HUMANITAS…di Pierpaolo Galota. La riduzione delle Diocesi: cosa accadrebbe alla Sicilia?

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Qualche giorno fa, in occasione della 73° Assemblea Generale dei Vescovi Italiani tenutasi a Roma dal 20 al 23 maggio 2019, dal tema “Modalità e strumenti per una nuova presenza missionaria”, è apparso sul quotidiano Avvenire un articolo riguardante la riduzione delle diocesi in Italia.
Si tratta di una tematica importante e calda, che in diverse occasioni è stata oggetto di studio, di confronto e anche di azione. L’ultimo ridisegno delle Chiese locali è stato effettuato nel 1986, ma con le recenti “non nomine” dei vescovi sembra che sia stia attuando un nuovo ridisegno, tanto auspicato da Papa Francesco, fin dall’inizio del suo pontificato, e sostenuto dalla Conferenza Episcopale Italiana.
L’articolo “La riduzione delle diocesi in Italia muove i primi passi” approfondisce una tematica che da anni interessa i Vescovi e le diocesi italiane.In Italia si contano 226 Chiese locali, di queste 18 sono solo in Sicilia. Non bisogna guardare solo al numero, perché si corre il rischio di renderel’argomento riduttivo. La presenza massiccia delle diocesi in Italia non è dovuta ovviamente a scelte di comodo, ma va letta a partire dall’antica tradizione cristiana della Penisola, alla presenza della sede pontifica e soprattutto al numero di fedeli.
La riduzione in Italia ha un lungo percorso storico, e si tratta di un percorso ovviamente non facile. La riforma delle diocesi ha origini già negli anni ‘20, in particolare nel concordato del 1929 si stabiliva che la riduzione delle Chiese locali sarebbe stata attuata via via che quest’ultime si rendessero vacanti. L’intento del concordato era quello di far coincidere le Diocesi italiane con le 119 province presenti sulla penisola. Nel 1964, l’allora Cardinale Montini sottopose la questione del numero eccessivo delle diocesi all’assemblea dei vescovi, da quell’intervento si inizio il lavoro di ripensamento. La Conferenza Episcopale nominò una commissione, detta dei “Quaranta”, in cui si elaborò un progetto di ridisegno, che nel 1968 venne consegnato alla Congregazione per i Vescovi, ma solo nel 1986, sotto il pontificato di San Giovanni Paolo II, si è potuto avallare quello che era stata la proposta di Paolo VI, e così da circa 325 diocesi, e si passò al numero attuale di 226.
Dunque, sorgono spontanee tante domande circa il funzionamento e l’attuazione di questa riduzione. Alcune di queste domande già hanno qualche risposta, per altre forse bisognerà attendere. In tutto questo è giusto e doveroso chiedersi come funzione la riduzione, quali sono i criteri per decretare la chiusura o l’accorpamento delle sedi episcopali? E in particolare guardando la Sicilia, questa riduzione è attuabile? Qual è la situazione delle diocesi in Sicilia, cosa comporterebbe con un possibile accorpamento di qualche sede?
Sono ovviamente domande lecite a cui si spera di dare risposta attraverso questo articolo. Certamente le risposte qui contenute saranno solo una ipotesi sulle tante possibili.
Il papa, durante l’Assemblea generale dei vescovi nel 2018, ha definito la riduzione delle diocesi una «esigenza pastorale attuale». E la Conferenza dei Vescovi, nella persona del presidente Card. Gualtierio Bassetti, ha sollecitato ad un cambiamento, da attuare con misure intelligenti e non attraverso un semplice colpo di spugna sulla lavagna.
La riduzione effettivamente è già iniziata in modo indiretto, senza molti clamori e tensioni. Tecnicamente non esiste un piano di chiusura programmatico, ma il punto di inizio più evidente sono state le rinunce e le non nomine dei vescovi. Un processo che in questo modo sa molto più di spirito ecclesiale che di politica ecclesiastica.
Un prima risposta sul funzionamento della riduzione è molto scontata: il ridisegno funziona senza una ben precisa strategia, si usano criteri molto differenti e diversificati in base alla situazione reale della Chiesa locale in questione, non vi sono criteri standardizzati.
Inizialmente il criterio dato per la maggiore, fin da quando si ricominciò a parlare di riduzione nel 2013, era quello numerico: in particolare il numero dei fedeli di una determinata diocesi.
Dal 2013 si è ricominciato a muovere dei passi circa il ridisegno delle diocesi italiane. Nel 2016 la Conferenza Episcopale aveva chiesto ai vescovi, di ogni regione italiana, un parere su un possibile progetto di riordino e ridisegno della presenza. All’interno del testo, si raccoglievano prospettive di futuro e soprattutto il volto attuale delle Chiese Locali. Inoltre, i vescovi erano chiamati a esprimere delle proposte su possibili unificazioni o soppressioni di sedi.
Il 2017 si potrebbe definire il “punto zero” della riduzione delle sedi episcopali, un inizio ad experimentum. Infatti, attuare delle riforme, e soprattutto delle riduzioni non è sempre una cosa semplice. Nel 2017alcune diocesi “piccole”, cioè con meno di 100.000 fedeli, hanno avuto la nomina di un nuovo pastore. Mentre il 2018, che rispetto all’anno precedente, è stato un anno con meno nomine episcopali, ha visto un nuovo pastore per una Chiesa locale di circa 60.000 fedeli. L’inizio del 2019 ha visto la realizzazione di piccoli provvedimenti per le diocesi “piccole”, che hanno portato non proprio a uno stravolgimento della geografia delle diocesi, ma più nel quadro degli incarichi dei vescovi. Per esempio il vescovo di Tivoli dal 2019 è anche vescovo della diocesi suburbicaria di Palestrina, infatti Papa Francesco ha unito le due diocesi in Persona Episcopi. In altre diocesi alla rinuncia dei pastori titolari, per i raggiunti limiti di età, il papa non ha nominato un successore, ma affidato la diocesi alla cura di altri vescovi delle diocesi vicine.
I criteri principali per adesso non sono quelli numerici, ma il parametro cardine è legato alla figura del vescovo. La strada preferita attualmente è quella della non-nomina del pastore, e in caso di rinuncia affidare la Diocesi ad un amministratore apostolico.
Questa scelta è in parte attuabile in Sicilia, perché dipende molto dalla situazione delle diocesi: territorio ed età dei vescovi.
In Sicilia vi sono 18 diocesi, di cui 17 di rito latino e 1 di rito greco-cattolico. Di queste diocesi solo due sono sotto il criterio numerico, auspicato all’inizio del 2016, la diocesi di Nicosia e quella di Piana degli Albanesi,quest’ultima però è una diocesi “particolare” in quanto il rito è quello greco-cattolico, che è diverso dal resto della diocesi siciliane.
Attualmente, l’unica che potrebbe essere accorpata, smembrata o soppressa è quella di Nicosia. Questa diocesi infatti rientrerebbe, volente e nolente, in entrambi i criteri: numerico ed età del vescovo, vicino alla rinuncia per limiti di età. Nicosia è la diocesi più piccola nel cuore della Sicilia, ad essa appartengono12 comuni del Libero Consorzio di Enna. Le ipotesi possibili su questa diocesi potrebbero essere diverse: se si opterebbe per la soppressione i comune potrebbero essere divisi con le diocesi vicine. Oppure, se si procede all’accorpamento, la diocesi potrebbe unirsi a una diocesi vicina come quella di Piazza Armerina, che territorialmente ha altri comuni dell’ennese, o altre diocesi come: Cefalù, Patti o Caltagirone, che confinano direttamente con Nicosia. Va esclusa l’Arcidiocesi di Catania, perché già molto ampia territorialmente e grande numericamente.
La situazione numerica delle arcidiocesi e diocesi siciliane è molto variegata, secondo l’Annuario Pontificio del 2018, il numero dei fedeli per ogni diocesi siciliana è il seguente:

MENO DI 100.000 FEDELI
1. Piana degli Albanesi (Eparchia) cattolici 23.186.
2. Nicosia cattolici 75.410.

MENO DI 200.000 FEDELI
3. Cefalù cattolici 111.500.
4. Caltagirone cattolici 142.000
5. Patti cattolici 164.300.
6. Caltanissetta cattolici 165.450.
7. Trapani cattolici 199.400.

MENO DI 300.000 FEDELI
8. Piazza Armerina cattolici 212.800.
9. Noto cattolici 215.000.
10. Ragusa cattolici 216.564.
11. Mazara del Vallo cattolici 226.000.
12. Acireale cattolici 230.500.
13. Monreale cattolici 259.619.
14. Siracusa cattolici 290.215.

MENO DI 500.000 FEDELI
15. Agrigento cattolici 418.637.
16. Messina – Lipari – Santa Lucia del Melacattolici 496.940.

MENO DI 800.000 FEDELI
17. Cataniacattolici 743.800.

MENO DI 900.000 FEDELI
18. Palermo cattolici 891.900.

Altresì va detto che un processo di riunificazione o ridisegno,della geografia ecclesiastica, è attuabile in Sicilia solo a partire da una migliore collocazione dei territori, alivello di collegamenti e infrastrutture, vista l’estensione dell’Isola.
Infatti, i collegamenti e le infrastrutture sono uno dei problemi, che attanaglia la Siciliada tempo e non permette molte volte di collegare l’Isola rapidamente.
Certamente il ridisegno non deve basarsi solo sulle infrastrutture o sui collegamenti, ma non può nemmeno far finta di nulla circa la reale situazione logistica del territorio.
Le diocesi ad essere interessate ad un possibile ridisegno sono sicuramente quelle suffragane, quindi per le sedi arcivescovili il pericolo è scampato. Alcune di queste sedi hanno una lunga storia alle spalle, altre un po’ meno ma pur sempre erette da un bel po’ di tempo, nate sempre per favorire una maggiore presenza del vescovo tra la gente.
Il criterio più usato per adesso è quello delle rinunce e nomine, ma se si guarda all’età anagrafica dei vescovi in Sicilia, la regione potrebbe godere di un numero elevato di diocesi ancora per un po’ viste anche le nomine degli ultimi anni. Nel dettaglio questa è la situazione anagrafica dei vescovi siciliani (in grassetto le sedi arcivescovili):
In ordine di età: 1. Mons. Salvatore Pappalardo (1945 – Siracusa), 2. Mons. Salvatore Muratore (1946 – Nicosia), 3. Mons. Michele Pennisi (1946 – Monreale), 4. Card. Francesco Montenegro (1946 – Agrigento), 5. Mons. Salvatore Gristina (1946 – Catania), 6. Mons. Domenico Mogavero (1947 – Mazara del Vallo), 7. Eparca Giorgio Demetrio Gallaro (1948 – Piana degli Albanesi), 8. Mons. Giuseppe Marciante (1951 – Cefalù), 9. Mons. Giovanni Accolla (1951 – Messina), 10. Mons. Pietro Maria Fragnelli (1952 – Trapani), 11. Mons. Calogero Peri (1953 – Caltagirone), 12. Mons. MarioRussotto (1957 – Caltanisetta), 13. Mons. Rosario Gisana (1959 – Piazza Armerina), 14. Mons. Antonio Raspanti (1959 – Acireale), 15. Mons. Antonio Staglianò (1959 – Noto), 16. Mons. Carmelo Cuttita (1962 – Ragusa), 17. Mons. Corrado Lorefice (1962 – Palermo), 18. Mons. Guglielmo Giombanco (1966 – Patti).
In definitiva, la riduzione delle sedi episcopali in Sicilia è possibile solo si è attenti al territorio e si garantisce una maggiore presenza qualitativa e capillare della Chiesa. Sicuramente nell’attuare il piano di ridisegno non bisogna innescare un gioco né politico né patriottico, ma bisogna avere a cuore prima di tutto le anime e la cura sempre maggiore di queste. Il ripensare le sedi episcopali non deve servire ad avere un numero minore di vescovi da nominare, ma piuttosto dovrebbe giovare ad avere una pastorale sempre più vicina al popolo e al loro quotidiano.
Non servono i palazzi apostolici quando questi sono il ritrovo esclusivo del pastore, ma tornano utili al bene comune quando questi si aprono a coloro che soffrono, che sono ammalati, immigrati, in difficoltà, e che grazie al proprio Pastore possono sperare sempre in un futuro migliore in cui si è fratelli e non nemici.

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