Libia: la testa sotto la sabbia…….l’opinione di Rita Faletti

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In Libia regnano insicurezza e caos. Lo scontro tra le milizie di al-Serraj, dal 2015 primo ministro del Governo di accordo nazionale con sede a Tripoli, e il generale Haftar, uomo forte della Cirenaica, è in una fase di stallo. Il conflitto potrebbe protrarsi ancora per molto, ritardando all’infinito un esito difficile da prevedere in una realtà complessa e frammentata come quella libica, dove, per giunta, si intrecciano interessi internazionali diversi. Divisione è la parola chiave che aiuta a capire la situazione drammatica in cui il paese africano si dibatte senza apparente speranza dai tempi del suo passato coloniale. Il suo vasto territorio, a 250 miglia nautiche dall’Italia, è nato dall’aggregazione di tre realtà regionali molto diverse, Fezzan, Tripolitania e Cirenaica, che hanno conservato ognuna la propria identità con le proprie insanabili spaccature interne tra clan rivali. Il lungo regime di Gheddafi, durato 42 anni, non ha spento la natura bellicosa di una società tribale, refrattaria a qualunque tentativo di coesione e unità. Dal canto suo, il rais, che considerava la Libia sua proprietà, non fece nulla per sviluppare nei libici la coscienza di un’ identità nazionale. Anzi, manipolò a suo vantaggio quella cultura tribale profondamente radicata, coagulando attorno a sé il potere di famiglie e clan a lui fedeli, attraverso l’assegnazione di ruoli di vertice ai loro più importanti esponenti, e distribuendo denaro, terre e posti di lavoro a chi gli mostrava amicizia, mentre escluse le tribù ritenute pericolose e ostili alla sua leadership. La strategia del “divide et impera” funzionò fino a quando la crisi economica non peggiorò le condizioni di vita delle tribù marginalizzate della Cirenaica. Erano proprio quelle che detestavano il dittatore il quale ricambiava con ardore quel sentimento esternato nell’espressione “la vecchia strega” con cui si riferiva alla capitale della regione, Bengasi. E fu Bengasi a dare il via alla rivolta del 2011, l’anno delle cosiddette primavere arabe, che l’occidente illusoriamente interpretò come scintille di democrazia. In quei giorni, il secondogenito di Gheddafi, Seif al-Islam, fece previsioni precise sul futuro politico, sociale ed economico del suo paese, indovinando quasi tutto. Ci sarebbero stati grossi problemi di sicurezza, caos e disordine si sarebbero estesi e avrebbero causato la morte di molti cittadini libici. Gli stati occidentali sarebbero intervenuti e si sarebbe interrotta l’estrazione del petrolio. Ci sarebbero state divisioni e varie organizzazioni islamiche fanatizzate avrebbero preso il controllo di una parte dei territori. I pozzi petroliferi sarebbero stati incendiati e quelli rimasti sarebbero serviti solo per le necessità del paese. Non fu ascoltato. La Libia è oggi uno “scatolone di sabbia” in balia di milizie che si contendono il potere, mentre, nell’ombra, varie organizzazioni jihadiste aspettano il momento opportuno per prendere in mano la situazione. Gli sfollati sono migliaia e i morti, anche tra i civili, aumentano di giorno in giorno. All’interno del paese i campi profughi ospitano persone che il conflitto mette in serio pericolo di vita. L’esodo verso i paesi confinanti, non sempre possibile a causa degli scontri, continua, e l’Italia dovrà fare la sua parte. Con il profilarsi all’orizzonte dei primi natanti carichi di gente in fuga dalla guerra, il ministro dell’Interno non potrà continuare a sostenere la regola dei “porti chiusi”. Chi arriverà non sarà un migrante ma un profugo e avrà il diritto di essere accolto. E Conte cosa farà? La scorsa estate, dopo l’incontro con Trump, il primo ministro disse: “Con Donald abbiamo concordato una cabina di regia permanente Stati Uniti-Italia nel Mediterraneo, con particolare riguardo alla Libia”. E, alcuni mesi fa: “Lavoriamo per stabilizzare la Libia con tutti i soggetti in campo”. Da tre anni sostenitrice di al-Sarraj, l’Italia ha passato a Conte l’incarico di continuare su questa strada, che il presidente americano ha condiviso affidando al premier la funzione di mediatore. Una missione non priva di rischi, che Conte, con l’ottimismo sfoggiato in altre circostanze, ha commentato così: “Il 2019 per la Libia sarà l’anno della svolta”. Come pensa il primo ministro di convincere le parti in conflitto a fermarsi? Dietro quale promessa? Perché è evidente che qualcosa dovrà promettere in cambio di una pacificazione del paese, che non avverrà in tempi brevi, né per miracolo. Intanto, lo sponsor americano ha girato le spalle a Ciusepi, accordandosi con Haftar, che si è accreditato come nemico del terrorismo. Se da un lato sarebbe giusto contrastare un leader che usi la forza per prendere il potere, dall’altro sarebbe legittimo sostenerlo nella lotta al terrorismo. Da quando è iniziata la guerra, infatti, gruppi jihadisti hanno già attaccato tre volte le milizie di Haftar, facendo temere che si siano infiltrati nelle forze che difendono al-Sarraj, non certo per simpatia nei suoi confronti, o per antipatia nei confronti di Haftar, ma con il palese intento di sostituirsi ad entrambi. Se ciò fosse dimostrato nei fatti, cosa farebbe l’Italia che, per la posizione nel Mediterraneo e la vicinanza con la Libia, correrebbe il rischio di trovarsi in casa qualche fanatico dell’Isis? Un predicozzo sulla pace e per il bene dei cittadini libici potrebbe essere appropriato alla messa della domenica, ma avrebbe lo stesso effetto di mettere la testa sotto la sabbia del deserto libico.

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