
Il fascino di Modica, capitale dell’antica Contea, non risiede solo nei suoi vicoli scoscesi o nel cioccolato che ne ha reso famoso il nome nel mondo, ma in un tessuto storico e artistico di straordinaria densità, capace di celare legami insospettabili con il cuore pulsante del Barocco romano. È in questa cornice che si inserisce il “Cammino mariano”, un’iniziativa di valorizzazione che connette le chiese di San Pietro, Santa Maria di Betlem, Carmine e San Paolo, ponendosi l’obiettivo di accogliere il visitatore attraverso un percorso di catechesi e bellezza. Proprio all’interno della piccola chiesa di San Paolo, un affresco che sovrasta la navata centrale è stato a lungo oggetto di un enigma silenzioso, che oggi, grazie alle ricerche di Valerio Petralia e Paolo Segreto dell’associazione “La via delle Collegiate”, trova finalmente una chiave di lettura sorprendente.
Per anni, l’opera è stata catalogata semplicemente come una “Gloria di Maria”, ma un dettaglio apparentemente minore ha spinto gli studiosi a guardare oltre: un piccolo cartiglio retto da un putto che riportava la scritta “GUSTOS CLEMENTIA MUNDI”. Un’anomalia filologica, figlia probabilmente di un restauro maldestro che aveva trasformato la “C” iniziale in una “G”. Una volta corretta la dicitura in “CUSTOS CLEMENTIA MUNDI” — ovvero “Clemenza, custode del mondo” — si è aperto un varco che ha collegato direttamente la chiesa modicana alla Roma dei Papi e all’opera del grande artista Carlo Maratta.
La storia prende avvio nel 1670, anno dell’elezione al soglio pontificio di Papa Clemente X, al secolo il cardinale Emilio Altieri. La famiglia Altieri, protagonista della vita aristocratica romana, vide in quell’elezione l’opportunità perfetta per consolidare il proprio prestigio. Palazzo Altieri, situato in Piazza del Gesù, fu oggetto di un imponente piano di ristrutturazione e decorazione. A Carlo Maratta fu affidato l’incarico di celebrare la gloria della casata attraverso un monumentale affresco, pensato quasi in contrapposizione al celebre “Trionfo della Provvidenza” di Pietro da Cortona a Palazzo Barberini. Se quest’ultimo esprimeva l’esuberanza del Barocco più sfrenato, l’opera di Maratta per gli Altieri ricercava una grandiosa compostezza classicista, cifra stilistica che avrebbe dominato il Settecento.
L’affresco di Modica si rivela dunque come una copia quasi perfetta del capolavoro marattiano. La struttura iconografica è speculare: al centro, un impianto piramidale culmina nell’apoteosi della virtù femminile, che impugna lo scettro della Divina Provvidenza e un ramoscello d’ulivo, richiamando direttamente il Panegirico per il consolato di Stilicone di Claudio Claudiano. Sotto di lei si dispongono le allegorie della Prudenza, della Giustizia e dell’Abbondanza, mentre le quattro figure alate rappresentano le Stagioni, tra cui spicca l’inverno, raffigurato con un angelo che versa pioggia da un catino. L’unica variante significativa risiede nel giovane uomo che regge il Gonfalone: se nell’originale romano si tratta di un ritratto di Gaspare Altieri, erede della famiglia, nell’affresco siciliano il volto si fa generico, adattandosi a un contesto che non è quello celebrativo della dinastia pontificia.
Questa scoperta non deve essere letta come il segno di una semplice emulazione artistica. Al contrario, la presenza di un tale affresco nella chiesa di San Paolo testimonia l’ambizione di una committenza colta e raffinata, che desiderava proiettare la Contea di Modica nello scenario culturale nazionale ed europeo. Non si trattava di “copiare” per mancanza di idee, ma di affermare la propria capacità economica e intellettuale, mettendosi in dialogo paritario con i grandi centri del Mediterraneo.
Oggi, l’affresco di San Paolo non è più solo una decorazione murale, ma un testimone silenzioso di rapporti diplomatici e culturali che un tempo legavano la Sicilia a Roma. Resta ora il compito affascinante di indagare se questa citazione dell’opera di Papa Clemente X nasconda legami più profondi tra la Chiesa Madre di San Pietro Apostolo — di cui San Paolo era filiale — e le istanze che, all’epoca, giungevano al Papato proprio dalle personalità più influenti della Contea, sempre in cerca di un ruolo da protagonista nel grande teatro della storia.


