Pippo Agnusdei, presidente del comitato istituito dagli avvocati per riaprire le sedi. «Gli uffici di prossimità? Un placebo che rischia di tener chiusi i Tribunali»

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Ci sono due modi di vedere le riforme. O anche la semplice azione amministrativa. Basta prendere il caso degli uffici di prossimità. Nel presentarne l’apertura in tutta Italia, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha parlato di «iniziativa che va a sanare la ferita aperta con la revisione della geografia giudiziaria e la soppressione di tanti Tribunali». Ma la medicina, dal punto di vista dell’avvocatura lasciata senza uffici giudiziari, non è solo amara: è dannosa. «Perché nelle parole del guardasigilli noi non vediamo il segno di un effettivo ripensamento, dell’inizio di un percorso che porti alla riapertura delle sedi chiuse. Vediamo purtroppo la parola fine: temiamo si voglia chiudere il discorso con gli uffici di prossimità». A parlare e Pippo Agnusdei, avvocato di Lucera e dunque tra le vittime della desertificazione attivata nel 2012. Il Tribunale della città pugliese è stato cancellato dalla “riforma”. Agnusdei è presidente del “Comitato di coordinamento nazionale per la giustizia di prossimità”. Un organismo con oltre 80 componenti, che rappresenta tutti i territori lasciati senza giustizia e del quale fanno parte, oltre ai rappresentanti degli Ordini, anche i sindaci delle città interessate e i tanti comitati locali nati contro le chiusure. «Gli uffici di prossimità non sono certo Tribunali: al massimo sportelli di consulenza e postazioni dalle quali effettuare il deposito telematico degli atti», fa notare il vertice del Comitato.
Il contratto di governo recita testualmente: “Occorre una rivisitazione della geografia giudiziaria modificando la riforma del 2012 che ha accentrato sedi e funzioni con l’obiettivo di riportare Tribunali, Procure e Uffici del giudice di pace vicino ai cittadini e alle imprese». Sfida non facile. Ma più per la difficoltà nel liberarsi dei tabù che per effettive ragioni di costi. «Con la chiusura delle sedi non si sono affatto realizzati risparmi. Si è creato un sovraccarico di affari pendenti in quegli uffici ai quali sono stati accorpati i Tribunali chiusi. E c’è anche un problema di denegata giustizia: un cittadino o un’impresa che sa di doversi sobbarcare disagi per veder riconosciuto un diritto tende a rinunciarvi». È chiaro che quella clausola dell’accordo fra Lega e cinquestelle aveva «riacceso legittime aspettative in tanti di noi», spiega Agnusdei. «Ma adesso siamo delusi perché appunto vediamo nel progetto presentato dal ministro nei giorni scorsi il segno di una smobilitazione rispetto a un possibile percorso di riaperture, che pure ci era stato prefigurato nei mesi scorsi».
Il Comitato guidato dall’avvocato di Lucera ha come vicepresidente un sindaco a cui hanno portato via il Tribunale, Andrea Sala di Vigevano, e come segretario un avvocato di un’altra sede cancellata, Enzo Galazzo del Foro di Modica. L’organismo si è riunito una settimana fa al Cnf, le sue attività sono seguite in particolare dal consigliere Giuseppe Iacona, che del massimo organismo dell’avvocatura è anche tesoriere. «La giustizia è come la sanità: un presidio dello Stato, cardine di un sistema che voglia essere davvero basato su un’idea di democrazia solidale», ricorda Agnusdei. «Ora, vorrei si tenesse presente che la cosiddetta revisione della geografia giudiziaria ha prodotto delle gravi disomogeneità nell’accesso alla giustizia tra le diverse aree del Paese. Si era partiti da parametri astratti: l’estensione del circondario, l’orografia e le infrastrutture per la mobilità degli utenti, la popolazione ma anche le dimensioni dell’organico di magistrati, il carico processuale e l’incidenza del crimine organizzato». Qualcosa poi ha alterato gli equilibri. «Prima di tutto, i criteri individuati sono stati subordinati a un maxi- criterio prevalente: andavano comunque preservati i capoluoghi di provincia e un numero minimo di circoscrizioni per ciascuna Corte d’appello», nota Agnusdei. «A questo va aggiunta, ancora, un’altrettanto grave omissione: nella delega che ha attivato la riforma si era prevista una rimodulazione dei carichi tra i diversi Tribunali, in modo da accorciare le distanze tra uffici troppo grandi e sedi più piccole. Non è stata realizzata. Eppure la sollecitazione a creare più uniformità, ad avvicinare i Tribunali il più possibile verso una dimensione media, era venuta dal Csm».
E questo fa vacillare l’idea che ci sia una magistratura poco incline a lavorare lontano dalle grandi città, dietro le scelte desertificatrici, e dietro le persistenti ritrosie a un “ravvedimento operoso” sulla geografia giudiziaria. Evidentemente il vero problema è il tabù. Difficile da infrangere. Ma che il Comitato creato dall’avvocatura farà tutto il possibile per mettere a nudo.

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