Non sono un poeta, ma amo la poesia…di Franco Pitino

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Sono reduce da quella scuola nella quale le poesie s’imparavano a memoria. Ancora oggi sono dell’avviso della bontà di quel metodo e non mi sento un retrogado. Alcune di quelle poesie rivivono ancora in me legate alla felice età della fanciullezza. Vedo l’albero del melograno e mi richiama subito “Pianto antico” di Giosuè Carducci: “L’albero a cui tendevi la pargoletta mano..”
Mentre riflettevo sulle guerre, mi venivano in mente “I due fanciulli” e “La cavallina storna” di Giovanni Pascoli . Non mancavano “I pastori” e “La pioggia nel pineto di D’Annunzio; “ Il Sabato del villaggio, Il passero solitario e L’infinito” di Leopardi ; “Alla sera” e “A Zacinto” del Foscolo; “Il 5 Maggio” del Manzoni.
Non era “imparare a pappagallo”, una ripetizione meccanica che mortificava i contenuti. Io, noi ragazzi, ci commuovevamo quando recitavamo “Valentino” di Pascoli” o “L’aquilone” o leggevamo “La piccola vedetta lombarda” di Edmondo De Amicis.
Una sera, al termine di una serata conviviale con amici, a casa mia, in onore di una cara amica francese recitammo alcune poesie e, tra queste, “L’anima del vino” e “L’àlbatros” di Beaudelaire che lei si prestò a declamare in francese conoscendole a memoria e poi di “Questo amore” e “Le foglie morte” di Jacques Prèvert.
Quella sera nacque la “Fazzulittata” che è un termine siciliano che sta ad indicare un fazzoletto all’interno del quale stanno degli oggetti, in questo caso un gruppo di alcuni amici che trovano piacere di stare insieme. Ne venne fuori un gruppo di sei coppie e si decise di riunirsi a turno una volta al mese per dare vita a questa esperienza che ebbe come unico tema centrale la poesia. Ognuno sceglieva la propria poesia, la introduceva brevemente, la declamava. In due anni, con ammirevole assiduità. vennero realizzati 24 incontri, declamate 400 poesie scelte da poeti e poetesse di tutti i tempi e di tutte le latitudini. La poesia ci sedusse e via via si rafforzava il bisogno di attingere da essa in quanto creazione che nasce dall’anima e alimenta sentimenti di stupore e di bellezza dai quali era ormai consuetudine lasciarsi trascinare.
Calliope, musa dalla bella voce, ispiratrice della poesia epica; Erato, musa della poesia amorosa; Euterpe, musa della poesia lirica ci hanno assistito dall’alto del Parnaso concedendoci di scendere negli abissi più profondi dell’animo umano.
Abbiamo scoperto o meglio riscoperto che il poeta è il sacerdote di un rito, è l’artista capace, col dominio della parola, di esprimere le sue intuizioni, i suoi sentimenti, le sue contraddizioni interiori. E’ colui che, con la fantasia, domina la realtà ora esaltandola, ora abbellendola, ora sferzandola, ora sconvolgendola.
Amore, odio, passione, dolcezza, tormento, duro realismo, estasi si alternano riuscendo a mettersi in sintonia con l’essere umano che in quelle parole, in quei versi, in quelle rime scorge una parte di sé.
Non ci hanno interessato le pur dotte esegesi che a volte fanno dire al poeta cose che non ha pensato, le variazioni e i mutamenti stilistici legati ai tempi e alle vicende storiche.
Abbiamo evitato quasi istintivamente che il poeta o la poetessa venissero intrappolate nelle varie correnti preferendo di coglierne il messaggio universale grazie al quale una poesia di Saffo, ad esempio, è arrivata a noi fresca e attuale, malgrado una distanza secolare.
Questo metodo ci ha svelato che ognuno di noi portava una voce diversa da quella di un altro e a scoprire l’enorme ricchezza del patrimonio poetico che ha toccato le varie corde dell’animo umano.
Per cui, ad esempio, declamando “Lu trenu di lu suli” di Ignazio Buttitta, ci pervase una profonda commozione e la notizia della morte di Turi Scordu nella miniera di Marcinelle ci rese partecipi del dramma familiare. Mentre abbiamo goduto quando di Trilussa è stata letta “L’uomo e la scimmia” stuzzicati dalla sua graffiante ironia e quando ci suggerisce che la felicità è da cogliere nelle piccole cose “ C’è un’ape che se posa/su un bottone de rosa:/lo succhia e se ne va…/Tutto sommato, la felicità/è una piccola cosa.
Scriveva Ungaretti alla moglie Bruna: “Io non sono che un piccolo poeta di questo secolo nel quale anche i maggiori non possono che essere piccoli poeti”; ma in questo trambusto, nell’inferno di oggi, anche la poesia ha bisogno di essere una persona che si scopre tra la gente, che infonde tanta carità, tanta fede, tanta sostanza. Poesia come vita, come spiega Domenico Pisana che calandosi nella realtà contemporanea aggiunge “Per un nuovo umanesimo nell’era digitale”. Anche io sono convinto che la poesia ci aiuterà a non svendere l’anima alla tecnologia e a far sì che l’uomo resti uomo e non robot. Abbiamo detto che la scelta della poesia prescindeva dalle correnti e neanche dalla brevità o dalla lunghezza. Ci interessava la sostanza, il contenuto, il messaggio. È breve, di solo due parole, “M’illumino d’immenso” e anche breve “Si sta come d’autunno negli alberi le foglie” di Ungaretti.
E’ breve “Ognuno sta solo sul cuor della terra,/trafitto da un raggio di sole:/ed è subito sera. di Quasimodo. Quindi poesie brevi che non hanno bisogno di essere definite ermetiche, sono comprensibili, incisive e cariche di significato.
In quelle di Ungaretti cogliamo lo spettacolo della luce che dà l’idea dell’immensità e del desiderio dell’infinito, della trascendenza nella prima e la fragilità della vita umana paragonata alle foglie d’autunno nella seconda.
Motivo ricorrente nella poesia è l’amore e di conseguenza non si poteva risalire a chi di amore ha impregnato tutti i suoi versi e cioè a Saffo dai capelli di viola e, tra le sue poesie più note indugiare qui su una a lei attribuita che ha come titolo “Vieni”: Vieni,/inseguimi tra i cuniculi della/mia mente/tastando al buio gli spigoli acuti/delle mie paure./Trovami nell’angolo più nero,/osservami. Raccoglimi dolcemente scrollando la polvere dei miei vestiti./Io ti seguirò./Ovunque.
Abbiamo percepito che la poesia è una scheggia luminosa della vita e, come diceva Platone, i poeti non sono altro che gli interpreti degli dei. In verità c’è in loro una sorgente misteriosa che da secoli feconda lo spirito umano. O poeta, diceva Paul Claudel, non spieghi nulla, ma, grazie a te, tutte le cose possono essere spiegate. La poesia quindi spiega e scende nel profondo dell’animo rimanendovi come elemento pacificatore così come il pane nasce dalla farina.
E scende depositando dolcezza, sensibilità, meraviglia, stupore. Non è astrattismo o attività sterile e improduttiva. Del resto al contrario essa che deriva dal greco poièo, significa fare, costruire, fabbricare e non demolire, regredire, disperare o distruggere. E’ difficile pensare che chi aggredisce, chi devasta, chi odia possa coltivare e amare la poesia.
Il poeta è contro la sopraffazione, è contro la violenza, è contro la schiavitù, è contro le dittature, è contro i regimi, è contro la guerra. Il poeta oggi più che mai è una speranza perché può contribuire a fare cadere nell’animo dell’essere umano il seme della bellezza contrapponendosi alla desertificazione morale che sembra caratterizzare la vita di tutti i giorni.
Dicevo all’inizio che non sono un poeta, ma amo la poesia che è la mia ombra, applicando il seguente consiglio di Goethe: si dovrebbe almeno ogni giorno ascoltare qualche canzone, leggere una bella poesia, vedere un bel quadro e, se possibile, dire qualche parola ragionevole. Io ho aggiunto, non me ne voglia il celebre personaggio, la preghiera.
E non sono il solo perché anche gli amici della “Fazzulittata “sono stati sedotti dalla poesia che la diffondono in ogni occasione. In particolare faccio riferimento al Dott. Salvatore Burrafato che ha avuto il padre poeta delizioso e le cui poesie declama con straordinaria efficacia incantando l’uditorio.
Non sono un poeta, ma un appassionato divulgatore. Nel passato c’era un signore che girava nel corso principale e nei quartieri vendendo cravatte e lo faceva con garbo, con stile. Io sono un venditore di poesie, ma a titolo gratuito.
Di recente alla necropoli di Calicantone a Cava Ispica abbiamo declamato la poesia di Domenico Pisana ripresa dal libro “Odi alle dodici terre”, che così recita:

Cava d’Ispica
lasciami fra le tue grotte
nell’ora che sa di amarezze:
messaggero di pace, lasciami gridare
il canto della libertà, entrare
negli anfratti più bui della tua storia.

Lasciami , Cava d’Ispica, scoprire
i segreti nascosti nelle tue tombe,
immaginare volti di uomini e donne sepolti
dall’oblio e innalzare preghiere al Dio della vita
tra il murmure degli alberi che sovrastano il Parco.

Lasciami, Cava d’Ispica,
parlare al tuo silenzio,
alle chiese rupestri distese tra le grotte:
tra gli sguardi ammaliati, secoli di vita
le tue sporgenze, le tue celle rievocano
racchiusi nella memoria.

Col Movimento Azzurro associazione ambientalista a carattere nazionale, abbiamo toccato tutti i quartieri della Città: Casale, Corpo di Terra, Porta d’Anselmo, Vignazza , Cartellone, Francavilla. In ognuno di essi c’erano stati scrittori e poeti e di essi abbiamo tenuto conto. Si tratta di oltre trenta poeti e di 12 itinerari realizzati nei quartieri concepiti come risorsa storica affascinante, tutta da rilanciare per completare il quadro di una Città veramente straordinaria. La poesia non poteva mancare. Salendo dalla Via Santa Margherita, dopo la Chiesa, sulla sinistra c’è un vicolo intitolato a Salvatore Puma che ivi abitava e che ricordiamo come poeta autodidatta, di straordinaria sensibilità. Davanti casa sua abbiamo declamato due sue poesie: Tristi scunfortu e L’uòrivu e la crapuzza. Riproponiamo quest’ultima.

Sira e matina passa ‘m micciarièddu
accumpagnatu ri la sa crapuzza;
la luci ciù nun miri,’u mischinieddu.
Lu porta a spassu la sa firil’armaluzza.

Se ciòvi nivi, fa friddu o tira vientu,
sempri all’urariu lu viri passari,
lu mischinieddu, caminannu a stientu,
l’armaledda porta a pasculàri.

A sira s’arricogghi a tarda ura,
la campanedda si senti sunari;
lu saccu porta cinu ri virdura
pi la crapuzza a la notti sfamàri.

Appena agghìca rintra la sa casa,
mungi lu latti, si fa la spunzata,
a la crapuzza s’abbrazza e si vasa.
Si curca e ddormi tutta la nuttata.

Il figlio, Giuseppe Puma, ha ereditato la sua vena poetica imponendosi tra i più prestigiosi poeti contemporanei. Vive e lavora a Milano. Sua la seguente poesia dedicata alla città natìa in dialetto, qui tradotta in italiano dallo stesso autore.

Cara Modica

Nacqui
In via Catena
a “Vignazza”
sentendo bandire, a voce alta, le ricotte
al venditore operoso,
che faceva tremare strade
e “nachi a bbientu”.( culla pendolante sul letto matrimoniale )

Crebbi
Nella cava umida,
dove le rane saltavano
cantando,
e nelle viuzze
occupate dai carretti spaiati ( staccati dagli animali )
dove spesso,a sera, giocavamo
a nascondino.

Sono figlio tuo,
cara Mòdica,
paese grande…
Nel mio animo
porto l’immagine
delle tante partenze…
……della mia partenza.

Antica stradetta,
non perdere il mio ricordo
che io di te porto sempre con me.
Lascia le bianche pietre
profumare
di cacio, di carrube,
di frumento, di fave,
di mucche, di estratto.
Solo così so
che tu esisti ancora.

Ogni quartiere aveva ed ha la sua storia, il suo fascino, i suoi poeti, alcuni noti, altri meno noti, ma noi ne abbiamo scoperto parecchi e ci siamo resi conto che Modica ha un’anima poetica che è alla base della sua bellezza.
Mentre mi avviavo alla conclusione di questa divagazione, la poesia unisce e disarma. Ogni popolo, ogni regione, ogni quartiere ha i suoi poeti. Nutriamoci di poesia e renderemo il mondo più limpido, più pacifico, più fraterno. Se spegni la poesia, rischi di rimanere al buio.

Francesco Pitino

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