Viaggio intorno a Quasimodo a 50 anni dalla morte. “Il canto della vita” tra dolore, affetti e nostalgia della terra di Sicilia nella raccolta poetica “La vita non è sogno”/7

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L’ispirazione sociale della poesia di Quasimodo trova sviluppo anche nella raccolta “La vita non è sogno” del 1949, dove parecchie liriche risentono dei toni bui e drammatici del momento post bellico e danno del poeta l’immagine dell’uomo che soffre personalmente il disagio della gente e che denuncia con voce profetica le offese recate all’umanità.

Nella poesia “Il mio Paese è l’Italia”, ad esempio, Quasimodo evoca i reticolati per la quarantena d’Israele, cioè i campi per la segregazione e lo sterminio degli ebrei; le file di prigionieri ischeletriti che vengono costretti a scavarsi con le proprie mani la tomba; il campo di sterminio Buchenwald, uno dei più orrendi del periodo bellico; una descrizione che, certamente, riporta sulla pagina poetica tragedie che hanno ferito gravemente la storia dell’umanità.

Per diversi critici Quasimodo si sarebbe dilettato a fare nobile retorica; noi riteniamo, invece, che egli abbia dato voce, con coraggio e dignità, al dolore del suo popolo, al lutto coraggioso delle madri, e, come scrive Mario Lussignoli in “Città dell’uomo”, Principato, 1968, alla “energia dello spirito semplice che non si piega a servilismo né a implorazione di misericordia, ma continua la vita con severa dignità. Il poeta non canta la morte né la viltà: canta la vita”.

Lo stesso spirito è ravvisabile in “Lettera alla madre”, poesia fondata su una circolarità ermeneutica tra passato e presente, nostalgia e tenerezza, e sviluppata con un tono di calda e sincera colloquialità:

“Mater dulcissima, ora scendono le nebbie,
il Naviglio urta confusamente sulle dighe,
gli alberi si gonfiano d’acqua, bruciano di neve;
non sono triste nel Nord: non sono
in pace con me, ma non aspetto
perdono da nessuno, molti mi devono lacrime
da uomo a uomo. So che non stai bene, che vivi,
come tutte le madri dei poeti, povera
e giusta nella misura d’amore
per i figli lontani. Oggi sono io
che ti scrivo.” – Finalmente, dirai, due parole
di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto
e alcuni versi in tasca. Povero, così pronto di cuore,
lo uccideranno un giorno in qualche luogo. –
“Certo, ricordo, fu dal quel grigio scalo
di treni lenti che portavano mandorle e arance
alla foce dell’Imera, il fiume pieno di gazze,
di sale, d’eucalyptus. Ma ora ti ringrazio,
questo voglio, dell’ironia che hai messo
sul mio labbro, mite come la tua.
Quel sorriso mi ha salvato da pianti e dolori.
E non importa se ora ho qualche lacrima per te,
per tutti quelli che come te aspettano
e non sanno che cosa. Ah gentile morte,
non toccare l’orologio in cucina che batte sopra il muro,
tutta la mia infanzia è passata sullo smalto
del suo quadrante, su quei fiori dipinti:
non toccare le mani, il cuore dei vecchi.
Ma forse qualcuno risponde? O morte di pietà,
morte di pudore. Addio, cara, addio, mia dulcissima mater”.

Dopo l’allocuzione, in latino, alla propria madre, allocuzione che rivela il rispetto e la venerazione quasi sacrali del poeta nei riguardi di essa, la poesia si snoda con una strutturazione paratattica nella quale campeggia una descrizione lirica preceduta dall’avverbio “ora”, avverbio con il quale Quasimodo dà collocazione e precisione temporale alle immagini che si succedono nei primi versi.

Si tratta della descrizione paesaggistica della metropoli lombarda, avvolta dalle nebbie e dal gelo invernale e inserita dal poeta in una visione quasi surreale attraverso immagini (“scendono le nebbie, / il Naviglio urta confusamente sulle dighe, /gli alberi si gonfiano d’acqua, / bruciano di neve…”) che provocano sensazioni di inquietudine ed oppressione, le stesse che egli avverte in prima persona in quel momento e che riprende, commosso, nei versi successivi.

Il registro stilistico della lirica subisce, poi, nel prosieguo del testo poetico, una mutazione, nel senso che assume un tono di affettuosa e sincera colloquialità, all’interno della quale il percorso comunicativo del poeta mette in luce quelle inquietudini e quelle asprezze caratteriali e relazionali che gli provocano incomprensioni e turbamenti senza, tuttavia, fargli perdere il forte senso della propria identità: (“non sono / in pace con me, ma non aspetto / perdono da nessuno”).

È a questo punto che si dischiude il dialogo con la madre, la cui lezione di vita quel ragazzo che “fuggì di notte con un mantello corto/e alcuni versi in tasca”, portava ancora scolpita nel cuore; quella madre dalla quale il poeta aveva ricevuto la capacità di affrontare le difficoltà della vita, anche le più complesse e drammatiche; quella madre dalla quale aveva imparato l’ironia (“dell’ironia che hai messo /sul mio labbro”) ed apprezzato il dolce sorriso (“Quel sorriso mi ha salvato da pianti e da dolori”).

Ci troviamo di fronte ad un dialogo sommesso e sofferto, nel quale risalta la rievocazione del triste giorno della partenza dalla Sicilia e del distacco dai legami affettivi della famiglia; e il poeta nel rivedere, attraverso i filmati della memoria, i luoghi della sua terra, quel “grigio scalo / di treni lenti che portavano mandorle e arance alla foce dell’Imera, il fiume pieno di gazze, / di sale, d’eucalyptus”, si abbandona ad una meditazione sulla morte dai toni invocativi.

L’imperativo negativo “Non toccare”, ripetuto accoratamente dal poeta, è indice di questo insistente appello alla morte, affinché risparmi gli oggetti più cari della sua casa (“l’orologio in cucina che batte sopra il muro”) nonché le persone più amate che vivono nel suo cuore; ma è un appello senza risposta, in quanto Quasimodo ha la consapevolezza che la morte appartiene all’uomo, il quale l’attende in modo più o meno angoscioso. E la stessa morte ha raggiunto la madre, cui il poeta indirizza un ultimo e desolato addio dalla lontana Lombardia.

In un clima di colloquialità si dispiega pure la lirica “Epitaffio per Bice Donetti”, il cui testo è una rievocazione affettuosa della donna amata dal poeta nel tempo triste della giovinezza:

Con gli occhi alla pioggia e agli elfi della notte,
è là, nel campo quindici a Musocco,
la donna emiliana da me amata
nel tempo triste della giovinezza.
Da poco fu giocata dalla morte
mentre guardava quieta il vento dell’autunno
scrollare i rami dei platani e le foglie
della grigia casa di periferia.
Il suo volto è ancora vivo di sorpresa,
come fu certo nell’infanzia, fulminato
per il mangiatore di fuoco alto sul carro.
O tu che passi, spinto da altri morti,
davanti alla fossa undici sessanta,
fermati un minuto a salutare
quella che non si dolse mai dell’uomo
che qui rimane, odiato, coi suoi versi,
uno come tanti, operaio di sogni.

 

La tessitura di questi versi non ha più gli effetti allusivi e polivalenti del periodo ermetico, ma è aperta, discorsiva, rivelatrice di un poetare che affida alla parola poetica la descrizione e la comunicazione del cuore.

Quasimodo rivede la donna emiliana nella tomba, sotto la pioggia, nel cimitero di Musocco, a Milano, e si abbandona al ricordo.

Ed è il ricordo nel quale si staglia l’attimo del passaggio rassegnato della donna all’altra vita: “Da poco fu giocata dalla morte / mentre guardava quieta il vento dell’autunno / scrollare i rami dei platani e le foglie / dalla grigia casa di periferia…”; è il ricordo in cui si consumano reminiscenze dell’infanzia, allorquando gli sguardi meravigliati della donna amata rimanevano incollati, durante le fiere del paese, al mangiatore di fuoco sul carro; è il ricordo che esalta la capacità della Donetti di saper essere paziente, nonché le sue qualità di donna in grado di saper sopportare in umile silenzio perfino l’abbandono: “fermati un minuto a salutare / quella che non si dolse mai dell’uomo”.

La rievocazione, serena e commossa, brucia il sentimento di affetto di Quasimodo e diventa motivo per includervi il peso della sua sofferenza e solitudine, causate dall’odio e dall’invidia dei nemici, nonché la consapevolezza del fatto che il poetare non basta a dar conforto e che coltivare sogni diventa inutile di fronte alla realtà della morte.

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