Biennale di Venezia: per Pietrangelo Buttafuoco un ponte di cultura per la pace

L'osservazione dal basso: La cultura e l’arte possono ancora far sperare nel dialogo: la bellezza è l'unico linguaggio capace di sopravvivere ai regimi e di ricostruire, domani, le macerie del presente.
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Conosco Pietrangelo Buttafuoco dal 2015, allorquando ebbi l’onore di una sua prefazione al mio libro bilingue(Italiano inglese) “Odi alle dodici terre, Il vento, a corde, dagli Iblei), e desidero esprimergli la mia solidarietà per come ha affrontato la questione relativa alla Biennale di Venezia, che è al centro di discussioni perchè Buttafuoco ha avuto il coraggio di rivendicare l’autonomia dell’arte e della cultura, rigettando le esclusioni.
In un’epoca di censure preventive, le parole di Pietrangelo Buttafuoco all’apertura della Biennale Arte 2026 sono state un atto di coraggio che sento il dovere di condividere e sostenere. Mentre il dibattito urla all’esclusione e al bando, Buttafuoco ci ricorda che la cultura non è un tribunale, ma un “giardino di pace”.
Escludere qualcuno in base al passaporto non è un atto di giustizia, ma una mutilazione del dialogo. Mi hanno colpito profondamente alcuni passaggi del suo intervento, specie quando ha denunciato con lucidità come il mondo post-rivoluzionario e laico si sia capovolto in un “laboratorio di intolleranza, di richieste di censura, di chiusura e di esclusione“. Credo che il grande valore della democrazia non possa diventare lo strumento per silenziare chi non rientra nei nostri “statuti etici”.
Bisogna distinguere tra il governo di una nazione (e le sue azioni belliche) e il patrimonio artistico e intellettuale del suo popolo. La Russia di Dostoevskij e Kandinskij non può essere cancellata da un decreto. Qui non si tratta di difendere una politica, ma l’integrità della Biennale come luogo di incontro globale, senza zone d’ombra o esclusioni ideologiche. Se l’arte viene arruolata nelle logiche di guerra, perde la sua funzione salvifica.
Nel teatro della geopolitica contemporanea, dove i confini si fanno muri e il dialogo cede il passo alle armi, trovo la voce di Pietrangelo Buttafuoco un richiamo necessario, coraggioso e controcorrente. L’arte e la cultura non possono essere arruolate. Se trasformiamo i padiglioni della Biennale in uffici visti o in tribunali etici, decretiamo la morte della cultura stessa. Punire un artista per le colpe del suo governo è un paradosso logico e un suicidio estetico. La Russia non è solo un’entità statale su una mappa bellica; è l’anima dei succitati Dostoevskij, la visione di Kandinskij, il rigore di Šostakovič. Cancellare questa presenza significa amputare una parte fondamentale del respiro europeo e universale. Qui non si tratta di giustificare una politica, ma l’integrità della Biennale come luogo di incontro globale, senza zone d’ombra o esclusioni ideologiche. Se l’arte viene arruolata nelle logiche di guerra, perde la sua funzione salvifica.
La deriva della censura preventiva la considero un male che rischia di impoverire l’Occidente più di quanto non danneggi i destinatari delle sanzioni. Se cediamo alla furia iconoclasta che vorrebbe nascondere i capolavori o silenziare le voci di una nazione, finiamo per assomigliare proprio a ciò che diciamo di voler combattere. La posizione della Biennale oggi ci ricorda che la bellezza è l’unico linguaggio capace di sopravvivere ai regimi e di ricostruire, domani, le macerie del presente.
Secondo me, la Biennale deve restare un spazio aperto, un labirinto di visioni dove il conflitto viene sublimato nell’opera e non censurato dal pregiudizio. Perché quando calerà il sipario sulle armi, avremo ancora bisogno di guardarci negli occhi attraverso lo specchio dell’arte. E in quello specchio, il volto del “nemico” di oggi deve poter restare, innanzitutto, quello di un uomo. La presenza contemporanea di Ucraina e Russia, di Iran e Israele, non deve essere visto come un affronto, ma come l’unica speranza: a Venezia “noi non imbracciamo le armi” ha specificato Buttafuoco.
Esprimo la mia totale solidarietà al Presidente. Difendere l’autonomia della Fondazione significa difendere la nostra stessa libertà di cittadini e di amanti dell’arte e della cultura.
Concludo questo mia osservazione, citando le significative parole finali del discorso di Buttafuoco:
“Siamo tutti a Venezia, città che ha fondato sul dialogo, sul commercio, sull’incontro tra culture e religioni diverse la sua storia e la sua bellezza. Storia e bellezza di cui siamo tutti testimoni.
È su questi principi di incontro tra soggetti diversi che noi autonomamente celebriamo le arti. Ed è su questi principi che l’istituzione che guido trova fondamento. La Biennale di Venezia usa con tutti i Paesi lo stesso metro di relazione: il diritto, lo ius, il rispetto, la pace — potrei dire salam — e il dialogo.
È questa la migliore garanzia per tutte le nazioni che qui partecipano. Ed è questo che ci insegna Venezia: l’uguaglianza nella diversità e nel confronto. È questo autonomo operare di soggetti diversi che risolve la grave crisi, capovolgendo la prospettiva che stiamo vivendo: un bisogno assoluto di pace”..

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1 commento su “Biennale di Venezia: per Pietrangelo Buttafuoco un ponte di cultura per la pace”

  1. Concordo pienamente. Fra l’altro, la Russia è europea culturalmente e cristianamente.
    Sarà comunque per il motivo che siamo masochisti. Eliminiamo ciò che appartiene al nostro mondo, come allo stesso modo le sanzioni massacrano noi stessi.

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