché raccolte di poesia e collaborazioni a riviste letterarie, e che è altresì Presidente dell’Associazione Culturale “Euterpe”, della quale sono lieto di essere socio onorario.
In questo volume egli modula voci diverse che convergono nell’unità di un sentire finalizzato a delineare angolature e prospettive della grande produzione del poeta spagnolo. A occuparsi di Garcia Lorca, nella prima parte del volume, sono, infatti, gli interventi critici di Lucia Bonanni, Cinzia Baldazzi e Francesco Martillotto nonché quelli di sua mano; si tratta di saggi che hanno il pregio di evidenziare la figura di Lorca come “poeta-artista” che riesce a vivere mettendo insieme, con una chiara circolarità ermeneutica, poesia e musica, poesia e teatro, poesia e impegno civile.
Tutti i contributi critici inseriscono Lorca nell’orizzonte della tradizione poetica del primo Novecento spagnolo, la quale ci dà un quadro caratterizzato da affacci poetici molto originali e spesso anche estremizzati nella direzione del reale, atteso, del resto, – come fa rilevare Oreste Macrì, uno degli studiosi più appassionati della poesia ispanica, che “le esperienze più avanzate – naturalismo – neoromanticismo, surrealismo, realismo marxista toccano in Spagna l’estremo della polemica e della validità poetica, nei vari nomi di Neruda, Aleixandre, Larrea, Lorca, Alberti”.(1)
A questi poeti potremmo anche aggiungere Guillermo de Torre, Gerardo Diego, Miguel de Unamuno, Gongora e Antonio Machado, per andare ancora ai grandi poeti della Rinascenza catalana Verdaguer e Guimerà.
Ci piace constatare, stante l’analisi critica di Francesco Martillotto, come Garcia Lorca fosse pienamente consapevole del fatto che “con la musica si esprime quello che nessuno sa o può definire” e che la “musica è il campo eterno delle idee”, come del resto risulta “già rintracciabile – scrive Martillotto – nella sua prima opera , Impresiones y paisajes , nella quale le immagini musicali appaiono nella scrittura come contrappunto ad altri elementi del testo o come completamento e servono a circoscrivere o ad ampliare il senso, il significato di altre immagini poetiche con effetto di riecheggiamento, di ritmo, di cadenza”(2).
L’analisi di Martillotto testimonia, in fondo, come nel tessuto sociale spagnolo l’identità del poeta fosse quella dell’“artista totale”, cioè di colui che è presente pienamente nella vita sociale della sua terra e che s’impone non solo per i suoi versi ma anche per esperienze e composizioni musicali, per la realizzazione di opere figurative e, financo, di cura di spettacoli.
La stessa prospettiva si deduce dall’intervento critico di Lucia Bonanni, la quale, scrivendo di “tradizioni popolari, di poesia e teatro” mette bene in luce quanto appassionato fosse Lorca del teatro di azione sociale, tant’è che la studiosa afferma che l’esperienza de “La Barraca” “rappresenta il contributo del poeta verso la politica culturale della Repubblica mediante i principi di libertà e progresso sociale(…) e che la fine dell’attività de ‘La Barraca’ coincide con l’inizio della guerra civile spagnola nel 1936.”(3)
Per Garcia Lorca il teatro era in effetti una sorta di “tribuna libera” che doveva farsi carico del dramma della gente, tant’è che egli così si esprime:

“…Il teatro è uno degli strumenti più espressivi e più utili per la formazione di un paese, ed è il barometro che ne segna la grandezza o la decadenza. Un teatro sensibile e bene orientato in tutti i rami, dalla tragedia al vaudeville, può cambiare in pochi anni la sensibilità del popolo e un teatro decadente dove gli zoccoli si sostituiscono alle ali può immiserire e addormentare una nazione intera.
Il teatro è una scuola di pianto e di riso, è una tribuna libera dove gli uomini possono mettere in evidenza morali vecchie o equivoche e spiegare con esempi vivi norme eterne del cuore e del sentimento umano. Un popolo che non aiuta e non favorisce il suo teatro, se non è morto, è moribondo; così il teatro che non raccoglie il palpito sociale, il palpito storico, il dramma delle sue genti e il colore genuino del suo paesaggio e del suo spirito”. (4)

Un ulteriore sviluppo critico di questa dimensione del teatro in Lorca, si evidenzia nella dissertazione critica di Lorenzo Spurio, il quale mette in rilievo come il poeta non fosse un “utopista” né un “qualunquista”, ma un poeta attento alla vita sociale del suo paese, un artista portatore di una esperienza politico-sociale particolarmente sensibile nei confronti delle persone emarginate, come i gitani e gli arabi cristianizzati d’Andalusia in cui vedeva riflessa la sua componente granadina; un uomo con una forte e sensibile attenzione verso la condizione dei neri d’America e verso l’immagine della natura calpestata dall’ingordigia del modello capitalistico.
Lorca fu infatti considerato, per molto tempo, un “señorito de izquierda”, un artista fortemente orientato su posizioni ideologiche marxiste; la sua immagine fu da diversi critici definita come quella del “poeta comunista” tout court.
In realtà, se è vero che García Lorca fu vicino alla problematica sociale a favore dei poveri e degli emarginati, è pur vero che fu contrario a ogni forma di dogmatismo e fede politica estrema, tanto di destra quanto di sinistra, tant’è che, sollecitato più volte dalla coppia Rafael Alberti e María Teresa León, si rifiutò di firmare manifesti di fede marxista; vero è altresì, come scrive Lorenzo Spurio – che “In campo teatrale Lorca dimostrerà, sfidando a testa alta l’ideologia reazionaria che avrebbe ben presto preso l’intero controllo e azzerato posizioni differenti, quanto il suo legame con l’altro fosse sentito e radicato nella profondità di vedute, nell’empatia relazionale, nella grande fiducia in un mondo di condivisione” (5).
Emerge, dunque, leggendo Garcia Lorca, la figura del poeta che non è chiuso nella sua torre eburnea, nelle sue speculazioni intellettualistiche, nella magia delle sue alchimie, ma assume il volto di colui che con la sua parola poetica scava, divelle, sferza e vive pienamente coinvolto nel tessuto sociale, politico e culturale del suo tempo, incarnando una poesia sociale con la quale egli “batté il pugno con tutta la sua forza”, schierandosi sempre dalla parte dei più poveri alla ricerca della giustizia e fino al sacrificio. Del resto, se così non fosse stato, non avrebbero senso le parole contenute in una intervista rilasciata da Lorca ad Alardo Prats su “El Sol” del 15 dicembre 1934, ove il poeta granadino afferma:

“A questo mondo io sono e sarò sempre dalla parte dei poveri. Sarò sempre dalla parte di coloro che non hanno nulla e ai quali si nega perfino la tranquillità del nulla (…) Nel mondo non lottano più forze umane, ma telluriche. Se mi pongono su una bilancia il risultato di questa lotta; in un piatto il tuo dolore e il tuo sacrificio, e in un altro la giustizia per tutti, pur con l’angoscia di un futuro che non si pronostica, ma non si conosce, io su quest’ultimo piatto batto il pugno con tutta la mia forza”. (6)

Molto interessante anche lo studio critico di Spurio sul volume di Lorca Poeta en Nueva Yorh (1940), ove il poeta spagnolo fa proprio il dramma di una complessità sociale estrema e – come scrive Lorenzo Spurio – “si fa cantore di uno spazio inospitale che l’uomo stesso ha creato degradando la sua natura, asservendosi alle logiche di usura e del commercio(…)Si fa bardo della problematicità del vivere, dell’incongruenza esistenziale, voce dell’uomo schiavo, della cosificazione e schematizzazione delle esperienze”. (7)
Stimolante anche l’intervento di Cinzia Baldazzi, che ci fa entrare nella dinamica dell’amore di Lorca (“L’amore si ridesta nel suo grigio ritmo”), e ci fa cogliere quadri di natura della poesia lorchiana all’interno di “un crescendo magico e misterioso di paradigmi di vocabolo e di pertinenza, coerenza di lessico e informazioni in strofe o in prosa, persuasive al suono di un canto non estinto”(8).
Ad arricchire questo libro è anche la seconda parte, ove sono presenti vari testi poetici di autori coetanei e amici di Federico García Lorca, i quali gli dedicarono poesie e composizioni commemorative.
Spiccano, tra l’altro, testi in lingua originale (e tradotti in italiano) di Rafael Alberti, Manuel Altolaguirre, Luis Cernuda, Miguel de Unamuno, Miguel Hernández, Antonio Machado e Pablo Neruda. Di quest’ultimo ci piace riportare la bellissima Ode a Garcia Lorca, tradotta dal Nobel Quasimodo, e il cui incipit appare già una dichiarazione programmatica:

“Se potessi piangere di paura in una casa solitaria,
se potessi cavarmi gli occhi e divorarli,
lo farei per la tua voce d’arancio in lutto
e per la tua poesia che esce come grido…”
(Ode a Federico Garcia Lorca -Traduzione di Salvatore Quasimodo)

Nella terza e ultima sezione del libro, infine, si trova una serie di poesie scritte da autori contemporanei, tutte dedicate a Federico García Lorca; si tratta di poesie di Lorenzo Spurio, Lucia Bonanni, Luisa Ferretti, Emanuele Marcuccio, Michela Zanarella, Daniela Raimondi, Giorgio Voltattorni, delle quali citiamo alcune passaggi:

Ali di vaporoso verde,
pettini concentrici
si schiantano nel mare
in rigurgito azzurro
(Emanuele Marcuccio)

“…La mia dimora è l’ambiente, l’anziano ulivo,
l’olivo e la screpolata corteccia, la radice
magnifica e atroce e la foglia a forma di lancia:
cercatemi là, non lontano dal limoneto nauseante
dove sosto ad abbeverarmi del nettare acido
per tornare a vagare nei dintorni confusi
e abitare smanioso ogni luogo del campo.”
(Lorenzo Spurio)

“…Nel tuo cuore
di raso
rose frantumate e grani di salsedine
a imperlare l’anima redenta…
(Lucia Bonanni)

“Si è commossa anche l’aria
nella purezza della tua luna
e tu avresti voluto essere
quel bambino tra i gitani
pronto a spalancare gli occhi
e a vegliare il vento
senza nostalgie di sogno…”
(Michela Zanarella)

Non vedo la Luna
Dov’è la luna?

Forse è annegata
nei profondi calamai
delle stelle,
o forse ha smarrito
le strade del Cuore
Antico…

Non vedo la Luna…
Su, scudieri, conducetemi
Il cavallo più veloce!
(Giorgio Voltattorni)

…E’ poesia cristallina e sensualità oscura.
E’ musica che piange il canto della natura.

Federico è una rosa gitana
che sanguina una terra sconfinata…
(Luisa Ferretti)

“…L’America rideva con denti di diamante,
seguiva a occhi chiusi il sibilo osceno dei serpenti.
Ricordi, Federico? Volevi lasciar crescere i capelli,
sognare fino a scordare la ferita.
Guardavi le donne del Bronx
crescere piccoli feti in vasi di terracotta…”
(Daniela Raimondi)

Da “ricordo dei poeti” e dalle “poesie per Federico” emerge con chiarezza che Federico Garcia Lorca è stato un artista geniale, a tutto tondo; lui stesso, del resto, spiegò il suo concetto di poesia richiamando l’immagine del fuoco: “Yo tengo el fuego en mis manos”, diceva per definire l’origine della sua poesia. Intervistato da Gerardo Diego, egli, infatti, così esponeva il suo pensiero sulla poesia:

“Ma che cosa vuoi che ti dica della Poesia? Cosa vuoi che dica di queste nubi, di questo cielo? Guardare, guardare, guardare, guardarlo e nient’altro. Capirai che un poeta non può dir nulla sulla Poesia. Lasciamo pure dire ai critici e ai professori. Ma né tu nei io né alcun altro poeta sa cos’è la Poesia. Sta qui; guarda. Ho il fuoco nelle mie mani. Lo sento e lavoro con lui perfettamente, ma non posso parlare di lui senza letteratura”. (9)

E questo fuoco Garcia Lorca lo diffuse lungo le strade della vita; in un’intervista rilasciata a Felipe Morales, apparsa su La voz del 7 aprile 1936, così infatti si esprimeva:

“La poesia è qualcosa che va per le strade. Che si muove, che passa al nostro fianco. Tutte le cose hanno il loro mistero, e la poesia è il mistero che contiene tutte le cose…Per questo non concepisco la poesia come astrazione, ma come cosa realmente esistente, che mi passa accanto” (10).

Il fuoco che Lorca ha tenuto nelle sue mani è stato il fuoco della “profezia”, di una poesia profetica che ha guardato lontano, oltre il tempo, tant’è che egli così scriveva:

“So che la verità non la possiede chi dice «oggi, oggi, oggi», mangiando il pane vicino al fuoco, ma colui che serenamente guarda, lontano, la prima luce nell’alba della campagna. Io so che non ha ragione chi dice: ‘adesso, subito’, con gli occhi fissi alle piccole fauci del botteghino, ma colui che dice ‘domani, domani domani’, e sente arrivare la nuova vita palpitante sul mondo.” (11)

Questo volume ha il merito di aggiungere senza dubbio particolari interessanti e testimonianze esemplari sull’itinerario poetico-artistico di Lorca, facendo risaltare la capacità del poeta spagnolo di ascoltare le sue voci interiori e mostrarsi cantore di ogni cosa esistente: la vita, la morte, l’amore, la fede, gli alberi, la sua chitarra, la sua tristezza. Egli è stato – e prendo a prestito Pablo Neruda – “una sorta di riassunto delle età della Spagna, un prodotto arabico-andaluso che illuminava e profumava”:

“Che poeta! – Non ho mai visto riunite, come in lui, la grazia e il genio, il cuore alato e la cascata cristallina. Federico era lo spirito scialacquatore, l’allegria centrifuga, che raccoglieva in seno e irradiava, come un pianeta, la felicità di vivere. Ingenuo e commediante, cosmico e provinciale, timido e superstizioso, singolare musicista, splendido mimo, raggiante e gentile: era una sorta di riassunto delle età della Spagna, della fioritura popolare; un prodotto arabico-andaluso che illuminava e profumava, come un gelsomino, tutta la scena di quella Spagna, ahimè, scomparsa…” (12)

Il libro Il canto vuole essere luce è, concludendo, un’opera che ci fa intravedere sicuramente, fra l’altro, alcune tappe fondamentali dell’itinerario poetico di Lorca: una “neo-popolare”, e la seconda “surrealista”.
Le poesie del primo Lorca coincidono infatti con la realtà spagnola andalusa, con un largo utilizzo di musiche e canti tradizionali; si riferiscono ad un ambiente semplice, della campagna, tant’è che le principali opere di questo periodo sono “Libro de poemas“, “Poema del cante jondo”, opere che hanno forti caratteristiche della generazione del ‘27 e che contengono un insieme di poesie singole che sono tra di loro collegate; anche “Romancero gitano” va in questa direzione: il protagonista è sempre lo stesso: un gitano affamato, figura semplice ed innocente che lotta contro le costrizioni e le norme sociali.
Del secondo periodo, quello surrealista, invece meritano particolare attenzione le opere: “Poeta a Nueva York”, (1930-31) pubblicata nel 1940, dove si riflette sul ruolo dell’uomo, descritto quale ingranaggio di un processo più grande; e ancora “Llanto por Ignacio Sànchez Mejìas” e “Sonetos de amor oscuro” (1936), opera incentrata sull’erotismo omossessuale più drammatico.
Insomma, un volume di pregio che si aggiunge ai tantissimi studi critici su Lorca, e che ci restituisce il cavaliere della luna che – direbbe Jorge Guillén – “metteva in contatto con la creazione”; il romancero gitano, il poeta amante della vita, il poeta della libertà e delle “musicali risonanze andaluse”, il poeta dal respiro universale, senza confini e senza tempo, la cui parola passa dall’ambito personale, dall’Io interiore all’umanità intera; il poeta che cerca di scoprire le verità nascoste, utilizzando la parola come forza magmatica per disvelare le apparenze, per rimuovere gli steccati e i filamenti d’inganno che poggiano sopra le cose e gli eventi della vita; il poeta che poteva dire con consapevolezza esistenziale che “La poesia esiste in tutte le cose, in quelle brutte, in quelle belle, in quelle ripugnanti; la difficoltà consiste nel saperla scoprire…”(13)

______________
Note
(1)N. Muschitiello –V. Bagnoli, L’Europa dei poeti, Cooperativa lIbraria Universitaria Editrice Bologna, 1999.
(2)cfr. F. Martillotto, Tra musica e poesia: gli inizi, in AA.VV Il canto vuole essere luce. Leggendo Federico Garcia Lorca, a cura di Lorenzo Spurio, Bertoni Editore, 2020, p.23.
(3) L. Bonanni, Quando sale la luna: tradizioni popolari, poesia e teatro, in AA.VV Il canto vuole essere luce. Leggendo Federico Garcia Lorca, a cura di Lorenzo Spurio, Bertoni Editore, 2020, p.35.
(4) F. Garcia Lorca, Parole sul teatro, in, Impressioni e paesaggi, a cura di Carlo Bo, Passigli Editori, 1993, pp. 89-93.
(5) L. Spurio, Donne che lottano: del civile nel teatro lorchiano, in AA.VV Il canto vuole essere luce. Leggendo Federico Garcia Lorca, a cura di Lorenzo Spurio, Bertoni Editore, 2020, p.79.
(6) Alardo Prats su “El Sol” del 15 dicembre 1934, in Lorca- Libro de Poemas, a cura di Claudio Rendina, Grandi tascabili economici Newton, 1991, p.11.
(7) L. Spurio, Animali sgozzati e la luna che muore: poeta en Nueva Yorh , in AA.VV Il canto vuole essere luce. Leggendo Federico Garcia Lorca, a cura di Lorenzo Spurio, Bertoni Editore, 2020, p.69.
(8) C. Balduzzi, La poesia urgente e implacabile, in AA.VV Il canto vuole essere luce. Leggendo Federico Garcia Lorca, a cura di Lorenzo Spurio, Bertoni Editore, 2020, p.35.
(9) Lorca- Libro de Poemas, a cura di Claudio Rendina, Grandi tascabili economici Newton, 1991, p.11.
(10) Garcia Lorca, Parole sul teatro, op. cit.,pp. 89-93
(11) Ibid.
(12) ww.antoniogiannotti.it/–1974—confesso-che-ho-vissuto.html
(13) Massimo Barile, Federico Garcia Lorca: Tutta la luce del mondo sta in un occhio, in http://www.club.it/autori/rivista/163-164-165-166/articolo.html

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