Sulla vicenda della Monaca di Monza..apparentata con Modica. Riflessione di Carmelo Modica

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Sulla vicenda della Monaca di Monza..apparentata con Modica, pubblichiamo una riflessione di Carmelo Modica.

“Se lo scopo di chi sta partecipando alla discussione storica sulla Monaca di Monza è quello di appassionare i modicani ad una vicenda che li potrebbe entusiasmare, devo dire, ovviamente per come la sto percependo io, uomo medio modicano, che non ci sta riuscendo.
Dalla lettura dei vari articoli che si sono fra loro incrociati sulla stampa cartacea e quella on line, compresi alcuni illuminanti ritorni del prof. Uccio Barone nei social, colgo più un clima di polemica che un pacato confronto storiografico che ogni modicano certamente avrebbe piacere di poter seguire.
E tutto ciò lo rilevo nonostante in tutte le ricostruzioni lette sulla vicenda si nota la lodevole presenza e l’esito di attente ricerche documentarie.
Ma voglio essere più esplicito. Io ritengo caro Carmelo Cataldi che una “bufala” viene messa su con scopi ben precisi. Nella politica io addirittura la considero uno strumento di “guerra rivoluzionaria”. Potrei considerare bufala (io, però, non l’ho mai definita tale) l’ostinazione con la quale il prof. Barone non ha voluto riconoscere l’origine Caser nei Grimaldi e ne abbiamo, ne ho, stigmatizzato il motivo politico e non storico del prof. Barone.
Ciò premesso mi sembra il caso di dire che il compianto Raniolo quando scrisse della Monaca di Monza (tra l’altro in Archivum Historicum Mothycense, n.4-1998) non credo abbia voluto scrivere una “bufala”: ha scritto quanto la lettura dei documenti gli aveva suggerito. Nulla togliendo al sua valore se qualche altro documento sfuggì alla sua lettura.
Credo che la storia nel tempo vada avanti e si formi così.
E’ lo stesso canovaccio che segue il rimprovero che il prof. Barone ti rivolge per avere scritto in tempi diversi cose differenti, come se nella propria attività di analisi e documentazione non debba essere possibile affinare la propria ricerca prendendo atto di nuovi documenti o fare scaturire sempre dagli stessi, persino, nuove riflessioni.
Ma come possiamo gustare “il passo dello storico, tra “bufale” ed evidenti e provati ipocriti “Caro Carmelo”?
[…il passo dello storico: un passo dopo l’altro, con calma e senza innamoramenti per le proprie tesi.]
Quanto ho cercato di dire, rafforza in me l’idea che è sempre più necessario a Modica, propiziare, come stiamo cercando di fare, la costruzione di un luogo di analisi ed incontro che ci faccia gustare il piacere di poter assister allo “scontro di documenti” anziché allo scontro di opinioni più o meno colorite da aggettivi spuri rispetto ad un dibattito storico”.
Carmelo Modica(nella foto)

Di seguito l’articolo di Carmelo Cataldi oggetto della superiore riflessione
Ed eccoci alla terza bufala modicana, come se non bastava già quella sui Caser/Grimaldi e la cioccolata, che di modicano ha ben, poco essendo stata importata, almeno fino al 1830, da Palermo, Noto e Malta.
Si è appreso così, domenica scorsa, attraverso un “inedito”, sulla pagina dedicata alla Cultura, dal quotidiano La Sicilia, dal titolo “Suor Gertrude ha radici modicane”,che un rappresentante della famiglia de Leva di Modica, tale fra Alberto de Leva, padre dell’ordine dei Carmelitani, sarebbe stato un “fratellastro” della monaca di Monza, al secolo Marianna de Leyva, fatto che dovrebbe convincere i lettori modicani, siciliani e italiani,che i de Leva di Modica furono imparentati strettamente con quelli spagnoli e quindi con quelli lombardi di Milano e Monza.
Il pezzo non è firmato, ma rimanda per le fonti, ad una pseudo-intervista al Prof. Uccio Barone, che si ricollegandosi a sua volta ad altro storico modicano, il prof. Giuseppe Raniolo, riporta le seguenti affermazioni di ordine storico e genealogico: “…Alberto de Leva, fratellastro di Marianna al secolo monaca di Monza, fu priore del convento di Santa Maria Annunziata. Era l’anno 1628”, “Benchè conte di Monza don Luigi II aveva preferito trasferirsi a Palermo godendo di un seggio al Parlamento come feudatario della baronia di Tripi che faceva parte del patrimonio siciliano della famiglia Marino, a conferma dei tradizionali legami economici e politici tra Lombardia e Lombardia. La stessa Contea monzese nel 1651 sarebbe stata venduta ai banchieri milanesi Durini. Si spiega perciò il carteggio tra i due cugini de Leyva che si riconoscono come parenti e ricordano la comune e nobile prosapia lombarda ormai sicilianizzata”.
Purtroppo ancora una volta si è davanti ad un cliché già visto, ad un refrain già sentito, in cui con salti genealogici improponibili e con occasionali e strumentali lettere si vuole trovare e imporre quello che documentariamente e storicamente non esiste, nel caso specifico una parentela tra i de Leyva di Milano, Monza e Ascoli con i de Leva di Modica.
Il fatto è abbastanza forte e di impatto per non tentare di dare voce alla verità storica e pertanto, al fine di dare al lettore un quadro effettivo e storico delle due rispettive famiglie, non collegate in alcun modo fino ad oggi tra loro, occorre analizzare scientificamente e soprattutto genealogicamente, tutti i personaggi nell’inedito, pubblicato inopinatamente da La Sicilia, che non ne esce bene a sua volta e ancora una volta, quando ha da presentare pagine di storia modicana, che si tratti di famiglie oppure di cioccolato.
I personaggi citati dall’articolo sono almeno quattro: frà Alberto de Leva da Modica, suor Virginia (la Monaca di Monza), al secolo Marianna de Leyva, Luigi de Leyva e Martino de Leyva.
a. Il primo frà Alberto de Leva, probabilmente nato a Modica nel 1550/60 a Modica fu figlio di Matteo e di Elisabetta Aprile e nipote di Calcerano de Leva, di cui si sconosce la paternità, calato nella Modica del primo decennio del 1500 non si sa bene da dove, fratello di Antonuzzo de Leva. Fu frate carmelitano e provinciale dello stesso Ordine, troviamo dello stesso notizie in Rocco Pirri, in Ecclesia Siracusana, come responsabile dell’Ordine per la Sicilia e la Calabria, dato ripreso da Giovanni Fiore da Cropani nella sua della Calabria Illustrata. RaffaeleGrana Scolari, nei suo Cenni storici sulla città di Modica, nel 1595, alla morte del padre Matteo, lo indica come suo erede testamentario e poi erroneamente, a sua volta, citando la medesima lettera del 1634 del prof. Uccio Barone, afferma che la famiglia di appartenenza di frà Alberto è la stessa di quella di Monza.
b. Marianna de Leyva nacque a Milano nel dicembre del 1575 e morì il 17 genn. 1650. Fu figlia di Martino de Leyva, e Virginia Marino, vedova di Ercole Pio di Savoia, signore di Sassuolo e figlia di Tommaso, importante banchiere genovese, al servizio di Carlo V nello Stato di Milano. Dal secondo matrimonio di Martino de Leyva, conte di Monza, con Anna Viquez de Moncada nacquero: Luigi II, Antonio II, Gerolamo e Adriana.
c. Martino de Leyva nacque a Milano nel 1550 e morì a Valencia nel 1600. Fu Conte di Monza dal 1570 al 1600, figlio a sua volta di Luigi I de Leyva e nipote di Antonio I de Leyva, principe di Ascoli, i suoi fratelli furono: Antonio Luigi, principe di Ascoli, morto nel 1564 e sposato con Eufrasia de Guzman, Filippo, Francesco, Giovanni sposato con Beatrice Carafa e Marianna morta nel 1588 e sposata a Massimiliano Stampa marchese di Soncino. Si sposò a Milano nel 1574 con Virginia de Marini e alla morte di questa nel 1588 si sposo a Valencia con Anna Viquez de Moncada.
d. Luigi II de Leyva, figlio di Martino de Leyva e Anna Viquez Moncada, probabilmente nato dopo il 1588 in Spagna, sposo Giovanna Sammaniati (1609-1631), baronessa di Sabuci, località vicino a Licata (AG) nel 1624 e con la quale ebbe poi un’unica figlia, Eleonora. La nonna di Giovanna era Giovanna Lo Porto, sorella del barone di Tripi.
Da tutto ciò appare evidente che nessuna relazione genealogica e quindi parentela esisteva ed esiste tra lo scomparso ramo dei de Leyva di Milano, Monza e Ascoli, ma di più con il ramo principale spagnolo, il cui vero e originario cognome era Martinez, poi Martinez de Leyva.
Bisognerebbe risalire al capostipite di quella modicana e cioè Calcerano, per poter mai avanzare qualche ipotesi seria su un legame parentale tra le due famiglie, quella monzese e quella modicana, ma gli studi finora effettuati non hanno permesso di poter accertare una simile origine genealogica.
E’ necessario però dire, per onestà intellettuale, che esistono due elementi, quasi storici, a favore di uno studio, tutto in itinere, sulla origine spagnola di Calcerano de Leva e sono quelli pertinenti alla coincidenza della presenza e arrivo di questo a Modica e quella nel 1503 di Antonio de Leyva a Messina, al seguito del conte di Benavides e poi della coincidenza della presenza di Calcerano all’assedio di Tunisi delle truppe di Carlo V nel 1535, capitanate proprio da Antonio de Leyva.
Ovviamente, se il primo dato è soltanto una supposizione, il secondo è una certezza

documentaria rilevata dal diploma di “Equite Auratu” concesso da Carlo V a Calcerano da Brussels nel 1554, quando l’imperatore era pure prossimo alla morte. Qualcuno avanza l’ipotesi che il diploma sia stato un atto di compiacenza di qualche funzionario imperiale, considerato che l’imperatore era prossimo alla morte e quindi il controllo amministrativo era più debole e le maglie più larghe.
E’ certo, comunque, che nel documento Calcerano è indicato come partecipe all’assedio di Tunisi.
Ovviamente questo non dimostra alcun nesso genealogico relativamente alla parentela tra Calcerano e Antonio e l’originaria prosapia spagnola precedente allo stesso, ma anche rispetto a quella posteriore del ramo milanese e di Monza, che non presenta, è bene dirlo ancora, alcuna cointeressenza con la famiglia modicana di Calcerano.
Da tutto ciò ne discende che si può serenamente e storicamente affermare che: frà Alberto de Leva non era fratellastro o menché parente della Marianna de Leyva, che tra i de Leyva e i de Leva di Modica non intercorreva alcuna parentela, seppur si dice: “…che si riconoscono come parenti e ricordano la comune e nobile prosapia lombarda ormai sicilianizzata (sic!)”, che Luigi II, il de Leyva vero e fratellastro sì di Marianna, non era barone di Tripi, ma di Sabuci, che la baronia di Tripi non era feudo siciliano dei Marino, che erano genovesi e che nessuna relazione esisteva tra lombardi e siciliani: “…a conferma dei tradizionali legami economici e politici tra Lombardia e Lombardia.”.
Insomma un’altra bufala modicana, anche costruita maldestramente, che si vuole far passare per storia attraverso dei dati fondati sul nulla e che non rende merito alla vera storia, quella siciliana e lombarda, ed alle rispettive illustri, oggettivamente, famiglie de Leyva e de Leva, e per cui sarebbe bene che la redazione de La Sicilia, prossimamente, effettuasse, ex ante, dei seri riscontri storici sul materiale che le sottopongono per la pubblicazione, per non inficiare la sua autorevole credibilità di quotidiano del sud est siciliano e non possa essere messa in discussione così facilmente, su due piedi da chicchessia.

2 Commenti

  1. Vorrei precisare che la mia riflessione può essere apprezzata nella maniera più completa solo leggendo anche gli altri interventi che gli attori della vicenda hanno pubblicato sulla carta stampata “la Sicilia” e sulle proprie bacheche FB e non solo leggendo l’articolo di Carmelo Cataldi qui riportato

  2. Ritengo estremamente necessario, a valle di quel “ Sacrosanta verità” e “. Dunque queste considerazioni del colonnello potrebbero essere condivise[…]” con il quale il prof Giuseppe Barone ha voluto omaggiare il contenuto di questo mio post, operare alcune precisazioni utili ad evitare travisamenti.
    Per primo intendo chiarire che sarebbe un errore considerare la mia riflessione come ispirata solo ed esclusivamente dall’articolo pubblicato da Carmelo Cataldi, sulla propria bacheca, Facebook dal titolo “La storia – L’ennesima bufala modicana…”. Errore che potrebbe essere alimentato anche dal fatto che radiortm.it, pubblicando nel proprio sito il mio post ha accodato ad esso solo l’articolo di Carmelo Cataldi.
    Bene, nulla di tutto questo. Il mio articolo è stato ispirato da un clima che è divenuto insopportabile, “caro” prof. Giuseppe Barone. Insopportabile e ridicolo se è vero che tutte queste definite, a volte impropriamente, “bufale” anziché sollecitare su Facebook riflessioni, hanno ispirato ilarità e sfottò del tipo “Giulio Cesare era del quartiere Costa” (bacheca Facebook di Antonio Ruta); “Cincinnato è della Sorda come conferma omonima via…” (Salvatore Cannata); “Alessandro Manzoni ha svacanzato in contrada Ciarciolo c’è un piccolo accenno nella colonna infame…” (Carlo Cartier); Io sapevo che Cesare era originario di c/da Ghisira… (Giovanni Di Rosa)“.
    Se mi rivolgo a lei, prof. Uccio Barone, è perché ritengo lei il maggior responsabile di quanto sta avvenendo. Lo vuole anche il suo blasone, lo vuole persino il suo riconosciuto, anche se spesso autoreferenziato, ruolo nel mondo culturale ed accademico, perché quand’anche altri possono “essere degli storici dilettanti allo sbaraglio”, “copisti” oppure “giornalisti bugiardi autori di farlocchie pseudo storiche”, epiteti che lei ha rivolto, giusto per non fare nomi, a Carmelo Cataldi, Francesco Pellegrino e Pino Aprile, è pur vero che un simile linguaggio demolisce pesantemente ogni pretesa autorevolezza oltre che essere fuori da ogni logica di ricerca scientifica.
    Veda Professore io scrivo questo nella consapevolezza che non voglio insegnare niente a nessuno. Sto osservando quanto sta avvenendo a Modica con l’atteggiamento culturale di chi sa che lo “Storico” vero si muove nella sua attività di ricerca e documentazione con lo stesso passo dello “Scalatore”: un passo dopo l’altro, attento, possente e fermo.

    Io non sono uno “Scalatore”, ne ho tanta piena coscienza quanto sublime è il piacere di poterne conoscere qualcuno per ammirarlo. Ed ho così alimentato la ricerca di simili “Scalatori”, con adeguate letture, d’avere, questa si, la presunzione di essere dotato del “giudizio” necessario per riconoscerlo.

    Lo “Scalatore”, ai suoi compagni di viaggio, stressati e trafelati perché trovano difficoltà a tenere il suo passo, dà insegnamenti non distribuisce improperi.

    Inoltre, uno “Scalatore” di questa caratura anche ai più sprovveduti indica strade e metodi, non gli racconta la propria carriera culturale. Non considera ogni dissenso alle sue tesi materia di scontro e di dileggio personale. Sta sempre nel tema. Fa parlare i documenti. E basta!

    Professore sto scrivendo con il condizionatore d’aria in funzione, per evitare di essere, inconsapevolmente, vittima di questo caldo di Agosto che ritengo abbia, invece, agito in lei quando ha scritto i commenti e gli articoli, a cavallo di questo ferragosto, sulla vicenda della “nostra” suor Gertrude.

    Solo il caldo Le avrà impedito di non rilevare che uno “ Scalatore” non avrebbe mai scritto, per accreditare la propria autorevolezza di “ Storico”, che, tra l’altro, nessuno contestava:

    “ […] gli storici sono inquadrati nei settori scientifico-disciplinari del MIUR sulla base di idoneità certificate da concorsi nazionali per quattro fasce ( ricercatori, aggregati, associati, ordinari). Inoltre ogni triennio ogni studioso viene sottoposto alla valutazione di una commissione nazionale , che incide sulla carriera e sulla progressione economica. Non le faccio una colpa, ma lei non ha la più pallida idea dell’organizzazione della docenza universitaria. Vedo che parla senza cognizione di causa.”

    Altro che “Scalatore”; questo pensiero, più che definire il profilo dello “Storico”, sembra in sintonia concettuale con chi ritiene di poter esclamare “[…] io poi la gente…ma che cosa si aspetta la gente…che cazzo vuole…perchè non si fa chiamare un posto dove il suo maestro…” come hanno rilevato le intercettazioni nell’ambito dell’indagine della magistratura denominata “ Università bandita”.

    Eppure, il da lei spesso dileggiato, Francesco Pellegrino, sin dall’inizio della vicenda Caser/Grimaldi, e per ultimo persino in questo mio post, Le ha chiesto di portare il dibattito su un piano scientifico ed ha invocato da lei “critiche scritte suffragate da documenti ineccepibili perché dicevano i saggi latini che “verba volant, scripta manent”. E’ stata la scrittura, infatti, a smentire e a correggere una narrazione storica che di documentato aveva ben poco.”
    Come si fa a non condividere una proposta di questo genere che poi, per quanto posso osservare anche io nella mia qualità di “Guardone di Scalatore in azione”, è quella canonico che viene attuata nell’attività di ricerca storica?

    Per finire mi sembra anche necessario, direi, per fatto personale, evidenziare che Lei, Professore, prende una cantonata quando scrive che io non conoscerei la differenza tra educazione e manifestazione di ipocrisia.

    “ Caro Carmelo…” è un aggettivo molto impegnativo che indica affetto. E’ vero che spesso si usa in maniera generica anche nei confronti di persone che si conoscono appena, ma certamente mai quando si rivolge a persone nei confronti delle quali si è già manifestato rancore al limite del disprezzo. Ed io questo lo posso dimostrare semplicemente virgolettando quanto lei Professore, non io o altri, ha scritto sui social.

    Lei, Professore, sa bene che ho seguito da sempre il Giuseppe Barone politico. Dalla lontanissima Università di San Martino, al suo insediamento alla presidenza della Fondazione Grimaldi ed alla impossibilità di consultare gli atti del 1° Convegno internazionale di studi sulla Contea di Modica. Tutti argomenti trattati da me in pubblicazioni e sul mensile “ Dialogo” che lei ha coperto con superbo silenzio e la cui “austerità” è resa manifesta dalle solari rovine che questo suo attivismo ha lasciato.

    Poi venne Facebook che La costrinse a reagire con commenti alle mie riflessioni arricchendo così l’ampia letteratura esistente non con ipotesi ed opinioni ma con l’autenticità di parole, concetti ed aggettivi qualificativi che lei non ha lesinato a nessuno. Fu il tempo del primo “Consiglio di biblioteca”, della modifica del regolamento con il quale venne istituita, per assegnarla a lei, la figura del “Direttore onorario” e del secondo “ Consiglio di biblioteca”. Poi venne l’operazione “ Università bandita” che fermò la sua attività e creò disagio anche a me che sulla scorta della documentazione conservata avevo iniziato una sua “ Biografia non autorizzata”, lavoro che per il momento ho sospeso chiedendomi se è il caso di farlo.

    Tutto questo l’ho meditato e scritto provando ad utilizzare, anche io il passo del montanaro, fermo, schietto e disincantato. Testo che pur rivolgendosi al prof. Barone penso possa far riflettere tutti, senza eccezioni; io stesso non mi assolvo. Ho già scritto in passato che Modica per essere grande non ha bisogno di bugie ma di misura ed in quest’ultimo bisogno inserisco e ribadisco la necessità di porre al centro della nostra attività il bene di Modica perché se ciò avvenisse nel dominio della cultura stiamone certi: Modica potrebbe anche sopportare persino politici mediocri.
    Carmelo Modica

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