L’esilio della notte di Domenico Pisana: La poesia come dimora…di Shirin Elnawasany

Il merito più alto di quest’opera è ricordarci che la poesia, anche quando sembra parlare di esilio, sta in realtà costruendo una dimora. Una casa nella quale la luce non si spegne mai del tutto
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C’è un momento in cui ci si accorge di non trovarsi semplicemente davanti a una raccolta di versi: si ha la sensazione di essere entrati in un territorio abitato da interrogativi essenziali, da una parola che non si accontenta di descrivere la realtà del mondo quanto la scava.
Siamo sulla soglia dell’opera di Domenico Pisana dal titolo “L’esilio della notte“, vincitrice del Premio Letterario “Città di Arcore 2025”, che, a leggerla, verso dopo verso, ci conduce là dove ogni tema viene percorso da un respiro profondo e ogni parola incontra un silenzio che diviene apertura: un viaggio esistenziale e spirituale che si muove lungo il confine tra luce e buio, tra umano e divino, tra attesa e rivelazione.
La poesia di Pisana, però, non è descrittiva, né propriamente narrativa.
Come osserva acutamente Pierfranco Bruni nella prefazione, è una poesia che «resta sospesa» (p. 3), che trasforma la parola in mistero e in una sorta di preghiera laica.
Il poeta non interroga il mondo con l’arroganza di chi pretende risposte, ma si pone, piuttosto, in ascolto di una parola capace di parlare per intero, in un’epoca dominata dalle «mezze parole» e dal «male dell’indifferenza» (p. 6).
Le sezioni della raccolta configurano un percorso poetico coerente. La prima, Punto di osservazione, pone le basi dello sguardo critico del poeta, che si presenta come un «disperso nel bosco dei sospetti» (p. 6) e osserva una realtà nella quale «la verità fatica a respirare».
Poesie come Macerie su macerie tracciano un ritratto impietoso del presente: non si ascoltano più «melodie d’uccelli», non si respira il «sapore del mare», le stelle sono sostituite da «particelle e bosoni nei microscopi» (p. 8). È un susseguirsi di perdite che riguarda la stessa capacità umana di instaurare un rapporto autentico con il mondo.
La chiave interpretativa della raccolta risiede nella ricerca ostinata della verità, contrapposta alla menzogna e all’inganno. Il poeta traduce questo contrasto in un complesso di immagini di grande carica evocativa. La «pula spacciata per luce» (p. 14) non è solo un’immagine, ma una vera e propria diagnosi: l’epoca in cui viviamo scambia il vuoto per pienezza, la scorza per la sostanza. La verità che scivola «come un’anguilla tra le mani» (p. 15) restituisce l’inafferrabilità di ciò che dovrebbe essere fondamento, mentre gli «angeli candidi di neve» (p. 30) suggeriscono che il male stesso può assumere le sembianze della purezza. Non si delineano semplici metafore, ma ci troviamo dinanzi a veri e propri “fulcri visionari” intorno ai quali si organizza la riflessione poetica.
La figura di Domenico Pisana si inserisce naturalmente in una tradizione che, attraversando il Novecento, da Salvatore Quasimodo giunge fino a David Maria Turoldo, contraddistinti dalla capacità di coniugare la dimensione civile con quella spirituale.
Come in Quasimodo – pur a distanza di generazioni – anche in Pisana l’esilio acquista una valenza esistenziale prima ancora che geografica; come in Turoldo, la parola poetica si afferma come spazio di resistenza e di preghiera.
Pur nel diverso contesto storico e nelle differenze di linguaggio, la voce di Pisana reinterpreta questa eredità, restituendola al presente con una cifra stilistica personale e inconfondibile.
In questo panorama il poeta assume i tratti del «reietto», del «folle», disposto a pagare il prezzo della fedeltà alla parola autentica in un tempo in cui il linguaggio appare logorato dal rumore mediatico e dalla retorica del consenso. La critica alla società contemporanea emerge con forza, ma non scivola mai nel moralismo: è sempre orientata verso un orizzonte di senso più ampio.
Nelle due sezioni successive, Tra l’irreale e l’infinito del cielo e Lo scenario del plurale nell’insonnia della notte, il baricentro della tensione si sposta in modo progressivo dal piano della denuncia a quello della speranza.
La poesia si fa strumento di resistenza contro lo svuotamento dell’umano e di recupero di una dimensione di trascendenza.
In testi come Amico cimitero (p.32), la riflessione sulla morte si trasforma in un sorprendente inno alla vita; mentre l’immagine del «grembiule» (p. 105), che ricorre più volte, riporta alla luce il valore del servizio e dell’umiltà traditi, ma anche la possibilità di ricominciare.
Sul piano stilistico-formale, la scrittura di Pisana si contraddistingue per una notevole densità, un potente registro visionario e una marcata dimensione simbolica.
La versificazione è prevalentemente libera, ma il ritmo non è tanto metrico quanto “semantico”: è il succedersi delle immagini, delle antitesi e delle riprese lessicali a cadenzare il tempo della lettura.
Pensiamo, ad esempio, alla ricorrenza del motivo dell’acqua, che attraversa l’intera raccolta come simbolo di ricerca e di purezza, o al lessico della luce e del buio, che non è mai puramente descrittivo, ma sempre dotato di una forte valenza etica. Se in alcuni casi questa insistenza tematica può produrre una lieve sensazione di ricorrenza, è tuttavia funzionale a un progetto poetico che non cerca l’effetto sorpresa, ma la profondità della scansione meditativa. Si tratta di una scelta stilistica coerente, che trasforma la ripetizione in ritmo e l’ossessione in respiro.
L’esilio della notte non si presta a una lettura passiva. L’opera interroga il lettore, lo coinvolge in un confronto con gli interrogativi radicali dell’esistenza, senza accomodarsi in consolazioni facili e lo fa senza cedere né in disperazioni sterili.
La poesia di Domenico Pisana si pone nel solco di una tradizione – da Ungaretti a Luzi, da Turoldo a Betocchi – che intreccia riflessione etica, ricerca spirituale e tensione civile.
Ma il merito più alto di quest’opera è forse un altro: ricordarci che la poesia, anche quando sembra parlare di esilio, sta in realtà costruendo una dimora. Una casa, fatta di parole, nella quale la luce non si spegne mai del tutto.
In un’epoca di mezze parole e di verità liquefatte, le parole di Domenico Pisana non si spezzano e il suo verso resiste, saldo. Sta al lettore accoglierlo e lasciarsi interrogare.

Shirin Taha Elnawasany
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Shirin Taha Elnawasany è Professoressa Associata di Traduzione e Linguistica Moderna. Specialista in traduzione letteraria dall’italiano all’arabo, ha dedicato la propria attività accademica allo studio e alla traduzione delle opere di autori quali Giovanni Verga, Elio Vittorini, Leonardo Sciascia, Italo Calvino e Luigi Pirandello.
Ha svolto attività di ricerca e collaborazione con istituzioni accademiche italiane, tra cui l’Università per Stranieri di Perugia e l’Università per Stranieri di Siena, occupandosi delle problematiche linguistiche, stilistiche e interculturali della traduzione tra italiano e arabo.
Oltre all’attività universitaria, è Vicepresidente dell’Associazione Egiziana dei Traduttori e Linguisti, Direttrice dell’Ufficio egiziano dell’Unione Araba per la Cultura (AUC) e Presidente del suo Comitato Consultivo per la Traduzione. È inoltre membro dell’Unione degli Scrittori Egiziani in qualità di critica letteraria e traduttrice.
Ha pubblicato saggi e articoli di critica letteraria su quotidiani e riviste culturali del mondo arabo, tra cui il quotidiano iracheno Al-Dustour e il giornale omanita Al-Ru’ya, oltre a numerose traduzioni letterarie sulla rivista Misr Al-Mahrusa, pubblicazione del Ministero della Cultura egiziano.
Autrice di numerosi studi, traduzioni letterarie e del volume Al-Wafi, una delle principali grammatiche di lingua italiana per arabofoni, è stata insignita del Premio per l’Eccellenza nella Traduzione (2023) e del titolo di Ambasciatrice della Cultura Araba (2025), in riconoscimento del suo contributo al dialogo culturale tra il mondo arabo e l’Italia.

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