
Eh già, ci sono personaggi che salgono sul pulpito con tanta frequenza da dimenticare che, prima o poi, qualcuno potrebbe guardare anche sotto il loro altare. Nick Kyrgios appartiene alla categoria. Per quasi due anni ha fatto del caso Sinner una personale crociata contro il doping, le istituzioni del tennis, i privilegi dei campioni e la presunta indulgenza riservata al numero uno italiano. Oggi, però, il moralizzatore si ritrova moralizzato.
L’australiano è risultato positivo alla cocaina in un controllo effettuato il 22 giugno durante il torneo di Maiorca. Nel campione è stata rilevata benzoilecgonina, metabolita della cocaina, e l’International Tennis Integrity Agency lo ha sospeso provvisoriamente dal 4 agosto. Kyrgios non ha presentato ricorso contro la misura e ha ammesso pubblicamente di aver commesso un «enorme errore», assumendosene la piena responsabilità. Fin qui, un caso antidoping che farà il suo corso. E sarebbe persino ingeneroso infierire su un uomo che ha parlato apertamente delle proprie difficoltà fisiche e psicologiche e che, nell’ammettere l’errore, non ha cercato scappatoie. Mentre quando nel 2024 Jannik Sinner risultò positivo a tracce infinitesimali di clostebol, Kyrgios non aspettò processi, perizie o sentenze. Definì «ridicola» la ricostruzione della contaminazione involontaria e sostenne che l’italiano avrebbe dovuto essere squalificato per due anni. Successivamente arrivò a descrivere come «orribile» l’integrità del tennis dopo i casi Sinner e Swiatek.
Eppure nel caso Sinner un tribunale indipendente aveva inizialmente riconosciuto l’assenza di colpa o negligenza personale.
Ma Kyrgios tutto questo non bastava. La sua sentenza era arrivata prima di quella dei giudici. Ed è precisamente qui che la storia diventa ironica. Perché adesso sarebbe facilissimo applicare a Kyrgios lo stesso metodo Kyrgios: positivo? Colpevole. Fuori, Sostanza proibita? Spiegazioni personali? Scuse. Sarebbe sufficiente restituirgli le parole che per mesi ha distribuito agli altri.
Ma sarebbe sbagliato.
La cocaina, infatti, è certamente una sostanza proibita in competizione, ma il Codice WADA distingue anche i casi in cui venga utilizzata fuori competizione e senza relazione con la prestazione sportiva, prevedendo sanzioni specifiche e potenzialmente ridotte. Saranno l’ITIA e il procedimento antidoping a stabilire esattamente responsabilità e conseguenze. Ed è proprio questa la lezione che Kyrgios avrebbe potuto imparare prima di impugnare il forcone contro Sinner: tra una positività e il giudizio definitivo esistono fatti, quantità, intenzionalità, contaminazioni, responsabilità e regole.Il garantismo è semplice quando riguarda noi stessi. Diventa molto più difficile praticarlo quando sul banco degli imputati c’è qualcuno che non ci piace. Oggi Kyrgios chiede comprensione per un «enorme errore». Ed è giusto concedergliela. Ma sarebbe altrettanto giusto che, trascorsi questi giorni, l’australiano trovasse cinque minuti per rileggere ciò che aveva scritto su Sinner. Potrebbe scoprire un principio sorprendente: prima di chiedere due anni di galera sportiva per gli altri, conviene assicurarsi che il proprio armadio non contenga un boomerang. E, trattandosi di Kyrgios, il boomerang aborigeno australiano gli torna addosso.


