Sovranismo vaccinale…l’opinione di Rita Faletti

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E’ in corso una guerra per accaparrarsi i vaccini e come in ogni guerra c’è chi vince e chi perde. Ad essere in campo è l’Occidente, non contro l’Oriente, né medio né estremo, ma al suo interno. I player sono Unione europea,  Gran Bretagna e Stati Uniti. Semplificando si potrebbe parlare di contesa tra due opposte visioni: nazionalismo o sovranismo da una parte e multilateralismo dall’altra in un panorama  globalizzato. La logica suggerirebbe, e non solo per motivi di coerenza, che la globalizzazione, che la pandemia ha esaltato oltrepassando confini di ogni tipo, abbia definitivamente archiviato il nazionalismo a favore del multilateralismo. Difendere dal contagio il tuo condominio si rivelerebbe un’operazione senza senso nel momento in cui il condominio accanto non disponesse di mezzi analoghi ai tuoi per fare altrettanto. In fatto di vaccini, se ne dovrebbero produrre in quantità tali da immunizzare gli abitanti dell’intero pianeta. Ma quello che si enuncia un ideale da realizzare assolutamente, come il più delle volte accade fa a pugni con la realtà. Di buone intenzioni è lastricata la strada per l’inferno. Il democratico Biden, sostenitore del multilateralismo, dopo aver sconfitto il sovranista Trump e preparandosi già oggi a sconfiggere nel 2024 il prossimo sfidante repubblicano, sempre che, come ha detto, per quel tempo il partito repubblicano esista ancora (boutade o spacconata?), sta applicando alla lettera il principio “America First” del suo predecessore. Quando si tratta di fare gli interessi del proprio paese non c’è differenza tra democratici e repubblicani. Biden non ha alcuna intenzione di cedere dosi di vaccino prima che ogni americano non abbia ricevuto le proprie ché in emergenza sanitaria non c’è solidarietà che tenga. Sulla stessa linea il premier britannico Boris Johnson che per spiegare il successo della campagna vaccinale nel suo Paese, il 54 per cento della popolazione adulta ha ricevuto il vaccino a un ritmo di 27 somministrazioni al secondo, si è lasciato sfuggire, in un eccesso di franchezza,  un’espressione che poi ha invitato a dimenticare:  ha vinto la cupidigia. Riferimento al fatto che il Regno Unito, con largo anticipo sull’Unione europea, ha trasferito fondi ingenti all’università di Oxford per finanziare la ricerca e lo sviluppo di un vaccino in collaborazione con AstraZeneca con cui ha siglato un accordo in esclusiva. Diverso da quello opaco fondato sulla clausola del “massimo sforzo” stipulato da Bruxelles con l’azienda anglo-svedese. Ha vinto il capitale e ha vinto il concetto United Kingdom First che ricalca l’America First di Trump e di Biden. Ma ha vinto soprattutto il pragmatismo: i due diversi accordi parlano chiaro. L’Unione europea si è mossa male e in ritardo e ha ordinato un numero di lotti insufficiente a raggiungere tutta la popolazione degli Stati membri. Unico aspetto positivo la solidarietà di cui  ha dato prova esportando 77 milioni di dosi (21 alla Gran Bretagna) dopo averne  distribuiti 88 ai Paesi membri. Ma gli errori si pagano e se a tutt’oggi la media dei vaccinati nell’Unione non supera il 10 per cento, attribuire le responsabilità solo alle Big Pharma che non hanno rispettato tempi e quantità di consegna stabiliti contrattualmente è non voler ammettere le proprie. La Commissione europea non è stata all’altezza di un’impresa che per complessità e dimensioni avrebbe richiesto competenza pieni poteri e maggiore propensione al rischio, requisito da tempo assente in Europa e legato a doppio filo all’assunzione di responsabilità. Per evitare reazioni popolari e attriti tra gli Stati nel caso ognuno avesse deciso per proprio conto quali vaccini e dove ordinarli, si è affidata la gestione a Von der Leyen. Quando il capitolo delle consegne si potrà chiudere e l’Europa sarà finalmente sommersa di vaccini, prossimamente arriverà anche il monodose americano Johnson&Johnson, si aprirà il capitolo della diffusione capillare. Le cose andranno meglio? La chiave sarà l’efficienza organizzativa dei sistemi sanitari dei singoli Paesi. Fuori dall’Europa un Paese modello esiste ed è lo Stato di Israele. Con un sistema sanitario pubblico ben strutturato e una logistica agile, con più di 70 hub sparsi in tutto il territorio e stazioni itineranti per raggiungere la popolazione nei luoghi più isolati, lo Stato ebraico ha vaccinato il 90 per cento dei suoi cittadini, compresi i palestinesi e gli arabi che lavorano nel Paese. Il segreto? Nell’ordine: riflessione, azione, comunicazione, da non confondere con propaganda.

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