Viaggio intorno a Quasimodo a 50 anni dalla morte… di Domenico Pisana. “Il DISCORSO SULLA POESIA”(1953) di Salvatore Quasimodo/13

Il “Discorso sulla poesia”, scritto nel 1953, è un saggio di Quasimodo( in una foto del 1920, ad un anno dalla sua iscrizione al Politecnico di Roma) che riflette il dibattito critico sulla poesia tra le due guerre; in esso il Nobel, pur dichiarando di non voler fare polemica, in realtà ingaggia una sorta di diatriba poetico-letteraria con la critica militante del suo tempo.
La portata di questo discorso è di forte rilevanza per capire l’evoluzione della poetica quasimodiana fra le due guerre. Anzitutto, va evidenziato che in esso si coglie la chiusura dell’esperienza della stagione ermetica e si apre il periodo della poesia engagée, della “poesia sociale, cioè, che si rivolge ai vari aggregati della società umana”, come afferma lo stesso poeta.
Il testo del discorso si muove attorno a tre nuclei tematici, i quali sono portatori della nuova concezione dell’io-poetante quasimodiano nel periodo tra le due guerre.

L’identità del poeta

Così come “la guerra muta la vita morale d’un popolo”, allo stesso modo provoca nuove situazioni nella vita interiore e nell’esistenza di chi è poeta. Il poeta, infatti, è un “uomo di rischi sentimentali, una natura inferiore sospesa nell’amore”; egli esiste per modificare il mondo con la sua libertà e verità, non per “scrivere idilli o oroscopi lirici”. Si tratta di espressioni che contengono una forte carica emotiva, nonché una valenza di alta socialità e sensibilità.
Il Quasimodo del periodo post bellico è ormai proiettato in una dimensione pragmatica e sociale nella quale il ruolo della poesia non appare più quello “speculativo e contemplativo”, ma quello dell’invito alla prassi come metodo per cambiare il mondo.
Nel suo discorso Quasimodo attribuisce al poeta un compito importante: “modificare il mondo”. Ma in che senso? Nel senso che ai poeti non è consentito nascondersi né evitare di assumersi le loro responsabilità sociali; la posizione quasimodiana è chiaramente in polemica con la “concezione di quietismo” in cui si muoveva ancora certa poesia del suo tempo, tant’è che non manca di lanciare stilettate verso cultori di nostalgia (“In Toscana, purtroppo, c’è ancora qualche Guittone d’Arezzo, che alleva alla sua dottrina preziosa le ultime chimere dei possedimenti dell’assenza”).
Chi è poeta, insomma, secondo il discorso quasimodiano, non può rimanere neutrale di fronte alla storia, alla società e al mondo, ma, al contrario, deve prendere posizione, deve effettuare un vero e proprio “esodo”, cioè un passaggio da una posizione di attesa o, peggio, di passività ad una scelta di efficace attività sociale.
Il Nobel ritiene che il poetare sia un “atto di creazione” di “immagini forti”, nonché di sentimenti e contenuti in grado di avere un’efficacia sul cuore dell’uomo ancor più forte rispetto a quanto siano in grado di fare la storia e la filosofia.
Il poeta, scrive Quasimodo, “è importante per il suo ‘contenuto’ (ecco la grave parola) oltre che per la sua voce, la sua cadenza di voce subito riconoscibile se imitata. Il poeta non ‘dice’ ma riassume la propria anima e la propria conoscenza, e fa ‘esistere’ questi suoi segreti, costringendoli dall’anonimo alla persona”.

La dialettica con la critica militante

Il “Discorso sulla poesia” si caratterizza pure per la sua vis polemica nei confronti della critica militante, in particolare quella ermetica.
Quasimodo usa toni a volte duri, in taluni casi più morbidi, in altri diplomatici. Contesta il fatto che la critica non solo “tenta bilanci o pseudo storie della poesia fra le due guerre, significandone i rapporti con una tradizione umanistica”, ma utilizza anche un metodo astratto proteso, in modo limitativo, a sollecitare “da più di un ventennio il ‘gusto’ per riconoscere o negare una poesia”.
L’accusa, in particolare, è rivolta ad una antologia della “lirica del Novecento”, la quale, secondo Quasimodo, attraverso deformazioni sapienti, non avrebbe dato l’esatta situazione della poetica del tempo. Di essa, infatti, il poeta dice:

“irrigidisce in un museo familiare, dal 1905 al 1945, alcune figure di poeti (dai crepuscolari, alle punte e code ermetiche) in una sequenza animata verbalmente, ma priva di una costruzione sistematica”.

Le osservazioni quasimodiane sul modo di agire della critica assumono, via via, nel Discorso sulla poesia, una forza sempre più graffiante e punzecchiante. Egli sostiene che “la critica ha preferito le soluzioni intellettuali del processo poetico: nei simboli e nei barocchi petrarcheschi ha creduto di individuare le persone poetiche, l’esistere della persona formante”; incalza, altresì, affermando che “i critici cifrati (molti fra le due guerre) hanno ripetuto schemi non specifici, similitudini più che immagini di uomini”.
Quasimodo lancia accuse alla critica formalista, definendola “fluttuante”, “incerta nel districare giudizi” ed affermando, altresì, che essa “dinanzi ai documenti poetici della nuova generazione, parla di ‘stile di traduzione’, considerando dalle forme esterne (ametriche e prosastiche, talvolta) un desiderio di ‘discorso’ nelle articolazioni poetiche”.
Il discorso del Nobel tende, in sostanza, a difendere la tesi secondo cui lo “stile di traduzione”, che “può sorprendere chi è abituato al movimento unico della lirica”, è da ritenersi il momento di iniziazione della poesia italiana ad una visione che apre nuovi orizzonti rompendo “per sempre gli accostamenti armoniosi con le Arcadie”.
Il muro di silenzio della critica, sia ermetica che quella di stampo materialista-marxista, alzato attorno alla poesia sociale, appare per Quasimodo inconcepibile, tant’è che egli, riferendosi ai critici di tale estrazione, sostiene che “teorizzano e vorrebbero creare i poeti secondo i limiti delle loro idee sull’arte, credendo di poter ridurre la poesia a scienza, mentre sanno che sarà il poeta, poi, a costringere la loro scienza a piegarsi alla sua natura di ‘irregolare’”.

I caratteri della poesia sociale

Nel “Discorso sulla poesia”, infine, vengono delineati da Quasimodo i caratteri e le connotazioni essenziali della sua nuova esperienza poetica: la poesia sociale.
Nel quadro di vari richiami a Dante, Petrarca, Foscolo e Leopardi, il poeta chiarisce il concetto di poesia sociale, specificando che non si tratta di “poesia sociologica” né di tipo moralistico, quanto, invece, di una poesia che “aspira al dialogo più che al monologo”, e che “è già una domanda di poesia drammatica, una elementare ‘forma’ di teatro”.
La poesia sociale, sostiene il Nobel, ha avuto il merito di aprire le porte all’interesse della cultura europea, che per parecchio tempo si era mantenuta distante dalla tradizione poetica italiana, in quanto rivelatasi come “un impenetrabile spessore di schemi, dove l’uomo giochi il suo tempo migliore in occasioni elegiache, distaccato dalle autentiche passioni intrinseche alla sua natura”.
E Quasimodo nell’elogiare il merito di questa nuova visione di poesia, così si esprime:
[…] … Dopo quarant’anni di silenzio critico intorno alla poesia italiana, l’Europa ha ricominciato a leggere le nostre carte poetiche: non sono le ermetiche, di scuola, ma quelle che rispondono o pongono domande agli uomini: sono poesie del ’43, del ’44, del ’45, e ancora più vicino a noi…
Questa consapevolezza è indice di una passione interiore del Nobel per i problemi dell’uomo alla ricerca della sua identità; passione che si traduce in “poesia eloquente”:

…Talvolta, il poeta moderno è eloquente (l’antica eloquenza incitativa ha altra voce traslata), sembra, cioè, che discorra col mondo raccolto in un paesaggio ristretto (la sua terra) : eloquente, anche se il suo tono è basso, familiare. Sono uomini del Sud, spesso; della Lucania, degli Abruzzi, delle Puglie, delle isole, ma anche del Piemonte, del Veneto, che, avuta una eredità terragna e feudale, aprono i loro dialoghi dritti e netti sulla loro sorte. Non hanno infanzia, né memoria di essa, ma catene ancora da rompere e concrete realtà per entrare nella vita culturale della nazione…

L’ultimo Quasimodo è, dunque, il poeta dell’azione, che ha trasformato la sua poesia in etica, che ha aperto un dialogo costante e serrato con la storia mettendo al centro dei problemi “il rapporto vita-arte”. È il poeta che avverte di essere stato “respinto dai supremi ordini estetici, ma pienamente convinto che poesia è libertà e verità…e non modulazioni astratte del sentimento e che il dialogo dei poeti con gli uomini è necessario, più delle scienze e degli accordi tra le nazioni”.
La conclusione del “Discorso sulla poesia” è una dichiarazione assertiva della nuova linea di movimento della poesia italiana, definita corale e strettamente agganciata al mondo reale:

…La poesia italiana, dopo il ’45, è di natura corale, nella sua specie; scorre per larghi ritmi, parla del mondo reale con parole comuni; talvolta presume all’epica. Ha sorte difficile per la sua apertura verso forme che negano la falsa tradizione italiana. I suoi poeti scontano per ora il silenzio fra gli allarmi politici e le cronistorie della decadenza morale….

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