
C’è sempre qualcuno, nel mondo della tecnologia, pronto ad annunciare la fine di qualcosa. Stavolta tocca allo smartphone. Secondo Mark Zuckerberg, nel giro di pochi anni potremmo dire addio al telefonino così come lo conosciamo. Un’affermazione che fa rumore, utile a chi la pronuncia, ma poco credibile per chi osserva la realtà. La verità è più scomoda: il telefono non è soltanto un oggetto. È diventato una dipendenza socialmente accettata. Una protesi mentale, sì, ma anche un rifugio continuo. Dentro quel piccolo schermo non ci sono solo relazioni e lavoro: c’è una forma di fuga permanente dalla realtà. Pensare che possa scomparire nel giro di due anni non è ottimismo tecnologico. È rimozione. Questo non vuol dire che nulla cambierà. Le grandi aziende, a cominciare da Meta Platforms, stanno spingendo verso nuovi strumenti: occhiali intelligenti, realtà aumentata, assistenti vocali. Ma non lo fanno per liberarci. Lo fanno per spostare la dipendenza su un altro oggetto, più pervasivo, meno visibile, ancora più difficile da spegnere. Tra l’idea e la realtà c’è di mezzo il mondo. E il mondo, resiste più di quanto pensino gli innovatori. Ogni rivoluzione tecnologica viene raccontata come una rottura. In realtà è quasi sempre una sostituzione lenta, dove il nuovo si limita a occupare lo spazio del vecchio. Il computer non ha eliminato la televisione. Internet non ha fatto sparire i libri. E gli eventuali dispositivi del futuro non cancelleranno lo smartphone: ne prenderanno semplicemente il posto nella nostra dipendenza quotidiana. C’è poi un aspetto che raramente viene detto con chiarezza: le persone non vogliono rinunciare al telefono. Non perché non possano, ma perché non ne sono più capaci. Il gesto automatico di controllare lo schermo, l’ansia del messaggio, il bisogno di aggiornamento continuo: non è utilità, è abitudine trasformata in necessità. Il telefono è semplice, immediato, universale. Ma soprattutto è irresistibile. E questa è la sua vera forza. Si dice spesso che non è il telefono a creare dipendenza, è esorcizzare la solitudine interiore. Il bisogno esiste, ma è la tecnologia che lo amplifica, lo sfrutta, lo rende continuo. Non ci limita a soddisfarlo: lo alimenta. Se un giorno lo smartphone verrà sostituito, non sarà una liberazione. Sarà un aggiornamento. Più che la fine del telefono, dunque, stiamo assistendo a qualcosa di meno spettacolare e più inquietante: il perfezionamento degli strumenti che ci tengono costantemente occupati, distratti dalla realtà che non perdona. Per questo la domanda non è quando sparirà lo smartphone. La domanda è se siamo ancora in grado di farne a meno. E la risposta, se siamo onesti, è semplice: no. Non perché sia impossibile. Ma perché, nel frattempo, abbiamo imparato a non volerci più riuscire.




