In arrivo 5 milioni di test rapidi per diagnosi Covid

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In arrivo 5 milioni di test rapidi antigenici per la diagnosi di positività al SarsCov2 negli studi dei medici di famiglia, dove il cittadino potrà effettuare l’esame ed avere il risultato entro un’ora.

L’obiettivo è decongestionare i drive-in delle asl dove vengono effettuati attualmente i tamponi, riuscire a differenziare le patologie nelle fasi iniziali e riuscire a isolare prima possibile i pazienti Covid. Ma il progetto ‘test rapidi’ si scontra tuttavia con una realtà normativa che nel Paese è a macchia di leopardo e che, invece di velocizzare, rischia ancora una volta di allungare i tempi delle diagnosi. Ad oggi, emerge da un sondaggio Fimmg, solo il 50% dei medici può prescrivere direttamente il tampone molecolare tradizionale. Esistono infatti “norme diverse a livello di Regioni, province o addirittura di singole Asl che determinano una situazione di estrema confusione. In circa il 50% delle province, il medico può prescrive direttamente il tampone, prendendo anche appuntamento con i drive-in delle Asl per farlo effettuare al paziente e accorciando così i tempi. Ma nell’altra metà il medico deve fare la richiesta al Dipartimento prevenzione della Asl che poi, a sua volta, prenderà in carico il cittadino convocandolo per il tampone. Un passaggio in più, cioè, che allunga inevitabilmente i tempi.

Un aspetto da non sottovalutare e che se il test rapido risulta positivo è infatti necessario effettuare il tampone molecolare per la conferma, ma se il medico non può prescriverlo direttamente i tempi si allungano. La condizione per velocizzare il processo  è che i medici possano prescrivere i tamponi direttamente in tutta Italia avendo certezza dei tempi di esecuzione. Altrimenti, l’operazione test rapidi negli studi, rischia di trasformarsi in un ‘parcheggio’, con il cittadino positivo che però deve attendere chissà quanto per il tampone.

Altro strumento fondamentale per il controllo dei contagi sono poi le Usca (Unità speciali di continuità assistenziali), ma anche in questo caso il medico spesso non può richiederne direttamente l’attivazione. Se nel 98% delle province sono state infatti attivate Usca con i compiti di visita domiciliare per il paziente Covid o sospetto Covid, il medico di famiglia può richiederne l’intervento contattandole direttamente solo nel 42% dei casi. In alternativa, deve inviare una richiesta al Dipartimento Prevenzione (38%) o attraverso un medico coordinatore (8%).

Non tutti i medici di base, però, sono d’accordo con il progetto. Effettuare i tamponi negli studi dei medici di medicina generale è da irresponsabili, ritengono una buona parte dei mmg, si rischia di fare una strage tra i medici di famiglia come è accaduto nelle Rsa della Lombardia. Tra i pericoli che si corrono,  l’eventualità di mischiare i percorsi tra pazienti ordinari e pazienti ad alto rischio infettivologico all’ interno di una abitazione civile dal momento che il 90% degli studi dei medici di famiglia si trova in stabili comuni e non dedicati.  Si rischia che negli ambulatori per fare i tamponi, i pazienti siano costretti, a seguito di contatti stretti, pazienti sani con pazienti positivi.

Negli studi dei medici di medicina generale non c’è la possibilità di mantenere separati il percorso sporco (casi sospetti Covid-19), con il percorso pulito (altri pazienti), essendo appartamenti in privati condomini. Si corre il rischio concreto di causare assembramenti e diffusione del virus. Si rischia di fare da untori e lasciare scoperta l’assistenza di migliaia di cittadini malati cronici od oncologici, se mai si dovessero chiudere gli studi per sanificarli o mettersi in quarantena. La medicina generale sta facendo uno sforzo sovraumano per supportare i cittadini e soprattutto i malati fragili. Non riconoscere il sacrificio fin qui fatto dei medici di medicina generale e negare la loro utilità sul territorio nell’arginare la pandemia è una vergogna.

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