IN PUNTA DI LIBRO … di Domenico Pisana

“Nave Crociera Speranza. Diario di bordo”, di Antonella Monaca
Tempo di lettura: 2 minuti

Da quando la conosco, Antonella Monaca è sempre stata in prima linea e sempre disponibile a promuovere cultura nelle sue varie forme: poetiche, prosodiche e narrative, artistiche, recitative, musicali, teatrali. Una donna, insomma, vivace, estroversa e animata da un pathos interiore non comune, che ha saputo esprimere con quel suo tratto di giovialità capace di affabulare.
E questo suo pathos non si è fermato neanche nel periodo dell’emergenza Covid -19, durante il quale la sua vena scrittoria ha preso le forme di una “navigazione letteraria” con il suo libro di poesie e prosa, Nave Crociera Speranza. Diario di Bordo, Santocono editore, 2020, che oltre a scandire un cammino reale tracciato da un filo conduttore, riesce a cogliere l’hic et nunc di un tempo di solitudine forzata attraverso un intreccio di poesia e prosa, “due canali diversi – diceva Montale in una intervista Rai – che possono unirsi nella vita di una persona”. L’autrice, infatti, si specchia dentro rivelando, ora con la verticalità propria della parola poetica, i nuclei vitali del suo mondo interiore, ora sublimando a filo d’anima, con una prosodia orizzontale, la quotidianità del tempo del lockdown.
Questo volume raccoglie la spiritualità del vissuto dell’autrice e la delicatezza dei suoi sentimenti (“Sosto sull’uscio di casa / ad aspettare…/ Scende la pioggia e mi priva di scrutare l’orizzonte”, in Osservo l’orizzonte); oggettiva il senso della trasfigurazione creativa di attimi esistenziali che asciugano le ferite dell’anima, la presenza di spazi di riflessione che aprono alla speranza.
Il genotesto della raccolta si dispiega su linee tematiche che partono dalle occasioni quotidiane dell’esistenza emergenziale, da dibattiti e teorie sul Covid-19 (Si legga “Quinta giorno di navigazione”), ricorrendo anche all’ironia per sdrammatizzare il momento, come nel testo La nostra brigata, ove scrive: “Insieme e a distanza / col calice alzato (ma… pieno) /al fetente Corona vogliamo / brindare fino ad ubriacarlo / e annientare”.
La poesia di Antonella Monaca è senza dubbio poesia del cuore, sia quando assume toni più lirici, sia quando si allunga in descrizioni prosodiche, e il suo intento non è l’esercizio estetico-stilistico ma quello, principalmente, – direbbe Giuseppe Parini, scrittore e poeta del XVIII secolo, nel “Discorso sopra la poesia” – di “produrre diletto, ossia piacevoli sensazioni (…), rendere felice l’uomo, poiché anche il piacere estetico contribuisce alla felicità pubblica e privata”.
Questo libro, nella sua forma diaristica, descrive e canta “un tempo particolare di un anno particolare” (2020), affinché rimanga nella memoria collettiva come contributo di valore etico, di impegno civile e sociale.
Ciò che spicca è la semplicità del dettato poetico, dispiegato con l’immagine della nave sulla quale l’autrice imbarca familiari, amici, gruppi, coinvolgendoli, attraverso lo strumento Whatsapp, in una navigazione che avvista le cose più immediate, che rinsalda a distanza rapporti interrotti e amicizie consolidate, che entra con toni ora critici, ora malinconici ora pieni di speranza nell’orizzonte di una sofferta attesa di rinascita.
La navigazione si snoda su vari versanti tematici che evidenziano con chiarezza come l’autrice sia una “poetessa di consistenza e non di evanescenza”; dentro il quadro socio-antropologico della pandemia situa infatti i suoi versi, le riflessioni e racconta la quotidianità di un periodo che va dal 12 marzo al 20 aprile 2020, nel quale il suo sentimento diventa quasi l’espressione di una sensibilità profetica, quella, cioè, di farsi portavoce della collettività, nonché di cantare, “confusa, interdetta, isolata” ma con una reiterata apertura alla speranza, le vicende, le inquietudini e le solitudini di un tempo che ha messo a dura prova la popolazione mondiale stravolgendo abitudini, modi di vita, determinando smarrimento e distanziamento sociale e disgregando il senso stesso dell’esistenza.
E così, l’umanizzazione dei rapporti, la condivisione dei sentimenti, l’incoraggiamento, l’ironia e la sdrammatizzazione degli eventi, la nostalgia e la malinconia, la paura e la voglia di ricominciare, la fede e la preghiera diventano le note caratteristiche di un discorso poematico che non è privo, certo, di toni più dimessi, di ridondanze lessicali e di indugi descrittivi, ma non vi è dubbio che piace perché si offre connotandosi come “creazione letteraria” che viaggia all’interno di uno scenario in cui ciò che più conta è la fisicità del tempo presente; i versi e le varie meditazioni esprimono, infatti, un modo di vedere la realtà, un sentire popolare dispiegato attraverso il sentimento delle persone e l’ermeneutica degli stati d’animo comuni, e trascrivono poeticamente un evento che la sensibilità lirica di Antonella Monaca riesce a oggettivare, quasi come un cantastorie, ricorrendo a “parole-tema” ove tutto è disposto con nessi strutturali che simultaneamente s’intrecciano e si discostano obbedendo ad un principio interiore ordinatore.
C’è, dunque, in tutto il diario un’attenzione verso le cose più immediate, che spinge l’autrice ad “appropriarsi – direbbe Vittorio Sereni – di ciò che altri scarterebbe come futile”, a travasare volutamente gli spunti figurativi dentro una prosodia ben calibrata, come, ad esempio, nel testo “Ventunesimo giorno di navigazione”, ove la metafora della viaggio è costruita con lemmi poetici e immagini di rilevane intensità semantica: “Capitano orgoglioso”, “nave speranza”, “traversata oceanica”, “rotta”, “treno dello stress”, per chiudersi con toni salvifici che evidenziano la bellezza del dono:“…All’inizio del viaggio ero spaventata e smarrita, / ma grazie al mio equipaggio mi sono salvata per salvare./ Sarò l’ultima a lasciare la nave…parola di capitano”.
Ogni testo di questa raccolta è “una testimonianza di vita”, un dono relazionale che si fa comunicazione di messaggi di speranza, forza di incoraggiamento perché nasce da uno scavo dell’anima ove convergono i fatti del giorno, le ore, le stanchezze, i contatti, che poi si convertono in versi e narrazione con un tenero eloquio interiore.
Hegel scriveva: “lo stato dell’uomo che il tempo ha cacciato in un mondo interiore, può essere o soltanto una morte perpetua, se egli in esso si vuole mantenere, o, se la natura lo spinge alla vita, non può essere che un anelito a superare il negativo del mondo esistente, per potersi trovare e godere in esso, per poter vivere”( Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Scritti politici, a cura di Claudio Cesa, Einaudi,1972, pp. 9-11).
E’ proprio a questo hegeliano “negativo del mondo esistente”, causato dalla pandemia del Covid -19, che Antonella Monaca ha voluto reagire, per affrontarlo, superarlo e dare a se stessa e agli altri nuovi impulsi di speranza. E’, insomma, un canto della speranza il suo viaggio, di fronte ad un tempo di malessere e di inquietudine umana, socio-economica e relazionale, canto finalizzato a darsi e dare forza per continuare a “poter vivere”.
Questo “diario”, per il contenuto che sviluppa, si connota di universalità; non c’è infatti in esso solo l’anima di Antonella Monaca, ma di ogni uomo di ogni parte del mondo colpita dal Coronavirus. Si coglie una sofferta macerazione riflessiva del travaglio di un dato momento in un dato tempo; si rileva – come direbbe lo scrittore Geno Pampaloni – che i contenuti non contano in sé per sé ma per il grado di tensione affettiva e di incisività etica, in cui sono assunti.
Ogni pensiero presente in questo volume è dunque – come già detto – corredato da pathos interiore. La scrittura e il linguaggio utilizzati dall’autrice hanno il calore e il sapore della vita; c’è in esso non la passione ciceronianamente intesa, ossia come qualcosa che va estirpata fino alla radice per evitare che risorga, ma la passione intesa come affectio, come inclinazione attiva e nobile del cuore verso qualcuno o qualcosa. Antonella Monaca vuole dire ai suoi lettori che il pensiero, l’amicizia, il sentimento, la parola, specie nel momento dello smarrimento, hanno bisogno di passione, perché le passioni sono generazioni di vita e di colori che impediscono all’esperienza, anche in tempi difficili, in questo caso la pandemia, di conoscere il pantano della monotonia, danno sapore all’esistenza nonostante la dramma-ticità che l’avvolge e l’accompagna.
Ecco, il diario di Monaca è una risposta passionale alla vita vissuta come capacità di giudizio, come dispiegamento caloroso e motivato della ragione sulle pieghe della storia e della terra per leggerla dal di dentro, per conoscerla, amarla, viverla, migliorarla.
La vita ci sfugge di continuo, ma, – sembra dirci l’autrice con la sua navigazione letteraria -, il tempo di cui disponiamo è sufficiente per compiere le più grandi imprese, per conseguire la virtù , vero obiettivo della vita umana.
La vita è breve ma può essere ben sfruttata insegnava Seneca nel suo De brevitate vitae; famosa è la sua affermazione: “vita longa est, si uti scias” (“la vita è lunga, se sai farne uso”).
Antonella Monaca ne ha saputo farne uso positivo anche in questo tempo di pandemia mondiale, dando un esempio di impegno e di passione; ella ha trovato nella poesia, nella scrittura la catarsi per dare senso al suo vivere e per trasferire nella sua fantasia creatrice vari modi di fare poesia: dalle poesie di stati d’animo e sentimenti, alle poesie che ricordano, alle poesie che descrivono, alle poesie che raccontano, alla poesia della speranza. Una poesia fatta di cose semplici e di slanci di socialità, che s’impone non certo per il preziosismo virtuoso del verso, quanto per il sentimento di partecipazione alla lettura della quotidianità e del proprio situarsi nella logica e nella dinamica sociale del tempo emergenziale che ha investito l’anno 2020.
E ci piace concludere questa nota introduttiva con l’omaggio di una poesia che lo scrivente, nella qualità di Presidente del Caffè Letterario “S. Quasimodo”, dedicò il 28 ottobre del 2015 all’autrice, per evidenziare la sua sensibilità di donna di larga generosità e di attiva collaborazione, per il suo rilevante impegno di animazione culturale nel Gruppo Quasimodo e nella città di Modica. La riportiamo per corredare questo suo volume di tale testimonianza:

In questo Caffè si raggomitola il tempo
che canta la vita con un verso
leggero; un volto sorriso di sole
sei veloce di là dentro questa cava,
ad animare luoghi erosi dall’incuria,
tenace e vibrante di attese e di speranze.
Sei con noi a filtrare gli umori, spazi ove luci
appena accese avanzano nell’ombra
con il passo che germina fiducia, sei qui
a cercare brandelli di cielo nel passato che dorme
e rivive nel tuo cuore di donna, di madre, di amica.
Dal profondo dell’anima,
nel giorno che la Musa aggrega i suoi poeti,
canteremo ancora per lunghi anni.
(In questo Caffè – Ad Antonella Monaca)

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