Pandemia e timori per anziani. Anteas Ragusa dice no a offese

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«Umiliati e offesi». E’ deciso il professor Marco Trabucchi nel definire il modo in cui sono stati – e sono – trattati gli anziani in questo periodo di pandemia da nuovo coronavirus. Un intervento che, a livello locale, è riportato da Anteas Ragusa proprio perché molto attinente con quello che è accaduto anche sul territorio ibleo. «Diciamo umiliati – chiarisce il presidente di Anteas Ragusa, Rocco Schininà – perché si sono trovati ai margini degli interventi sia nelle case di riposo, sia nelle proprie case e sia negli ospedali. E offesi perché fatti sentire come un peso per l’organizzazione, solo dei costi, e non col pieno diritto di fare parte della cittadinanza e della vita. La vita, come diciamo sempre noi, non si misura per quantità, ma ogni momento ha un suo peso inestimabile. Invece si sente un coro, inespresso o apertamente detto: tanto sono dei vecchi. Una presa di posizione insopportabile».
E, allora, che fare? «Intanto sul piano culturale e scientifico – continua Schininà riportando le riflessioni di Trabucchi – dimostrare che si può vivere bene anche da vecchi e, pure, guarire da questo virus. Con tutta la ricerca fatta sugli anziani che ci ha portato a vivere (in genere bene) circa 85 anni e che ad ogni aggiunta di anni in più viene esaltata da tutti, si parla infatti di “grande conquista eccetera”; ma siamo, poi, pronti a rovinare tutto, a smentire i progressi, con gli egoismi in questa congiuntura». Lo sguardo di Anteas Ragusa si sposta sulle case private. Dove gli anziani, anche se soli, ma pure i parenti conviventi, esitano a chiamare il 118 tentando di curare da soli i primi sintomi del male. «Temono si ripetano le condizioni di estremo dolore che hanno caratterizzato concittadini e conoscenti – è spiegato ancora – cioè di veder salire il parente sull’ambulanza e di non poterlo più salutare fino alla fine. E così si tengono in casa il familiare, anche a rischio loro. Una situazione insostenibile. In ogni caso, in pochi giorni, abbiamo disfatto decenni di pensiero geriatrico, ma soprattutto abbiamo distrutto un rapporto di fiducia. Non vorrei sembrare melodrammatico, ma come ci avvicineremo ai pazienti se questi hanno capito che chiediamo loro gli anni per prendere, oggi, alcune decisioni (l’intubazione), ma, un domani, anche quelle che potrebbero riguardare la somministrazione o meno di farmaci costosi? Sempre più si nota una discrepanza tra il dono di una vita lunga e la sua accettazione». Ma la svalutazione dell’anziano e del vecchio viene da lontano. «E’ vero – conclude Schininà – ma ora con l’emergenza sono saltati i freni inibitori e si dice ad alta voce quello che molti pensano. Vorrei finire con una citazione del poeta e politico Vaclav Havel che dice: “La speranza non è ottimismo. La speranza non è la convinzione che ciò che stiamo facendo avrà successo. La speranza è la certezza che ciò che stiamo facendo ha un significato. Che abbia successo o meno”».

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