Viaggio intorno a Quasimodo…di Domenico Pisana. La presenza-assenza di Dio nel divenire lirico quasimodiano/4

Il tumultuare dell’animo religioso di Quasimodo trova la sua espressione anche in alcune liriche della raccolta “Oboe sommerso” (1930-1932), quali “Curva minore”, “La mia giornata paziente”, “Primo giorno”, “Amen per la domenica in albis”. Si tratta di testi poetici ove è presente un “continuum dialogico” con Dio, al quale Quasimodo confida la propria condizione umana, fa delle richieste, consegna i pensieri del cuore. Ci soffermiamo su “Curva minore”.

Pèrdimi. Signore chè non oda

gli anni sommersi taciti spogliarmi,

si che cangi la pena in moto aperto:

curva minore

del vivere m’avanza.

E fammi vento che naviga felice,

o seme d’orzo o lebbra

che sè esprima in pieno divenire.

E sia facile amarti

in erba che accima alla luce,

in piaga che buca la carne.

Io tento una vita:

ognuno si scalza e vacilla

in ricerca.

 

Ancora mi lasci: son solo

nell’ombra che in sera si spande,

né valico s’apre al dolce

sfociare del sangue.

In questa lirica il dialogo religioso si muove in due direzioni:

a) la “richiesta”, anzitutto: “Perdimi, Signore…”, “…E fammi vento che naviga felice, / o seme d’orzo o lebbra…”.

Quasimodo si appella a Dio affinché esaudisca il suo bisogno quasi di evasione. In quel “Perdimi” c’è in fondo una istanza di liberazione; c’è il desiderio di trascendere la realtà amara della vita con le sue pene e con i suoi dolori; la necessità di un superamento del presente in vista di un futuro nuovo e diverso (“..sì che cangi la pena in modo aperto…”) .

La richiesta del poeta si fa pressante e sembra essere rivolta ad un Dio concepito come dispensatore di interventi prodigiosi: “e fammi vento… o seme d’orzo o lebbra…”. Cosa si nasconde dentro queste richieste di cambiamento? Si celano, a nostro giudizio, tre sentimenti diversi:

– il primo di “affermazione”, come suggerisce l’immagine della navigazione, aggettivata con quel “felice”;

– il secondo di “speranza”, come lascia pensare il seme, visto che ogni seme porta in sé la speranza del raccolto;

– il terzo di “separazione”, suggerito dal riferimento alla lebbra. La lebbra, infatti, è una malattia che separa ed emargina dagli altri, che chiude la reciprocità ed ogni canale di comunicazione. Questo voler essere “lebbra” esprime l’esigenza del poeta di voler restare separato da tutti, chiuso nella propria solitudine.

Quasimodo esprime l’ansia di chi vuol raggiungere una meta; è lui quel navigatore che cerca e che chiede a Dio di essere trasformato in vento per raggiungere ciò che può farlo felice; è lui quel pellegrino in itinere, smanioso di esprimersi, ma consapevole che il conseguimento delle mete desiderate ha bisogno di tempi di percorso e di crescita, così come il “seme” ha bisogno del suo tempo prima di portare frutto.

b) Nel “dubbio” si coglie un ulteriore stato d’animo: l’anima di Quasimodo è titubante, presa dall’incertezza della presenza di Dio. Nella sua ricerca esistenziale c’è l’attestazione di una “presenza-assenza” di Dio, che si esprime come difficoltà di comprensione dell’azione e del mistero di Dio, difficoltà che approda ad esiti negativi perché il poeta si sente solo nel suo cammino ed avverte che Dio è lontano: “… Ancora mi lasci: sono solo / nell’ombra che in sera si spande…”. È, tuttavia, un’assenza determinata da un fattore più emotivo e situazionale che razionale, perché Quasimodo sa ed è consapevole che Dio è presente nella vita degli uomini e che è un suo interlocutore, tant’è che a lui si rivolge al termine delle sue giornate:

“…La mia giornata paziente

a te consegno, Signore,

non sanata infermità,

i ginocchi spaccati dalla noia.

M’abbandono, m’abbandono,

ululo di primavera,

è una foresta

nata nei miei occhi di terra…”

Il consegnare la giornata al Signore esprime, certamente, l’atteggiamento della persona credente, dell’uomo che, pur in collera con Dio, sa di avere una coscienza etico-religiosa in cui la voce di Dio risuona durante le ore del giorno e della notte. Quasimodo non solo è consapevole di sentire questa voce interiore, ma risponde ad essa con toni che esprimono l’ambivalenza di un’anima che oscilla tra sentimenti e risentimenti:

“…

È tuo il mio sangue,

Signore: moriamo”.

            (Primo giorno)

“…Non mi hai tradito, Signore:

d’ogni dolore

son fatto primo nato…”

      (Amen per la Domenica in Albis)

“…

Mi pento

d’averti donato il mio sangue,

Signore, mio asilo:

Misericordia!”

       (Lamentazione d’un fraticello d’icona)

 La dialettica vita-morte nella lirica quasimodiana

Dio assiste passivamente al dramma vita-morte in cui si dibatte l’uomo contemporaneo? Questa è la tematica al centro della lirica “Thànatos Athànatos”, contenuta nella raccolta “La vita non è un sogno”.

Il poeta modicano così scrive:

“E dovremo dunque negarti, Dio

dei tumori, Dio del fiore vivo,

e cominciare con un no all’oscura

pietra “io sono”, e consentire alla morte

e su ogni tomba scrivere la sola

nostra certezza: “Thànatos athànatos”?

Senza un nome che ricordi i sogni

le lacrime i furori di quest’uomo

sconfitto da domande ancora aperte?

Il nostro dialogo muta; diventa

ora possibile l’assurdo. Là

oltre il fumo di nebbia, dentro gli alberi

vigila la potenza delle foglie,

vero è il fiume che preme sulle rive.

La vita non è sogno. Vero l’uomo

e il suo pianto geloso del silenzio.

Dio del silenzio, apri la solitudine”.

Il corpus della poesia ruota attorno al tema della morte, ritenuta la sola certezza della vita. Il poeta affida ad un inquietante interrogativo l’esistenza di Dio, e nei versi di apertura (“E dovremo dunque negarti, Dio….”) e chiusura della lirica (“Dio del silenzio, / apri la solitudine…”) la mette al centro della sua riflessione.

Il testo dà a Dio alcune proprietà specifiche che lasciano spazio ad interpretazioni varie.

Anzitutto, la lirica parla di Dio come “Dio dei tumori”. E’ una allusione alla sofferenza, al dolore e alla malattia; il tumore è, infatti, una malattia che porta alla morte. L’affermazione sembrerebbe evidenziare la presenza in Quasimodo di una concezione epicurea, secondo la quale la causa del male nel mondo dipende dal disinteresse degli dei verso gli uomini; tale interpretazione potrebbe trovare altresì conferma nell’altra affermazione “Dio del silenzio”.

In realtà, crediamo che nel poeta siciliano sia presente una teologia della fede che vuole evidenziare il fatto che Dio è il Signore della vita ed è il Signore della morte. I tumori riferiti a Dio indicano la precarietà, la finitezza e la debolezza dell’uomo, che non può sfuggire alla morte fisica, ma può sbocciare ad una “vita eterna” come il fiore, se riesce ad entrare nell’orizzonte della fede. È sintomatico che, a riguardo, Quasimodo all’affermazione “Dio dei tumori” faccia subito seguire l’affermazione “Dio del fiore vivo”.

Nel fiore che sboccia c’è la vita, c’è il desiderio di aprirsi. Dio è vita, Dio apre alla vita, fa passare dalla morte alla vita. La fede dà all’uomo la certezza della “morte senza morte”, ossia di una morte che è un esodo da questo mondo per ritrovarsi “Athànatos”, cioè in un dimensione di eternità dove non esiste la morte ma l’essere in Dio, realtà perfetta ed onnipotente.

In quella richiesta finale della poesia “Dio del silenzio, apri la solitudine”, è racchiuso il “sensus fidei” quasimodiano: la solitudine è come una porta d’ingresso per una nuova condizione esistenziale, quella solitudine intesa, questa volta, positivamente, cioè come approdo all’eternità, dove l’uomo si troverà solo faccia a faccia con Dio, quel Dio cristiano, il Dio creatore del cielo e della terra che ha fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza; il Dio che, però, l’intelligenza laica dell’uomo di oggi cerca di sfidare con le sue conquiste. Ed è proprio questa provocazione dell’uomo moderno che il poeta siciliano intende sottolineare nella sua poesia “Alla nuova luna”, con la quale chiudiamo il nostro breve viaggio attorno alla dimensione religiosa della poesia quasimodiana:

“In principio Dio creò il cielo

e la terra, poi nel suo giorno

esatto mise i luminari in cielo

e al settimo giorno si riposò.

Dopo miliardi di anni l’uomo,

fatto a sua immagine e somiglianza,

senza mai riposare, con la sua

intelligenza laica,

senza timore, nel cielo sereno

d’una notte d’ottobre

mise altri luminari uguali

a quello che giravano

dalla creazione del mondo. Amen”.

 

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