Il disastro della Piattaforma Vega affonda nella prescrizione: come la burocrazia e l’ipocrisia salvano i giganti dell’energia. Riceviamo

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RAGUSA – Nessun colpevole, nessun responsabile, nessun risarcimento per il disastro ambientale consumato al largo delle coste ragusane.

Il procedimento penale legato all’inchiesta sulla piattaforma petrolifera “Vega” — che vedeva imputati i manager di Edison ed Eni per lo smaltimento illecito di ben 147.000 metri cubi di “acque di strato”, veleni liquidi altamente inquinanti derivanti dall’estrazione di greggio e reiniettati illegalmente nel sottosuolo marino tramite un pozzo modificato — si è chiuso nell’ennesima bolla di sapone a causa della prescrizione.

Il Ministero dell’Ambiente aveva calcolato un danno al patrimonio marino e costi di bonifica per oltre 69 milioni di euro. Tuttavia, a far evaporare ogni possibilità di giustizia non è stata la mancanza di prove o la debolezza dell’accusa, ma un cortocircuito burocratico e logistico delle istituzioni che appare tutt’altro che casuale.

L’iter giudiziario, iniziato regolarmente il 16 aprile 2013 presso il Tribunale di Modica, è finito su un binario morto in seguito alla soppressione del presidio modicano e al conseguente accorpamento degli atti al Tribunale di Ragusa. I manager coinvolti escono così dal processo con la fedina penale intonsa, mentre le comunità locali e la Sicilia rimangono con il mare avvelenato e il conto da pagare.

La chiusura del Tribunale: una strategia per far correre la prescrizione?
Sulla soppressione del Tribunale di Modica e sul relativo “trasloco” dei fascicoli è necessario chiamare le cose con il loro nome. Non siamo di fronte a una banale disfunzione o a un’inefficienza organizzativa: la sensazione fortissima è che la chiusura del tribunale sia stata provocata o sfruttata ad arte proprio per guadagnare il tempo necessario a far scattare la prescrizione.

Un trasferimento di carte che in un paese normale avrebbe richiesto un paio di settimane si è trasformato in un’agonia pluriennale, trascorsa nel totale e comodo disinteresse di chi avrebbe dovuto vigilare. Nessuno si è occupato di compiere gli atti necessari per interrompere il decorso dei termini penali; nessuno si è preso la briga di far marciare il fascicolo. Si è lasciato intenzionalmente che il tempo facesse il suo corso nell’ombra e nel silenzio generale, con il preciso scopo di raggiungere l’impunità totale per i colossi energetici coinvolti.

E qui la provocazione si fa aperta denuncia: non è che i magistrati, i giudici, gli uscieri e tutti coloro che avevano il dovere di tutelare il territorio e la legalità siano andati in vacanza per qualche anno, lasciando che il trasloco facesse il suo corso con comodi e provvidenziali tempi mortali, garantendo che la prescrizione non venisse mai interrotta?

Se al posto di Edison ed Eni ci fosse stata una piccola impresa del territorio, l’iter giudiziario avrebbe marciato con implacabile tempestività, arrivando in un baleno a sentenze di condanna, sequestri dei beni e fallimento dell’azienda.

Dove sono finiti gli ambientalisti? Il silenzio complice della finta transizione
Di fronte a un crimine ecologico di queste proporzioni, la domanda sorge spontanea e feroce: dove sono finiti gli ipocriti dell’ambientalismo da passerella? Dove sono i paladini dell’ecologia oggi che 147.000 metri cubi di veleni sono finiti impuniti in mare? Forse sono troppo occupati a promuovere contratti per macchine elettriche o a verificare con il righello che i tappi delle bottiglie di plastica rimangano attaccati al collo per non finire dispersi nell’ambiente?

Il quadro appare ormai nitido e grottesco: la difesa dell’ambiente è diventata un cappio al collo ad uso esclusivo del cittadino comune e del piccolo imprenditore. Meccanici, carrozzieri, elettrauti, gommisti e piccole botteghe artigiane subiscono controlli spietati, minacciati da sanzioni pecuniarie esorbitanti, risarcimenti milionari e la chiusura immediata della propria attività per la minima svista sulla raccolta differenziata o sullo smaltimento dei rifiuti.

Siamo di fronte a un sistema giudiziario sfacciatamente a doppio binario: una Giustizia di Classe A riservata ai potenti e una Giustizia di Classe B inflitta a tutti gli altri. Per la gente comune vale la tolleranza zero; per i colossi petroliferi vale il salvagente della burocrazia. Viene da chiedersi se i piccoli vengano perseguitati perché non dispongono di ingenti capitali con cui muovere le leve di chi conta.

I sacrifici degli ultimi e lo scudo dei potenti
Mentre alla popolazione viene imposto di convertire le proprie vite e di prosciugare i propri risparmi per acquistare auto elettriche in nome dell’emergenza climatica, i leader mondiali, i grandi VIP e i teorici del “green” continuano a solcare i cieli su jet privati, elicotteri e superyacht ad altissimo impatto ambientale, persino per spostamenti ridicoli di appena 50 chilometri.

Quando sul banco degli imputati salgono i petrolieri, alla fine non paga mai nessuno. I cavilli burocratici nascono — o vengono cuciti su misura al momento opportuno — per garantire l’impunità a chi possiede le risorse economiche e le relazioni per attendere che il tempo cancelli ogni colpa penale. L’ambiente resta contaminato, i danni milionari vengono scaricati sulle spalle dei cittadini e la giustizia italiana affonda definitivamente nelle acque del mare siciliano insieme ai suoi fascicoli.

Giuseppe Trej

Presidente di “Europa Federale”

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