Viaggio intorno a Quasimodo a 50 anni dalla morte… di Domenico Pisana. L’epistolario di Quasimodo: la Lettera del 1923 a Emilio Settimelli /15

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L’epistolario di Quasimodo si presenta molto vasto e variegato. Dopo aver analizzato la Lettera a don Primo Mazzolari, vogliamo soffermarci su un’altra Lettera del Nobel, quella inviata a Emilio Settimelli. La lettera a Emilio Settimelli, contenuta nel carteggio a cura di G. Miligi “La Pira-Quasimodo. Carteggio”, Artioli Editore, Modena, 1998 prende le mosse da un referendum promosso dal giornale L’Impero, quotidiano uscito a Roma nel marzo del 1923 e fondato proprio da Settimelli insieme a Mario Carli. Quasimodo interviene su una idea di Marinetti e Prampolini, i quali avevano lanciato al Governo Mussolini la proposta di erigere un Istituto di Credito artistico a favore della produzione dei giovani artisti. Il poeta siciliano nella Lettera, pubblicata su L’Impero del 4 maggio 1923  così si esprime:

Carissimo Settimelli,
Quei possessori di miserabili cervelletti che hanno riso o sorriso, (nei primi è evidente il vuoto più che torricelliano della scatola cranica, e nei secondi si intuisce del padreternismo di moda) leggiucchiando il primo numero dell’Impero tra la cena e la digestione, farebbero bene a non arzigogolare le loro zampette con foga ciceroniana o con suggestive cadenze di protezione da oracoli domenicali, pronunziando l’immancabile sentenza del medico ubriaco: – sono pazzi!
Ma a costoro si potrebbe, pure, rispondere che l’infermità parziale di mente è danno supremo, in quanto che non camminando al passo con l’idiozia, ne segue, da presso, le orme lumacose; ma che la pazzia assoluta è estasi di veggenza, annientamento di carne, premio ed elezione per lo spirito.
Non è retorico oggi pensare Roma centro del mondo, ma la maturazione dei tempi porta a questo divenire, ciò che vuole, del resto, l’eterno ritorno del passato nel presente, del presente nel futuro.
Per figurare questo cammino s’è sempre ricorso alla linea della parabola; io amo invece pensare alla civiltà d’un popolo immaginandola come una forza che proceda in senso positivo, dal polo sud attorno alla terra. Arrivata che sarà al polo nord avrà raggiunto il culmine, da cui soltanto la fede, non l’arida filosofia della religione, e quindi l’obbedienza alla disciplina, intesa non in senso monastico ma come austera serenità, potrà impietrirla.
Mancando la fede, le femmine della suburra e i giocolieri d’astri di stagnola potranno toglierla dai ceppi e allora la discesa al punto d’origine sarà immediata, o, nel migliore dei modi, sarà formata alla mediocrità dell’equatore estrema latitudine est.
Ma da questo punto, per risalire, bisognerà ridiscendere. Ciò che, in altro campo, sembrerebbe un paradosso, è invece la più luminosa verità.
Le lancette dell’orologio camminano sempre nello stesso senso; e d’altronde il mediocre non accenderà mai le vertigini delle nevi, mentre il genio, anche ignorante e inconsapevole, si troverà un giorno sulla via delle stelle. L’Italia, al polo sud prima del fascismo, è salita meravigliosamente con la rivoluzione dell’ottobre scorso, molto al di sopra dell’estrema latitudine ovest dell’equatore.
Gli addormentati, da tempo, cominciano a sbadigliare stiracchiandosi le membra e qualcuno si alza già dal letto troppo comodo.
Oggi è l’ora della rinascita di tutte le energie che bivaccano nel deserto di tisiche ideologie e nei lupanari di brachicefali in posa di sapienti.
E prima d’ogni cosa bisogna convincersi che un popolo che non curi l’arte non sarà mai un popolo d’elezione. Spetta dunque agli italiani il compito di sostenere, per quanto è possibile, le iniziative dei giovani, giacché per i vecchi (nel campo dell’arte beninteso) non rimane altro che la morte, come bene scrisse Bruno Corra. E noi bolleremo questi eunuchi della poesia universale che s’attardano a poltroneggiare sui trivi mostrando lo straccio rosso delle lingue bovine e movendo gli occhi miopi e sanguigni.
“Come suol da sera guardar l’un l’altro sotto nuova luna”!
Il popolo italiano, più degli altri popoli, sente l’arte in tutte le sue manifestazioni, ma non basta il delirio delle platee curvo sul violinista più o meno straniero, la lacrima caduta sulla mano nervosa mentre la musica di Tristano diventa spirito; non basta, a priori, fischiare Strawinshy o Casella, bisogna prima essere anime radioattive tra lo scheletro che si soffoca, interessandosi dei movimenti artistici novatori e, giacché tutte le innovazioni partono sempre dal nostro cielo, (povere rondini!) proprio allo sboccio della primavera, impedirne l’esilio.
Finisca, e per sempre, la vergogna di vedere i nostri artisti, (tra gli illusi e i timidi vi è sempre il genio) rannicchiati sui babelici transatlantici col tascapane degli emigranti, con i poveri bagagli di tele e di colori, con le loro note rubinose e contemplative serrate nei cuori trepidi e ammalati di nostalgia e di rancore, per accoglierli poi, un giorno, venerati in altre terre, con incredulità e con tiepido fervore.
Va bene che sia volere divino che il genio nasca in povertà e che l’anima dei creatori di armonia superiore debba essere umile, nel senso evangelico della parola; ma se l’artista vero, il povero di spirito per eccellenza, non ha (e non può possedere) l’irrequietezza verbale, la forma mentis del mercenario Aretino, né la virtuosa scenografia cagliostriana, per strappare il pane quotidiano dalle mani unghiute degli accumulatori di sterco coniato, non è detto che debba senz’altro recitare al proprio cuore il lamento d’Arianna del Monteverdi.
I quesiti posti dal vostro referendum interpretano i desideri di tutti gli artisti e in special modo, credo, che l’idea di una fondazione di un Istituto italiano di credito artistico, lanciata da Marinetti e Prampolini, dovrebbe essere entusiasticamente accolta da tutti gli italiani, che, oltre al vanto del nome glorioso, posseggono cuore ed anime di veri italiani.
Così se oggi non vi sono più le corti di Federico II e di Lorenzo dei Medici, vi sarà domani un solo Mecenate per tutti gli artisti.
Salute e fraternità
Salvatore Quasimodo

Il corpo della lettera poggia su un’articolata strutturazione di momenti che mette in luce il modo di porsi quasimodiano di fronte al dibattito del tempo sulla proposta avanzata da Marinetti.

1. La polemica e il disprezzo

Disprezzo e polemica sono i dati rilevanti dell’inizio della lettera. Quasimodo assume toni duri verso due categorie di persone, che egli definisce “possessori di miserabili cervelletti” perché, probabilmente, superficiali denigratori della proposta marinettiana.
Il poeta respinge il “riso o sorriso” di certi personaggi del suo tempo, che egli giudica mossi da un “padreternismo di moda”, in quanto intervengono nel dibattito culturale con l’atteggiamento di profeti che pronunziano “sentenze del medico ubriaco: sono pazzi!”, e che invece, secondo Quasimodo, “farebbero bene a non arzigogolare le loro zampette con foga ciceroniana o con suggestive cadenze di protezione da oracoli domenicali”.
Come si può notare i toni della lettera sono duri, ironici, pesanti e disprezzanti. Quasimodo difende la sua posizione con un’allusiva dissertazione “sulla infermità parziale della mente” e sulla “pazzia”: la prima, “è danno supremo” e va di pari passo con l’idiozia; la seconda “è estasi di veggenza, annientamento di carne, premio ed elezione per lo spirito”.
Quasimodo elabora poi una sua filosofia culturale, che tende ad evidenziare la forte creatività e propositività del Sud in ordine alla costruzione della civiltà.
Se egli, da una parte, non considera “retorico pensare Roma centro del mondo”, dall’altra non disdegna nemmeno immaginare la civiltà di un popolo “come una forza che proceda in senso positivo, dal polo sud attorno alla terra”. Il Nobel lancia, inoltre, idee di riscatto affermando che è giunta “l’ora della rinascita di tutte le energie che bivaccano nel deserto di tisiche ideologie e nei lupanari di brachicefali in posa di sapienti”.

2. La legittimità del referendum per la difesa dell’attività degli artisti

Il poeta sposa la proposta di Marinetti e Prampolini, affermando che l’idea della fondazione di un Istituto italiano di credito artistico “dovrebbe essere entusiasticamente accolta da tutti gli italiani, che, oltre al vanto del nome glorioso, posseggono cuore ed anime di veri italiani”.
Quasimodo non soltanto ritiene legittima l’iniziativa, ma adduce delle motivazioni di fondo per supportare le sue riflessioni. E, difatti, nella lettera a Settimelli è possibile cogliere, a riguardo, tre dati essenziali di riferimento:
– il rapporto tra arte ed elezione: il Nobel sostiene anzitutto che il “popolo italiano, più degli altri popoli sente l’arte in tutte le sue manifestazioni”, quindi insiste sulla necessità di convincersi “che un popolo che non curi l’arte non sarà mai un popolo d’elezione. Spetta dunque agli italiani il compito di sostenere, per quanto è possibile, le iniziative dei giovani…;”
– il sostegno ai nuovi movimenti artistici: il poeta, a riguardo, ritiene insufficiente il semplice entusiasmo verso l’arte, il mero “delirio delle platee curvo sul violinista più o meno straniero, la lacrima sulla mano nervosa mentre la musica di Tristano diventa spirito”. Per il Nobel occorre sostegno concreto ed interessamento per “i movimenti artistici novatori, e giacché tutte le innovazioni partono sempre dal nostro cielo (povere rondini!) proprio allo sboccio della primavera, impedirne l’esilio”;
– l’impedimento dell’esilio: Quasimodo, pur se consapevole del fatto che spesso l’artista non ha mezzi finanziari idonei per sostenere la propria attività, e pur convinto, altresì, del fatto che “sia volere divino che il genio nasca in povertà e che l’anima dei creatori di armonia superiore debba essere umile, nel senso evangelico della parola”, tuttavia si rammarica della fuga di tanti giovani artisti che vanno a cercare fortuna altrove; egli, intervenendo sul referendum di Marinetti e Prampolini, afferma decisamente la necessità che

“… Finisca, e per sempre, la vergogna di vedere i nostri artisti, (tra gli illusi e i timidi vi è sempre il genio) rannicchiati sui babelici transatlantici col tascapane degli emigranti, con i poveri bagagli di tele e di colori, con le loro note rubinose e contemplative serrate nei cuori trepidi e ammalati di nostalgia e di rancore, per accoglierli poi, un giorno, venerati in altre terre, con incredulità e con tiepido fervore”.

La vigoria del pensiero quasimodiano appare in questa lettera rilevante ed incisiva. Le parole del poeta sembrano rintuzzare in modo efficace tesi contrarie, risentono di toni sprezzanti e provocatori, hanno il sapore della sfida e della dialettica accesa.
Non mancano nel suo discorso le valutazioni, le immagini poetiche, le proposte, le preziosità lessicali, le raffinatezze espositive.
Passione e sentimento, calore e vivacità intellettuale caratterizzano, poi, la scrittura quasimodiana, che non dà mai l’impressione di essere lontana dal problema oggetto di dibattito, di apparire fredda, distaccata e retorica, ma, al contrario, pregna di animosità e di compartecipazione sincera e onesta.

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