Presentazione del libro “Aspetti umani e sociali di una tragedia annunciata….di Giuseppina Pavone

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Vorrei iniziare parlandovi molto brevemente di una piccola vicenda che mi riguarda, ma che si collega per alcuni aspetti al libro di Michele Giardina.
Sono siciliana, perché figlia di siciliani, ma non sono nata in Sicilia, bensì in un piccolissimo e delizioso paesino, al confine tra Piemonte e Liguria, praticamente a 40 km circa da Genova; ho degli amici in quella zona.
Probabilmente per questa ragione, quando ho letto il libro di Michele Giardina, alla mia mente è apparsa nitida un’immagine: un ponte simbolico tra Sicilia e Liguria, tra Pozzallo e Genova!
Ne ho parlato con uno dei miei amici, Elio, geologo, nato e cresciuto a Sampierdarena, il quartiere più popoloso di Genova, il cui territorio comprende la Val Polcevera e, quindi, una parte del Ponte Morandi (proprio in quell’area, presso il Centro Civico Buranello, è stato allestito uno dei due ‘infopoint’ istituzionali per gli interventi di assistenza). Elio mi ha parlato del dramma del crollo con tutta la carica emotiva che si può immaginare e mi ha confidato, lui che ama scrivere per diletto, di avere redatto una sorta di cronaca ‘minuto per minuto’, a tratti scandita nei secondi, dalle ore 11:36 del 14 agosto in poi, con un’attenzione quasi … maniacale per l’analisi dei video; mi ha trasmesso i file di questi scritti in via del tutto riservata (adesso ne parlo, perché da lui autorizzata). Ho letto tutto d’un fiato il contenuto di questo ‘diario’, il cui incipit (in dialetto genovese, da me liberamente tradotto) recita grosso modo così: “Perché scrivere? Perché io sono di Sampierdarena e quel ponte l’ho visto nascere e crescere, perché ci sono passato migliaia di volte, mio figlio ci passava ogni giorno per andare a lavorare e mio nipote era passato da lì poco prima del crollo, perché voglio farmene una ragione e voglio sentirmi vicino a quei !”
Ebbene, da non crederci: i due scritti, libro di Michele e diario di Elio, letti in parallelo, sembrano una … ‘sonata a quattro mani’, tale è la corrispondenza tra fatti,
tempi, valutazioni, analisi ed emozioni comprese, il tutto espresso da due persone (Elio e Michele) che non si conoscono, che abitano in città diametralmente opposte e, soprattutto, con una possibilità di lettura dell’evento totalmente diversa: infatti, mentre per Elio si tratta di ‘vita vissuta sul campo’, Michele ha ricostruito, documentandosi, con capacità e competenza magistrali tutti gli aspetti dell’evento (prima, durante e dopo il crollo), interpretandone con eccezionale sensibilità anche le emozioni a tali aspetti correlabili. Un lavoro di grande valore storico, sociale, ma anche politico, dal quale emerge tutta la drammaticità dei fatti.
Bukowski diceva: “Scrivere sulle cose mi ha permesso di sopportarle…”, ed è proprio così!
Ho letto tre volte il libro di Michele e, ogni volta, ne apprezzo lo spessore umano, la sensibilità, l’empatia che sembrano tessere lo sfondo significante e interpretativo del suo diario, perché solo così si può leggere questo dramma immenso.
Ecco, allora, che nella narrazione di Michele, gli aspetti umani s’intrecciano strettamente con gli aspetti sociali; una città spaccata in due da un ponte che non c’è più: da una parte il centro storico, dall’altra le grandi industrie e i nuovi poli tecnologici; sotto il Morandi … una Comunità che lotta per sopravvivere. Quel ponte era come ‘uno di famiglia’ per i genovesi, si sentivano protetti da questo ‘gigante buono’, li accompagnava quasi per mano lungo tutto il percorso per le attività più diverse (lavoro, scuola, svago,…), ma si sentivano protetti anche gli abitanti delle case sotto il ponte, case adesso distrutte, vite spezzate fisicamente o psicologicamente.
Il lettore viene coinvolto dagli stati d’animo che emergono dal libro di Michele e che sono gli stessi dei genovesi: incredulità, impotenza, senso di smarrimento e di insicurezza, paura, ansia e angoscia, ma anche rabbia, tanta rabbia, per un disastro che poteva e doveva essere evitato, rabbia che Michele esterna esplicitamente con notevole intensità.
Imponente e immediato l’intervento delle équipes per l’emergenza, sia di tipo tecnico-logistico (allestimento ‘Tavoli’: casa, autostrade, scuola, imprese, protezione civile, IKEA) sia, per il supporto sociale e psicologico, immane il lavoro per questi aspetti: c’è da allentare la tensione, prevenire il rischio di sgretolamenti psichici, accogliere e ascoltare il silenzio di chi ha l’anima lacerata dalla sofferenza e non ha voce per esprimerla: ‘il dolore è sordomuto’, dice Michele facendo suo un verso di A.G. Pinketts!
Qualcuno dice che bisogna dimenticare in fretta, ma non è così; non è vero che sia bene dimenticare: si frantuma l’identità, si creano fratture con se stessi e si impoverisce l’Io, la parte di noi che dà significato al mondo interno e al mondo esterno. Invece, è indispensabile accompagnare queste persone lungo tutto il percorso di superamento del trauma, di elaborazione del lutto, di quello effettivo per la perdita del familiare o di quello simbolico per la perdita del senso della propria vita, perché sempre perdita imponente è! Ma ci vuole tempo, molto tempo!

È un trauma collettivo: ne siamo coinvolti tutti, seppure con le comprensibili ed ovvie differenze di intensità: i familiari delle 43 vittime, i sopravvissuti, i genovesi e i liguri, che si ritrovano ora in una sorta di concreto isolamento, ma direi tutti gli italiani che, in maniera diretta o indiretta o per contagio emotivo, abbiamo esperienza di disastri di vario genere, e che con questo dramma misuriamo la nostra fragilità e la nostra vulnerabilità.
Mi ha detto il mio amico Elio qualche giorno fa “Genova ce la farà, si risolleverà: ha superato la guerra che l’aveva quasi distrutta, le diverse alluvioni, …., ci riuscirà anche adesso!”.
Questa affermazione mi è sembrata l’eco di un inciso del discorso dell’arcivescovo ausiliare di Genova Mons. Nicolò Anselmi, il quale però, come opportunamente riporta Michele, precisa “Genova ce la farà se ciascuno farà la sua parte …. Su quel ponte, quella mattina potevamo esserci noi o qualcuno dei nostri familiari o dei nostri amici stretti. Per questo motivo assieme ai nostri 43 amici travolti dal disastro siamo in un certo senso morti tutti noi. … Ma come tutti siamo crollati con il ponte e siamo morti con le vittime, così tutti rinasceremo insieme al nuovo ponte e tutta la città risorgerà”.
In effetti, Genova ha risposto bene a questo immane disastro, si è fatta carico, nell’emergenza, della sofferenza della Comunità, costruendo ponti di solidarietà e di condivisione, ma adesso ci sono da gestire i problemi del quotidiano che man mano vanno emergendo e che riguardano in buona misura proprio gli aspetti sociali (casa, sicurezza, lavoro, scuola, viabilità, ….), ma anche quelli sanitari: è di questi giorni la notizia della protesta dei residenti della cosiddetta ‘zona arancione’ [considerata non direttamente implicata nel crollo], nell’area di Via Porro, i quali denunciano il ‘rischio amianto’ frammisto alle polveri che si sprigionano per il lavoro di demolizione del ponte; è stato comunicato che sarà installata una centralina per monitorare le polveri dell’aria: è già qualcosa!
Raccolgo, infine, la fiducia espressa a conclusione del suo libro da Michele Giardina per una buona riuscita del percorso di superamento dell’attuale condizione di disagio e la speranza che il nuovo ponte sia pronto, come è stato detto, alla fine di quest’anno. Ma voglio esprimere anch’io un auspicio: che si abbattano i muri e si costruiscano ponti, innanzitutto dentro di noi, fra le parti a volte frammentate del nostro ‘IO’, e ponti con l’Altro da noi, creiamo legami significativi che sviluppino il “Senso di Comunità”, concetto a me molto caro, sentimento che rende più solida la nostra resilienza e può sostenerci nel superare i drammi che la vita, purtroppo, non ci risparmia.

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