Personaggi etnei di ieri… di Domenico Pisana/1

Il catanese Carmelo Musumarra e i suoi rapporti epistolari con il poeta Umberto Saba
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Carmelo Musumarra, nato nel 1915, è stato senza dubbio uno scrittore ed un intellettuale che ha dato alla Letteratura italiana nazionale e alla cultura contributi rilevanti. E’ stato docente di Letteratura Italiana all’Università di Catania formando generazioni di giovani, molti dei quali ancora oggi sono docenti di lettere nelle scuole dell’isola.
Parecchie le sue pubblicazioni, tra le quali Verga minore (1965); Il canto 13° del Purgatorio (1968); La poesia tragica italiana nel Rinascimento(1972); Guida allo studio della letteratura italiana (1987); Di là del mare (1993); Le gemme perdute della poesia e altri saggi leopardiani (1996); Accademia e trasgressione nella cultura catanese dal Settecento al Novecento (1996); Tasso e dintorni (1997).
Lo scrivente, allora “fringuello” poco più che trentenne, ha avuto il privilegio di intrattenere con Musumarra rapporti epistolari, che mi hanno confermato l’idea della sua nobiltà d’animo e spinto ad occuparmi, in punta di piedi, di qualche suo scritto, di cui più avanti parlerò.
Nel 1990 avevo pubblicato il volume Poesia negli Iblei, di cui gli avevo fatto dono. Non pensavo che potesse rispondermi, quando invece il 19 febbraio 1992 ricevetti una breve missiva:

Egregio Prof. Pisana,
ricevo il suo volume “Poesia negli Iblei” e La ringrazio sentitamente. Credo che la sua fatica meriti apprezzamento e gratitudine, perché contribuisce alla diffusione delle patrie lettere, che sono degne di memoria. Tra l’altro, ritrovo nomi da me già conosciuti e apprezzati, come Assenza, Saluzzi, Mandarà, Schembari e altri.
Ringraziamenti e cordiali saluti.
Carmelo Musumarra

Negli anni in cui fui poi Direttore del Quindicinale della Diocesi di Ragusa “Insieme”, azzardai l’idea di invitarlo a collaborare per la pagina culturale; pensavo che lui non si sarebbe abbassato tanto fino a pensare di scrivere in un piccolo giornale; con mia sorpresa, invece, mi scrisse il 30 giugno del 1994, dicendomi:

Caro Dott. Pisana,
ho ricevuto il numero di “Insieme”, con l’articolo a me dedicato, di cui La ringrazio molto.
Accetto l’invito a collaborare al giornale che Lei dirige e accludo qualche cosuccia, da utilizzare come meglio crede.
La ringrazio ancora e le mando tanti auguri di buon lavoro e cordiali saluti.
Carmelo Musumarra

Quando Carmelo Musumarra andò in pensione, omaggiò i suoi colleghi regalando loro un opuscolo contenente i suoi rapporti epistolari con Umberto Saba. Tra i destinatari di questo libretto ci fui anch’io.
Si tratta di un volumetto in 400 copie, Gennaio 1990, nel quale vengono riportate tre lettere inedite ricevute dal poeta triestino Umberto Saba. Tale opuscolo porta insomma alla luce un carteggio avente per oggetto una tesi interpretativa di Musumarra circa la esistenza di “alcune finissime e delicatissime affinità tra il Leopardi e il poeta triestino”, all’interno di un discorso critico sulla silloge di Saba “Uccelli”, con la quale quest’ultimo si era affermato al premio Etna-Taormina nel dicembre del 1951.
L’evento generatore del suddetto carteggio risulta essere la stesura di due articoli di Musumarra, pubblicati rispettivamente su “La Sicilia” del 23 dicembre del 1951 e del 17 gennaio del 1953.
In questo secondo articolo, “Leopardismo di Saba”, Musumarra sosteneva che “il modello leopardiano era sempre più evidente nella lirica sabiana, e, a sostegno di questa tesi, citava una rivistina bolognese intitolata ‘Archi’, diretta da Alfredo Rizzardi, dove Saba aveva pubblicato, mettendo i testi a fronte, la famosa favoletta leopardiana L’uccello (1821) insieme con due suoi rifacimenti (entrambi del 1951) nei quali spiccavano alcune varianti estremamente raffinate e sfumate (Una poesia in tre stati, n. 5-6, 1951)”.
La tesi conclusiva di Musumarra era questa: “Nel terzo stato la poesia del Leopardi non è più riconoscibile. È nata una nuova lirica di Umberto Saba..”.
Questa interpretazione contenuta nella tesi di Musumarra stimolò in Saba, che non rispondeva mai, o quasi mai, a nessuno, il bisogno di una risposta; da qui le tre lettere suindicate e riportate da Musumarra nel suo opuscolo.
La prima lettera, del 24 gennaio 1953, si caratterizza per due linee di movimento: 1) la convergenza tra esegeta ed autore relativamente ad alcune presenze leopardiane in Saba, individuate, in particolare, nel processo comparativo fra il “garzoncello scherzoso” del Sabato del Villaggio ed il “fanciullo” di Quasi una moralità; 2) il dissenso ermeneutico in ordine alla valenza connotativa di un aggettivo legato a “sussuranti”, interpretato da Musumarra nella prospettiva di “una sensualità indiscreta e penetrante”.
Nella seconda lettera, del 4 febbraio 1953, il tono usato da Saba appare più caldo e cordiale, più disponibile – (forse perché in possesso della notizia che Musumarra, “sebbene ancora un poco “fringuello” (come scrive Saba”, è assistente di Letteratura Italiana nell’Università di Catania) – al recepimento di osservazioni critiche da parte del docente catanese.
E difatti Saba dichiara a Musumarra di aver risolto, grazie alla sua critica alla “Poesia in tre stati”, qualche problema di stesura lirica. Due in pratica i suggerimenti fatti propri dal poeta triestino: 1) la sostituzione del termine “tremolanti” con “luccicanti”: “Ho accolto – scrive Saba – nella terza stesura un suo termine “Luccicanti”: i due versi dicono adesso: gli erbosi prati, i tremoli / ruscelli luccicanti; 2) la sostituzione della parola “candida”, che Saba ammette di derivazione dal “candida ignuna mano” di Leopardi, con la parola “provvida”, essendo la prima aggettivazione quasi “un elemento estraneo nella poesia”.
Anche in questa seconda missiva non manca tuttavia un dissenso, e precisamente lì dove Saba afferma:

“Rimane comunque la stranezza di altre sue interpretazioni, come quella che il mio uccelletto sia “cattivo”, vada in cerca di “strani piaceri” ecc…, che – le ripeto – non capisco come abbia fatto a trovarle. Ma non importa. Nessuno è infallibile, né lei né io. …”.

Nella terza lettera, del 18 febbraio 1953, c’è infine la conferma di Saba che l’indagine critica di Musumarra ha saputo cogliere nella sua poesia, al di là di certe “stranezze” interpretative, le affinità, le presenze e il superamento del Leopardi, tant’è che Saba in questa lettera afferma:

“E mi permetto di mandarle la terza stesura, aggiornata delle ultime varianti, nelle quali ho tenuto conto – come le ho detto – di alcune sue giuste osservazioni”.

Dunque un volumetto questo di Musumarra, con all’interno un epistolario che – come si è potuto notare – poggia su questioni ermeneutiche e che dice la levatura critica e letteraria di Carmelo Musumarra, il quale il 10 ottobre 1995 mi scrive ringraziandomi per averlo “valorizzato” nel mio libro “Poesia e teologia in una letteratura d’umanità”, Libroitaliano, 1995:

Caro prof. Pisana
Quell’opuscolo sui miei pochi ma preziosi incontri epistolari con Umberto Saba, pubblicato in un limitato numero di copie fuori commercio, voleva essere un omaggio e un saluto ai colleghi e agli amici, in occasione dell’ultima mia lezione universitaria. Oggi è un dono che mando a chi si ricorda ancora di me.
La ringrazio dunque di aver voluto valorizzarlo facendone cenno nel volume “Poesia e teologia”, di cui La ringrazio sinceramente.
Cordiali Saluti
Carmelo Musumarra

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