IN PUNTA DI LIBRO…. di Domenico Pisana. “Amebeo per Euridice”: la silloge del poeta calabrese Vito Sorrenti

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Tra le voci poetiche presenti nel panorama culturale italiano merita sicuramente attenzione il poeta calabrese Vito Sorrenti, sia per le scelta del suo registro stilistico-estetico che per la pregnanza del dettato contenutistico che anima il suo poetare.
Una poesia dai toni meditativi interessanti e permeati di afflati religiosi, è quella che troviamo, infatti, nella sua raccolta Amebeo per Euridice, 2^ edizione, Amazon 2018. L’autore, che vive nel milanese, ha già alle spalle alcune composizioni poetiche premiate dalla critica letteraria, tra le quali si segnalano Gocce d’amore (1994) e Vagando con la mente (2002), si colloca nell’alveo di una poetica radicata nella cultura classica e nella mitologia, quale “realtà fontale” di domande che l’uomo si porta sempre dentro, e che ben illustra il prefatore della raccolta, Mauro Decastelli.
Già nella poesia di apertura, Vito Sorrenti ci porta all’antico dramma genesiaco che vede Caino e Abele in lotta tra di loro; il suo intento sembra essere quello di voler fare riverberare nella contemporaneità di un mondo globalizzato e incapace di relazioni di senso e di rapporti di fraternità, il problema della violenza. Il poeta ricorre ad immagini forti e pungenti per stigmatizzare il male, dichiarando la sua sofferenza ed impotenza di fronte ad esso:

…col cuore gonfio d’ira e di pianto
assisto impotente alle vibrazioni
laceranti, alle dolenti distruzioni
e agli uragani di pena che la mano
dell’uomo quotidianamente scatena.
E una primavera di spine mi accima in cuore
per Caino che uccide, per Abele che muore.
(Appeso al filo)

C’è nei versi di Sorrenti una dichiarazione di poetica che attraversa tutta la silloge, ove l’autore innalza il suo “canto di dolore” per una umanità sfigurata nei diritti, oltraggiata da barbarie, violenze, guerre, macerie materiali e spirituali, incapace di includere, di guardare gli ultimi e i poveri, i bambini maltrattati, i vecchi abbandonati a se stessi e con gli “affetti in frantumi” e “il cuore ricolmo di pena”; un’umanità, insomma, nella quale la realtà presente s’è trasformata in inferno, che non è quindi, per il poeta, un luogo immaginario ed escatologico, ma un dato dell’hic et nunc della storia:

L’inferno non è un luogo
Dell’immaginario collettivo
L’inferno esiste davvero
L’inferno è a Bihac a Grozny a Sarajevo
L’inferno è sotto il cielo del Ruanda
L’inferno è sul suolo del Medio Oriente
L’inferno è fra le mura sbriciolate dalle bombe
L’inferno è fra le macerie intrise di sangue
L’inferno è nell’aria gonfia di pianto
L’inferno è nel lampo agghiacciante dell’uomo-bomba
L’inferno è in ogni angolo di mondo
Senza luce, senza pace, senza orizzonti
L’inferno è ovunque la mano dell’uomo
Raccoglie brandelli di carne umana.
(L’inferno )

E tuttavia il poeta Vito Sorrenti non sembra rassegnarsi ad un pessimismo cosmico, tant’è che reagisce con una versificazione che invita alla saggezza e alla speranza, come nella poesia Vivi l’oggi, che non è il “carpe diem” oraziano, ma la consapevolezza che “… è saggezza accettare a ciglio asciutto l’esatto scorrere del tempo, / il fato indifferente, / l’ombra che incombe”. Da qui l’invito del poeta all’uomo d’oggi a saper cogliere il senso del tempo con saggezza: “…E dunque sii saggia e vivi l’oggi, / senza vane speranze e inutili rimpianti. / E ruba al tempo ogni istante di luce, / ogni momento di pace, ogni attimo di letizia / che trovi sulla tua strada, / perché il treno della vita / non fa fermate, non ritorna indietro, / veloce corre in avanti…”
“E’ tempo che l’uomo divenga più umano” – dice Sorrenti nella poesia Amebeo per Gerusalemme, auspicio che il poeta inserisce all’interno di una versificazione che si fa meditazione lirico-teologica dentro la prospettiva di ricerca della pace nella giustizia. Le domande del poeta s’innalzano al cielo come quelle di Giobbe e di ogni uomo che anela all’armonia dell’esistenza; sono domande pungenti, dolorose alle quali il poeta vorrebbe che si desse una risposta: “…O Cristo, a che sei morto / se l’odio funesto ancora batte / nel petto dell’uomo?…; “Ancora il sangue s’aggruma / nei campi di sterminio / e sulle gelide piazze”, in Trittico per Racak e dintorni; “Ancora /oppressione deportazioni / e pene disumane?”, in Ibid; “…- E il sangue dell’uomo / frigge fra i rottami / e si dissolve nel fumo / di disumani olocausti…”; “…- E la luce s’affioca / fra le insanguinate rovine / ove accima e dirama / la vetrosa desolazione – ” , in Amebeo per la pace.
Sono domande universali queste del poeta, che appartengono a tutti: credenti, agnostici, atei. Il fatto che Sorrenti nei suoi versi (O Luce, dov’è la sacralità della vita? / dov’è il Dio della giustizia?; “…Ancora sull’altare integralista / fiotti di dolce sangue trafitto?”) gridi la necessità di una risposta, non è mancanza di fede ma lacerazione interiore carica di interrogativi universali che da sempre hanno attraversato la poesia e la letteratura; le sue invocazioni doloranti sono le stesse del poeta ebreo, Yitzhack Katzenelson, che nel suo testo poetico, “Ai cieli”, apre strade di ricerca e riflessioni strazianti: “… Cieli, ditemi perché, perché!… / O cieli vuoti e abbandonati, cieli senza vita come un vasto deserto, / io ho perso in voi il mio unico Dio… /No, non c’è Dio in voi, cieli!…”. Il poeta ebreo non considera i cieli luoghi della presenza divina, ma mendaci e ingannatori e si ribella con violenza “… Ma voi cieli, voi dall’alto avete visto tutto e non siete crollati dalla vergogna!…/ Basta, non voglio più guardarvi, non voglio più vedervi…/ Così svanisce la mia speranza, così sfuma il mio sogno!”
Se nel caso di questo poeta ebreo troviamo un grido di dolore con un j’accuse a Dio, nonché il lamento per l’assenza di un Dio chiamato perfino a vergognarsi del suo immobilismo, in un altro caso, come quello Etty Hillesum, troviamo che la crudeltà e l’efferatezza dell’esperienza del lager fanno maturare, al contrario, una forte sensibilità religiosa. Etty Hillesum, infatti, nel suo “Diario 1941-1943”, annota queste parole: “Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi… Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani… Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me… Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi… è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini”.
Queste due testimonianze contengono gli stessi sentimenti e messaggi, anche se opposti, presenti nella silloge poetica di Vito Sorrenti, e spiegano il perché di fronte al male più nefasto bisogna reagire, abituandosi tuttavia a maturare un atteggiamento di ricerca riflessiva, a lasciarsi penetrare dal silenzio e a camminare sulla soglia di esso con la consapevolezza che non è la risposta quella che è importante, ma il comprendere che c’è un modo di essere presente di Dio rispetto alla presenza del male nel mondo, e tale modo va collocato nella dimensione del mistero. C’è quasi una misteriosa “presenza-assenza di Dio” che dice all’uomo di ogni tempo che Dio non è afferrabile, manipolabile, circoscrivibile in schematismi prefissati e che il suo modo di operare nella storia non è mai definibile così come la ragione umana vorrebbe. Ed in questo quadro di riflessione, la silloge Amebeo per Euridice di Vito Sorrenti si dispiega come un “canto di lamentazioni” che richiamano testi biblici veterotestamentari, canto nel quale scorrono immagini strazianti e cariche di “orrore, miseria, sgomento”.
E’ davvero struggente la compartecipazione del poeta al dolore di una umanità che ha perso “il senso onto-etico della vita”, dei rapporti di pace, riducendosi in frantumi e naufragando dal punto di vista valoriale, così da indurre ognuno ad esclamare , con le parole del filosofo Sartre, “gli altri sono il mio inferno!”
La verisificazione di Vito Sorrenti diventa così un appello ai “seminatori di morte”, dipinti come “stirpe infausta”: “a che questi martirii? a che questa brama d’imperio / se non solo il potere ma anche la vita è destinata a dileguare?”
Il corpus poetico di questa raccolta poggia su momenti creativi che approdano sulla pagina con diversità di stile e di forma. Al fascino che promana dal tono lirico e struggente di molti testi dell’opera, si alternano versi con un’ andatura in coppia di voci “in ottava” fra loro, tipici dei salmi biblici. In questo secondo caso, chiaramente, i versi si allungano, descrivono, provocano, e il taglio prosodico e le citazioni inserite nella struttura dei versi modificano la resa connotativa e trasfigurativa della raccolta nel suo insieme.
Ci piace citare, in particolare, Trittico della tempesta, ove il poeta Sorrenti mostra di possedere una capacità di lettura del mondo greco classico operando l’intreccio di due prospettive rispetto al tema del male nel mondo: quella greco-romana, di impronta fatalistica, e quella giudaico-cristiana che trova in Gesù Cristo, secondo l’interpretazione paolina, una significazione di riposta, atteso che con la venuta di Cristo è stata data all’uomo la possibilità di rivestirsi di “armi di luce” con le quali Paolo invita a essergli fedeli nell’oscurità del presente.
Un libro, dunque, sicuramente di spessore questo che Vito Sorrenti offre ai suoi lettori, poiché carico di domande, di problematiche esiziali nel cammino dell’esistenza umana, e che l’autore trasforma in un itinerario a due voci: quella di Amebeo e di Euridice, del poeta e della poesia.
Con una parola fortemente comunicativa, l’autore riesce ad incarnarsi nella realtà di un mondo in cammino in una sorta di deserto, ma con la speranza e la fede che non sarà il male a prevalere, ma la forza del bene e della verità. E con la sua poesia, del resto, Vito Sorrenti partecipa alla vita storica, ne stigmatizza le anomalie e il disordine morale con uno sguardo d’inquietudine e un dolore profondo, ma con la consapevolezza che la società contemporanea possa emergere dal marasma dell’esistenziale, atteso che – come diceva Goethe – “ogni tragicità è fondata su un conflitto. Se interviene o diventa possibile una conciliazione, il tragico scompare”.

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