L’integrazione non può essere affidata al caso…l’opinione di Rita Faletti

Dalla polemica sul Pride Match a Seattle alla remigrazione evocata da Vannacci: l’Occidente deve tornare a pretendere il rispetto delle sue leggi, senza complessi e senza ipocrisie.
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La polemica nata attorno al “Pride Match” di Seattle, con le proteste di Iran ed Egitto contro i simboli LGBT, dice molto più del calcio. Dice che l’Occidente continua a predicare inclusione, diritti e libertà, ma lo fa con coraggio selettivo. È inflessibile quando deve rimproverare se stesso, diventa prudente quando davanti ha regimi, federazioni o culture politiche che quei diritti li negano apertamente. Una combinazione di timori e ipocrisia. Per anni una parte consistente del progressismo europeo ha raccontato l’immigrazione come un processo quasi naturale, da accompagnare con buoni sentimenti e qualche slogan. Ha confuso l’accoglienza con l’assenza di regole, l’integrazione con la semplice presenza fisica sul territorio, il multiculturalismo con la rinuncia a dire che alcune conquiste dell’Occidente non sono negoziabili. La parità tra uomo e donna, la libertà religiosa, il diritto degli ebrei a vivere sicuri, il rispetto degli omosessuali non sono negoziabili. Il primato della legge civile su norme tribali, confessionali o comunitarie non è negoziabile. E’ in questo vuoto politico che figure come Roberto Vannacci diventano centrali nel dibattito. Il suo nuovo partito, Futuro Nazionale, e parole d’ordine come “remigrazione” intercettano una domanda che la sinistra delle porte aperte ha liquidato troppo a lungo come xenofobia: chi entra in Europa deve accettare le regole dell’Europa? Chi viene in Italia deve rispettare le leggi italiane, la cultura costituzionale italiana, il patto civile su cui si regge la convivenza? La risposta dovrebbe essere ovvia: sì. Non è una dichiarazione di guerra allo straniero, né la presunzione di giudicare le persone per origine, passaporto, colore della pelle o fede religiosa. E’ la necessità di ristabilire un principio elementare: chi viene accolto in una comunità democratica non può pretendere di trasformarla secondo codici incompatibili con quella comunità. L’ospite, il lavoratore, il richiedente asilo, lo studente, il cittadino straniero regolare hanno diritti, ma anche doveri. E tra questi doveri c’è il rispetto pieno dell’ordinamento che li ospita. Il progressismo moralista di sinistra, negli anni in cui ha governato, ha fatto molti danni perché ha preferito non prendere decisioni e affidare l’integrazione al caso, alla scuola lasciata sola, ai quartieri lasciati soli, ai sindaci lasciati soli, alle forze dell’ordine chiamate a intervenire quando il problema era già esploso, salvo poi accusarle di abuso di potere. Ha inseguito il consenso, ha temuto di apparire “cattivo”, ha preferito accusare di razzismo o islamofobia chi poneva domande scomode invece di costruire risposte serie. Il cliché del finto democratico. Così si è prodotto il peggiore dei risultati: da un lato immigrati regolari, lavoratori, famiglie integrate, persone rispettose delle leggi, finite nello stesso calderone del sospetto; dall’altro minoranze rumorose aggressive e violente convinte che l’Europa fosse un territorio conquistabile, i cittadini europei privi di identità, le donne esseri inferiori da stuprare. La questione non è scegliere tra buonismo e brutalità, ma tra integrazione regolata e disordine, tra cittadinanza come patto e cittadinanza come automatismo, tra accoglienza responsabile e resa culturale, tra rispetto dello straniero che rispetta l’Italia e fermezza verso chi arriva pensando di imporre all’Italia la propria legge e la propria gerarchia sociale. Per questo il tema della remigrazione non può essere liquidato con una smorfia. Quando si parla di rimpatrio degli irregolari, di espulsione di chi delinque, di revoca dei benefici a chi rifiuta l’integrazione, siamo dentro una normale politica di sovranità democratica. Quando invece la parola diventa strumento etnico o collettivo, si rischia di sostituire alla debolezza del progressismo una risposta identitaria cieca, che non distingue più tra chi rispetta le regole e chi le calpesta. La via giusta è più semplice e più severa: ingresso selettivo, integrazione obbligatoria, espulsione effettiva per chi non ha titolo a restare o commette reati gravi, cittadinanza concessa come approdo serio e non come automatismo burocratico. Non deve esserci alcuna indulgenza verso chi importa antisemitismo, fanatismo religioso, odio verso le donne, disprezzo per gli omosessuali o rifiuto della legge civile. E’ ora che l’occidente smetta di vergognarsi di se stesso e pretenda il rispetto come condizione per vivere qui. Chi la accetta è parte della comunità. Chi la rifiuta deve dimenticarsi di cambiarla dall’interno con la complicità di chi, in nome del progresso, ha finito per indebolire proprio le libertà che diceva di difendere. L’integrazione non avviene per magia. Va regolata, pretesa, verificata. L’alternativa è consegnare il futuro a due estremismi opposti: il progressismo che non vede il problema e il radicalismo che vede solo il nemico. In mezzo c’è la politica seria: accogliere chi rispetta le regole, respingere chi le disprezza, difendere senza complessi la civiltà democratica occidentale.

 

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1 commento su “L’integrazione non può essere affidata al caso…l’opinione di Rita Faletti”

  1. Ed invece, c’è proprio tutto da vergognarsi di questo occidente, dai falsi valori e moralismi, alla ‘politica seria’ (se questa è seria…), alla laicita sbandierata quando fu un re cristiano a costruire la cristianità, cioè quanto oggi viene chiamato occidente, dalla presa in giro di una decantata democrazia basata sui numeri, ed a Bruxelles, manco su quelli, alle pezze al culo che abbiamo sempre grazie a questa politica “seria”, agli intrallazzi via chat della Albrecht con gli altri compagni di merende o agli affari farmaceutici della stessa via sms, alla boiata del green.
    Muoia Sansone con tutti i filistei…

    Nota a margine: la posizione radicata ed estrema sull’antisemitismo, infilato ovunque anche se si dovesse parlare di calcio, ricorda molto quella dei bolscevichi, a discapito dei cristiani, anche se si usa questa per difendere in realtà una posizione di estrema destra sionista.

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