Credere nel nostro tempo/6… di Domenico Pisana

Rubrica di Teologia
Tempo di lettura: 2 minuti

1.La Bibbia, il bene, il male e il peccato originale

Quando si legge la Bibbia, specie l’A.T., ci sono dei fatti che colpiscono più direttamente rispetto ad altri, e che destano perplessità. Vanno tuttavia letti alla luce del mito antico, cogliendone la profondità del messaggio. Ad esempio, un fatto che è stato sempre tramandato è quello relativo alla famosa mela mangiata da Adamo ed Eva e che ci ha fatto vedere tale frutto come simbolo del peccato. Il tema allora che si pone è capire perché nella Bibbia si legge che Dio proibì ad Adamo di mangiare del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male. A riguardo circolano idee inesatte e spesso confuse e fantasiose.
Parto, anzitutto, dal testo di Gn 2,15, dove si afferma che “Il Signore Dio prese l’uomo e lo collocò nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse”. Che cos’è questo giardino di Eden? Non ci interessa in questa sede stabilire la esistenza storica di questo giardino, circondato, fra l’altro, da due fiumi, il Tigre e l’Eufrate, ma capire che l’Eden, per l’autore biblico, simboleggia la felicità dell’uomo e Il fatto che la Bibbia affermi che Dio mette l’uomo nel giardino di Eden, sta a significare che Dio ha creato l’uomo per essere felice. Il racconto di Genesi, anche in questo caso, cosi come per i racconti della creazione del mondo e dell’uomo, si rifà a narrazioni del tempo; e difatti di un giardino degli dei si parla nell’Epopea di Ghilgamesh: qui il giardino viene presentato ricco di alberi, ricoperti di pietre preziose e di frutti magnifici.
Il fatto che la Bibbia afferma che Dio mette l’uomo nel giardino di Eden non è da prendersi alla lettera, ma sta a significare soltanto che l’uomo è stato creato per vivere felice, e che la sua felicità dipende dalla sua capacità di fare del suo lavoro (“lo coltivasse e lo custodisse”) una custodia dell’opera di Dio.
La Genesi ancora parla di un albero della vita e di un albero della conoscenza del bene e del male. Come si può notare non ci sono riferimenti a frutti specifici, per cui la celebre mela non è altro che una invenzione della fantasia popolare.
Prima ancora che nella Bibbia, di albero della vita si parla nelle antiche mitologie orientali, ove simboleggiava l’aspirazione di vita dell’uomo e il suo desiderio di immortalità. Inoltre anche testi sumerico-accadici parlano di un albero della vita che stava sotto la protezione di un dio, raffigurato quale serpente.
L’autore biblico, che conosceva questi racconti mesopotamici, li rielabora per insegnare che non è necessario cercare la vita per mari e per monti, in cielo o sottoterra, perché la vita è in Dio, il quale, nel suo progetto, l’ha messa a disposizione dell’uomo. Non è in un albero che si conserva e si ripara la vita, ma in Dio, che ha creato l’uomo per la felicità e per la vita, non per la morte.
Oltre all’albero della vita, nel racconto di Genesi si fa riferimento ad un albero della conoscenza del bene e del male. Di che si tratta? Che cosa sta a simboleggiare?
Anzitutto desidero precisare che si parla di conoscenza, la quale non è da intendersi in termini semplicemente intellettuali, bensì come un saper fare pratico, come una conoscenza esperienziale: l’aggiunta “del bene e del male” sta ad indicare, per molti studiosi della Bibbia, che si tratta di una conoscenza totale.
In ogni caso, nella Bibbia Dio proibisce di mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male perché tale albero era inteso come il simbolo dell’autonomia morale dell’uomo che pretende di dire: io sono la fonte di ciò che è bene e di ciò che è male. Un tale ragionamento, per cui l’uomo pensa di sostituirsi a Dio costituisce un tradimento del progetto divino, dove l’uomo non è un assoluto, non è indipendente dal Creatore, né è l’uomo a stabilire che cosa è bene e che cosa è male. Ecco perché in Gen 2,16 si afferma che Dio comandò all’uomo di non mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male; si tratta di un comando che non intendeva indicare la proibizione di astenersi dal mangiare un frutto concreto (la mela famosa), ma la proibizione di erigersi a fonte di ciò che è bene e ciò che è male: ciò favorirebbe infatti solo l’egoismo, l’odio, la prepotenza e la violenza, come purtroppo è avvenuto e avviene ancora oggi.
Nella simbologia orientale il mangiare dell’albero significava il tentativo dell’uomo di diventare come Dio, decidendo sia il bene che il male in modo totalmente indipendente da lui. Se tale tentativo non viene impedito, è perché Dio rispetta la libertà dell’uomo e lo tratta non come schiavo ma da figlio. Dio lascia l’uomo libero, ma con dentro i limiti posti da lui; se invece l’uomo vuole oltrepassare questi limiti rivendicando per sé l’autonomia morale, si condannerà all’autodistruzione.

2. Il serpente e la tentazione al male

All’albero della conoscenza del bene e del male è legato il cosiddetto “peccato originale” e il racconto della tentazione del serpente. In Gn 3,13 l’autore biblico nel narrare il peccato originale si sofferma infatti sul serpente.
Questo animale era oggetto di culto divino presso molti popoli antichi, soprattutto presso i Cananei che raffiguravano proprio così il loro dio Baal. Il serpente, infatti, era considerato una divinità benefica, donatrice di vita e di salute; era inoltre proclamato fonte di fecondità per l’uomo, per gli animali stessi e per le campagne. Poiché questo culto, specialmente nel sec. VII a.C., contaminò lo stesso Israele, ecco che l’uomo biblico, dovendo scegliere un simbolo per indicare la potenza del male, scelse proprio il serpente al fine di presentarlo non come essere benefico e datore della vita, ma al contrario come un essere essenzialmente malefico e avverso all’uomo.
Lo scrittore sacro, dunque, ci riporta, anche in questo particolare del serpente, alla cultura religiosa mesopotamica, per raffigurare in questo animale una potenza malefica ostile a Dio e che induce l’uomo alla disobbedienza, e per contrapporsi altresì alla cultura dell’antico oriente, facendo capire agli israeliti che il serpente non era affatto una divinità, ma una creatura, un essere (“il più astuto degli animali”) ostile all’uomo e malefico, un tentatore al male.
Il serpente, secondo il racconto biblico, si rivolge alla donna perché conta di espugnare per mezzo di lei anche il primo uomo, suo marito; il tentatore nel corso del dialogo esagera la proibizione divina, nega che Dio voglia davvero punire i progenitori e insinua così sospetto e sfiducia nei suoi confronti, garantendo che non è la morte che subiranno, ma una condizione ben oltre migliore.
Il testo biblico vuole insegnare che l’uomo delle origini, sotto la spinta del serpente tentatore, comincia a credere che un’indipendenza assoluta da Dio sarebbe stata per lui molto migliore che la dipendenza dal Creatore e dalla sua volontà normativa: i fatti narrati quando parlano di “occhi che si aprono”, intendono evidenziare che l’uomo e la donna, i quali credevano di iniziare una nuova esperienza libera e felice, invece si ritrovano di colpo preda della colpa e del male: “s’accorsero di essere nudi” e si ricoprirono come fu loro possibile.
La Bibbia vuol farci capire che dopo il peccato l’uomo si accorge di essere nudo, cioè in una situazione di estrema povertà, di perdita della propria dignità personale e sociale perché ha rotto l’armonia con Dio a causa della sua ribellione; in altre parole vuole annunciare che l’uomo, dopo il peccato, si ritrova meno uomo: voleva essere come Dio e si scopre meno uomo.
Dopo la narrazione del peccato originale, il testo biblico prosegue presentando l’immagine di Dio che passeggia nel giardino e che interroga i due colpevoli, i quali cercano di scaricarsi reciprocamente la colpa: l’uomo la attribuisce alla donna, questa al serpente.
In sintesi, allora, il peccato originale non consistette nel mangiare la classica mela né in un peccato sessuale, come alcuni hanno anche sostenuto in qualche periodo della storia, ma sta ad indicare la condizione dell’uomo che, fin dalla nascita, si trova nell’incapacità di amare Dio sopra ogni cosa, e l’ingresso del peccato nel mondo. Con il peccato l’uomo rompe la sua alleanza con Dio ed esperimenta la propria nudità, che nel linguaggio biblico indica l’essere indifeso, il ritrovarsi in balìa della sofferenza, del dolore, del male e della morte; non solo la ribellione dell’uomo a Dio comporta anche una ribellione delle cose nei confronti dell’uomo che, pertanto, trova difficoltà a dominarle. Nonostante il peccato, Dio però non abbandona l’uomo: la sua storia d’amore prosegue con Abramo e con le vicende del popolo ebraico, fino alla venuta del Messia, il Salvatore.

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