La “virtù della fortezza”: incontro alla Madonna delle Lacrime

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Una conversazione dialogata e ricca di spunti di riflessione quella che tenutasi ieri sera nel salone parrocchiale della Madonnina delle Lacrime, ove Domenico Pisana, Vice direttore dell’Ufficio IRC della Diocesi di Noto, ha intrattenuto i partecipanti sul tema “La virtù della fortezza, fermezza d’animo contro le avversità della vita”, nell’ambito del secondo ciclo di conversazioni etiche per una formazione al sociale.
Pisana nella sua conversazione ha posto l’accento sul pensiero del Magistero della Chiesa e del Catechismo della Chiesa cattolica in ordine alla virtù della fortezza, quindi si è addentrato in una analisi biblica del concetto che l’Antico Testamento e il Nuovo Testamento hanno della fortezza, con riferimento anche ad alcuni. personaggi biblici, sia uomini, sia donne come Giuditta, Ester, Debora, Miryam.. Il relatore ha sintetizzato, fra l’altro, la sua conversazione in cinque punti:

1.La fortezza – secondo il catechismo della Chiesa cattolica – è la virtù morale che, nelle difficoltà assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene, che rafforza la decisione di resistere alle tentazioni e di superare gli ostacoli nella vita morale; e ancora, che rende capaci di vincere la paura, perfino della morte, e di affrontare la prova e le persecuzioni fino alla rinuncia e al sacrificio della propria vita per difendere una giusta causa”. (n.1808)
La fortezza è, da un parte, un dono di Dio, ma dall’altra un “compito”; essa non nasce passivamente nell’animo del credente, ma si sviluppa nel momento in cui questi medita la parola di Dio, agisce con “prudenza”, ossia assumendo comportamenti con idoneo discernimento e facendo scelte conseguenziali alla spinta della grazia di Dio.
Nell’Antico Testamento non mancano episodi in cui viene testimoniata la virtù della fortezza. Ad esempio lo scontro tra Davide e Golia (cfr. 1 Sam 17,12-54), in cui Davide riesce ad accettare per la forza della fede la sproporzione apparente con la quale il male fa mostra di se stesso; e ancora il martirio di Eleazaro e della madre coi suoi sette figli (cfr. 2 Mac 6,18-31; 7,1-42), la sopportazione delle sventure da parte di Giobbe, la promessa ricevuta da Geremia per affrontare un difficile ministero: “Io faccio di te come una fortezza… ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno” (1,18-19).

2. Nel Nuovo Testamento la vita stessa di Gesù e degli Apostoli e dello stesso Paolo ha a fondamento la virtù della fortezza; la loro vita è una testimonianza che ci fa comprendere come il vero discepolo non può pensare di poter bastare a se stesso nel tempo della prova. Fu questo l’errore di Pietro prima che lo Spirito di Pentecoste gli desse la forza della testimonianza senza “se” e senza “ma”: “Pietro gli disse: Anche se tutti si scandalizzassero di te, io non mi scandalizzerò mai. Gli rispose Gesù: In verità ti dico: questa notte stessa, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte” (Mt 26,33-34).
Lo stesso incontro di Gesù con lo spirito di Satana, dopo quaranta giorni di digiuno nel deserto, è una manifestazione di fortezza e di resistenza alle suggestioni del male. Il momento della tentazione, in sostanza, è sempre un ambito in cui questa virtù si rende necessaria, specie quando la lotta è ardua. Nella tentazione il credente deve avere come prospettiva della sua vita le parole della Scrittura:“Mia forza e mio canto è il Signore” (Sal 118,14). “Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia, io ho vinto il mondo” (Gv 16,33).

3. La virtù della fortezza ha certamente un legame con la mitezza. Già nella filosofia antica Platone affermava: “I forti sono miti”. E di mitezza parla anche Gesù quando la elenca tra le beatitudini e quando afferma: “Imparate da me, che sono mite ed umile di cuore” (Mt 11, 29).
Forse potremo domandarci se è possibile oggi vivere questa virtù della fortezza con “mitezza”, considerato che, secondo la mentalità corrente, ha la meglio il furbo, chi cerca di mescolare le carte per rimanere a galla, chi tende a dominare le situazioni della vita. E poi, anche Gesù, in fondo, non è che si sia dimostrato tanto mite con gli scribi e i farisei, se è arrivato persino a definirli ipocriti e vipere, reagendo con forza e determinazione contro di loro?
La mitezza del cristiano, quando è accompagnata dalla fortezza, non significa vigliaccheria, chiudere gli occhi sulle ingiustizie degli uomini, sulle sopraffazioni, sulle violenze che vengono perpetrate nella società; è mite colui che è cosciente di sé e che ha dentro la forza dell’amore di Gesù Maestro da non aver bisogno di ricorrere alla violenza per cambiare le cose e per lottare a favore della giustizia. Coloro che testimoniano la virtù della fortezza lo fanno nella mitezza, perché non si lasciano sopraffare dal male, e sono consapevoli che per combattere le ingiustizie non è necessario il ricorso alla forza, ma il coraggio di agire apertamente e di parlare con franchezza, proprio come Gesù fece con gli scribi e i farisei.

4.La virtù della fortezza non è eroismo, ma credere nelle parole che Dio rivolge a Giosuè: “Sii forte e coraggioso”! Non aver paura e non spaventarti, perché il Signore, tuo Dio, è con te, dovunque tu vada» (Gs 1,6-9), Il Signore stesso cammina davanti a te” (Dt 31,8).
Ecco, il coraggio non deriva da se stessi, non è mera questione di carattere, ma deriva dalla consapevolezza di fede che Dio accompagna colui che crede, suscitandogli quell’atto di coraggio per affrontare la realtà, per dare voce a chi è solo, sopraffatto, maltrattato, umiliato. La virtù della fortezza non è la supremazia dei muscoli, del denaro, della tirannia, ma un “habitus spirituale” che ci viene dall’alto, e che conferma la risposta sicura e incrollabile agli interrogativi che San Paolo si pone nella lettera ai Romani(8,35-39): “Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo?”. Non le tribolazioni né i pericoli, non la fame né la nudità e neppure la spada. Nulla, dunque. Perché la forza dell’amore di Dio ci ha conquistati e ci ha resi come una fortezza invincibile”. Sempre che , però, la virtù della fortezza venga costantemente alimentata dalla preghiera, e considerato che si tratta di una “virtù” molto soggetta al rischio dell’abbandono.

5.Quando nella vita sociale, politica, nelle comunità, in famiglia, nel lavoro, nelle relazioni si dice la comune frase “non ne vale la pena” , che sta ad indicare l’impossibilità di vedere un valore nel travaglio della resistenza, allora questo è un segnale inequivocabile che la fortezza sta finendo o è finita e che abbiamo deposto la croce come strumento di testimonianza e di santificazione. In questo caso ci esortino anche le parole di S Agostino, il quale definisce la fortezza come “fermezza d’animo” e la fa consistere nella capacità di sopportazione dei mali e delle avversità della vita presente in vista del godimento dei beni supremi (De civ. Dei XIX, c. 4.).

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