
Hassan Teleb è un poeta e saggista egiziano che rappresenta una delle voci più originali, colte e impegnate del panorama poetico arabo contemporaneo. Appartenente alla generazione di poeti emersa tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’70, la sua opera si distingue per una forte ricerca stilistica, un profondo rigore filosofico e una spiccata tensione etico-politica.
A tradurre le sue opere dall’arabo in italiano, è stata Shirin Taha Elnawasany , professoressa di Traduttologia e Linguistica, Capo del Dipartimento di Lingua e Letteratura Italiana – Facoltà di Lettere, Università di Helwan , già traduttrice di racconti di Giovanni Verga, Leonardo Sciascia, Luigi Capuana, Elio Vittorini, Goffredo Parise, Italo Calvino e Grazia Deledda. Hassan Teleb ha una rilevante formazione accademica, una Laurea in Lettere, la Laurea magistrale in Filosofia, e un Dottorato di ricerca in Filosofia, Università del Cairo, 1993.
Svolge numerose attività con importanti incarichi culturali: è membro dell’Unione degli Scrittori d’Egitto; è stato membro della Commissione per la Poesia del Consiglio Supremo della Cultura dal 1995 al 2020 e della Casa della Poesia del Cairo dalla sua fondazione fino al 2022; ha rappresentato l’Egitto nei principali festival di poesia e conferenze culturali del mondo arabo: in Marocco, Algeria, Tunisia, Libano, Giordania, Siria, Iraq; ha dato contributi in convegni internazionali in Europa — Danimarca, Francia, Spagna, e in Italia, Romania, Grecia, Russia e Austria —, in Asia — Turchia e Corea del Nord — e in America Latina — Colombia.
Le sue poesie, tradotte in inglese, francese, tedesco, italiano, spagnolo e greco, riflettono costantemente il suo retroterra filosofico integrando temi di natura esistenziale e di spiritualità, e affrontando spesso questioni di giustizia sociale, identità e libertà, al fine di dare voce alle tensioni del mondo arabo contemporaneo.
Nel corso della sua lunga carriera, Hassan Teleb ha ricevuto diversi premi di rilievo nel mondo arabo ed è stato riconosciuto come una figura fondamentale per comprendere l’evoluzione della poesia contemporanea in Egitto.
Tratta dalla raccolta L’ultima meta della provvista per il Giorno del Ritorno, di notevole interesse e attualità appare la poesia dal titolo La Palestina che verrà, la quale affronta il dramma palestinese rifiutando le banalizzazioni ideologiche, per scavare nelle divisioni interne e proporre una visione di resistenza quasi metafisica. Teleb scrive, fra l’altro:
No… questa non è una gemma preziosa,
ma una piccola cronaca
della caduta di questo cuore in una palude
e del suo attraversare il mare
senza bagnarsi… senza ammalarsi… senza spogliarsi!(…)
Piangiamo la Palestina della valigia?
O la Palestina della dimora?
No… la Palestina della patria!(…)
E si radunarono i presenti:
tutti i segni indicavano
che un dissidio stesse per scoppiare
tra i delegati delle tribù(…)
Piangiamo la Palestina giraffa?
O la Palestina leone?
No… la Palestina corpo!
Piangiamo la Palestina della realtà?
O la Palestina dell’immaginazione?
No… la Palestina della domanda! (…)
Piangiamo la Palestina della poesia?
O la Palestina del miraggio?
No… la Palestina della polvere! (…)
E sorrisi a tutti loro.
Poi, con una calma mortale, li salutai:
«La pace sia con voi…
Ora lasciatemi andare,
prima che la terra sotto i vostri piedi si consumi,
che il suo grembo diventi troppo stretto per i suoi morti,
e che il crimine superi il limite!»
No… questo non è uno smeraldo,
ma ha concesso al mio sangue
il diritto d’asilo.
Dalla Palestina che è scomparsa
sono andato alla Palestina che verrà!
Perciò, poesia moderna ed elegante,
non invidiare il mio cuore!
Lascia ristagnare la tua acqua oltre il testo,
affinché non venga versata… se mai verrà versata.
E lascia a me le pietre,
per lanciarle domani – dal fondo della mia tomba –
contro i carri del nemico.
E tu, prendi quest’agata.
(La Palestina che verrà, traduzione dall’arabo di Shirin Taha Elnawasany)
Hassan Teleb in questa poesia inscena una sorta di concilio immaginario in cui, mentre la tragedia consuma la terra, gli intellettuali e i poteri si perdono in dispute sterili. Il poeta si chiama fuori da questo teatrino ipocrita con un giudizio sferzante: «La notte di questa compagnia non è degna del mio mattino!». Teleb rifiuta le categorie comode. La Palestina non è per lui un simbolo da usare come trofeo poetico o politico: è un corpo, una domanda e la polvere della terra. Il passaggio chiave della poesia risiede nel rifiuto del lutto passivo. Teleb prende atto che la “Palestina della storia” (quella passata e idealizzata) è ormai scomparsa, divorata dalle guerre e dalle tradimenti geopolitici; tuttavia, il movimento dei sui versi non è verso la resa, ma verso la trasfigurazione: «Dalla Palestina che è scomparsa – dice Teleb – sono andato alla Palestina che verrà!» Questa “Palestina che verrà” non è per il poeta una concessione della diplomazia, ma un’entità che nascerà dall’intransigenza della resistenza. ll finale della poesia offre un’immagine memorabile: «E lascia a me le pietre, per lanciarle domani – dal fondo della mia tomba – contro i carri del nemico.»
In questo testo, Hassan Teleb offre un’opera di amara lucidità. Il poeta demolisce le ipocrisie dei dibattiti e affida la causa palestinese non alle parole dei potenti o dei poeti da salotto, ma alla materia cruda della terra, alla memoria e a un giuramento di resistenza che va oltre la vita stessa.
In un’altra poesia, tratta dalla raccolta La porta degli amori, Hassan Teleb trasfigura un episodio minimo e quotidiano — precisamente una donna sconosciuta che gli porge la propria fotografia per strada — in un’esperienza di folgorazione estetica e metafisica.
Nulla!
Se non che, appena lei mi vide —
fermo, sbigottito davanti alla sua fotografia —
… smarrito di fronte ai suoi occhi,
mi porse la foto e proseguì per la sua strada.
Ma la fotografia restò:
un’icona in cui mi rifugio,
nel suo incantesimo,
da un tempo di bruttezza
che giunge da ogni lato.
Chi sei tu,
perché poesia brami
fondersi al tuo fulgore?
E chi sei tu,
perché il cuore agogni
essere purificato nel tuo mercurio?
Il cuore si dissolve
e sogna di vagare nel tuo azzurro,
di fuggire dalle apparenze caduche
verso il tuo Assoluto!
Dunque chi sei? Qual è il tuo nome?
Che cos’è questo fantasma pieno di simboli
in un tempo di bruttezza stridente?
Che cos’è questo prodigio?
Nota e ignota insieme,
m’inviti a inoltrarmi nei tuoi enigmi…
Dimmi: chi sei,
affinché non siano gli enigmi
a inoltrarsi in me.
Dimmi: chi sei,
perché verrò a te
senza titoli né sapere.
Saprò distinguere l’Idea della Bellezza
dai tuoi occhi —
ed entrambi si staglieranno,
e risplenderanno.
Verrò con la mia spada poetica,
in groppa al destriero
del desiderio puro,
con me le armi
e lo sprone.
Nota e ignota mi chiami,
ma so
che l’upupa è al tuo servizio,
che una colomba combatterà nelle tue schiere,
che i pavoni porteranno il tuo vessillo,
che angeli veglieranno su di te…
e so che il dio dell’Amore,
davanti ai tuoi occhi,
prenderà partito.
So che un messaggero
griderà, prima dell’alba:
“Guai! Hanno perso i poeti,
anche quando hanno vinto.”
(Storia di una poesia e di una fotografia, traduzione dall’arabo di Shirin Taha Elnawasany)
Questa poesia si apre con un gesto quasi cinematografico e fugace: un incontro casuale in cui l’oggetto reale (la stampa fotografica) diventa creazione poetica. Hassan Teleb dimostra la sua versatilità lirica. Trasforma un fugace attimo di strada in una ricerca filosofica ed estetica, dove l’amore non è mero sentimento terreno, ma un’esperienza catartica capace di proteggere l’essere umano dalla bruttezza del mondo reale, ricordando al poeta i limiti stessi della sua arte. La fotografia (e la donna ritratta) diventa un’”icona”, un faro di pura bellezza e un riparo spirituale da un’epoca degradata, volgare e “piena di bruttezza stridente”; il poeta si trova smarrito di fronte a una figura che è contemporaneamente “nota e ignota”: non è solo una donna reale, ma l’incarnazione dell’idea di Bellezza e dell’Assoluto, un mistero che attrae il cuore e lo purifica.
La poesia, insomma, celebra la ricerca, affascinante e tragica al tempo stesso, dell’ideale perfetto (la Bellezza e l’Assoluto), unico antidoto alla bruttezza del presente, ma destinato a rimanere un enigma inafferrabile per l’uomo e per il poeta.
Nel complesso la poetica di Hassan Teleb si può definire come una profezia laica e filosofica: un’architettura di parole dove la passione amorosa e la tensione verso il sacro si uniscono per riscattare l’uomo dalla miseria della realtà quotidiana; si connota altresì per il suo impegno critico verso i regimi autoritari, la violenza politica e le ingiustizie sociali del Medio Oriente. La parola di Hassan Teleb diventa denuncia, difesa della libertà di espressione e voce delle istanze popolari; ricorda le vittime dell’ingiustizia unendo sotto la stessa campana di dolore figure diverse: il soldato semplice, l’anziano, la madre, il bambino e il prigioniero.
Il poeta mette la sua penna al servizio della memoria collettiva, e trasforma una cronaca di dolore in un inno di resistenza, dove la poesia si fa scudo morale, celebrando la sacralità della terra e il giuramento indissolubile tra l’Egitto e i suoi caduti.
Hassan Teleb utilizza così immagini iperboliche e cosmiche per esprimere la certezza della vittoria e l’impossibilità per il Sinai di cadere:
“…Il Sinai non si piegherà
alla loro presa,
se non quando vedranno
Saturno inchinarsi
nel cielo!”
(Dalla raccolta Il libro dei martiri)


