Letteratura modicana. Giorgio Buscema, giornalista-scrittore…di Domenico Pisana

L’Autore ci offre un sentimento dei luoghi, una geografia della memoria e di eventi rivelatisi intensamente memorabili nel vissuto collettivo siciliano, modicano e ibleo
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Un personaggio che la Letteratura modicana conserva nella memoria collettiva per le sue qualità culturali e le sue opere, è sicuramente Giorgio Buscema(1937- 2011).
Accanto alla sua lunga e intensa attività giornalistica, dispiegatasi in collaborazioni con “La Gazzetta dello sport”, “L’Avvenire” e “Il Giornale d’Italia”, come pure con periodici locali quali “La Voce di Modica”, “Il Corriere di Modica”, “Il cittadino”, di cui fu direttore responsabile, “Il messaggero della Madonna delle Grazie”, non va dimenticato che Giorgio Buscema fu un attento interprete dei fenomeni culturali, delle tradizioni, dei costumi e delle consuetudini della terra iblea. Oltre ai numerosi saggi da lui scritti, due sono le sue pubblicazioni più significative da ricordare: “C’era una volta in Sicilia”(1985),“Vitaliano Brancati e Modica”(2008).
C’era una volta in Sicilia” si colloca dentro l’orizzonte etnoantropologico modicano e degli Iblei, interpretandone il percorso umano e sapienziale con originalità e compartecipazione emotiva. I fatti e le storie raccontate da Buscema offrono senza dubbio l’occasione di guardare al passato e di immergersi nel patrimonio tradizionale del popolo siciliano, non per contemplarlo o incensarlo, né per un atto di mero conservatorismo, ma per testimoniare, come sicuramente è stato nell’intento dello scrittore, che vale la pena sforzarsi di fare della memoria storica la vera maestra di vita per ogni tempo.
Il volume, che si snoda su un livello storico-antropologico, un livello letterario e un livello etico- sapienziale e iconografico, ricostruisce spaccati storici del vissuto del popolo siciliano, e modicano in particolare, delineandone i contorni umani, sociali nell’alveo della tradizione etno-antropologica del Salomone Marino, del Pitrè e di Serafino Amabile Guastella. Il primo dato importante che il libro ci offre è la originale riproposizione del rapporto tra storia e memoria.
Con le sue pagine Buscema fa riflettere sul fatto che “noi siamo il nostro luogo”, i nostri luoghi: luoghi reali o immaginari, che abbiamo vissuto, accettato, scartato, combinato, rimosso, inventato. L’Autore riesce a far emergere quasi un sentimento dei luoghi, una geografia della memoria in cui si staglia una mappatura di eventi, personaggi, miti ed emblemi che si sono rivelati più a lungo e più intensamente memorabili nel vissuto collettivo siciliano, modicano e ibleo.
Questo libro ha dunque un suo valore letterario perché le “storie di vita” che Buscema racconta disegnano una sorta di prosopografia “dal basso”, distribuita su racconti articolati sia su momenti soggettivi che su momenti comunitari, con un livello narrativo di memoria territoriale: la vita in famiglia, il fidanzamento, i rapporti tra uomini e donne, gli approcci amorosi, i riti, le credenze, le magie, il senso sacro della vita, la nascita e la morte. Di fronte alla considerazione dei giovani che hanno ormai perso il senso della memoria (quella che conservava e tramandava in primis la famiglia con i suoi riti, le sue occasioni periodiche di incontri parentali allargati e la trasmissione per narrazione da parte degli anziani), il racconto letterario di Giorgio Buscema serve far capire che non può esserci un “oggi senza passato”. E questo è quello che in fondo scaturisce dalle pagine suo del libro, che mirano a far capire come e perché la società di oggi è diventata quella che è, e dunque come siamo fatti noi, uomini dei nostri giorni.
Bene ha fatto l’Autore, in tal senso, a corredare i suoi racconti di un apparato iconografico che rende visivamente percepibili i lineamenti di una Modica con la sua cultura degli affetti, dell’amore, del lavoro, del matrimonio, dell’educazione dei figli, del comparatico. Le foto che accompagnano i testi narrativi sono infatti una preziosa raffigurazione della memoria collettiva, sono la rappresentazione di un mondo semplice e ricco di afflati di umanità. Un mondo, certo, che oggi è quasi scomparso, ma che Buscema ha lasciato alla memoria, agli affetti e al ricordo collettivo, suscitando tante domande e riflessioni.
Rilevante e di più alto livello, è poi l’opera di Buscema, dal titolo “Vitaliano Brancati e Modica”, ove egli ricostruisce, attraverso testi narrativi di Brancati, testimonianze, articoli e documenti, foto e materiali vari, la “dimensione relazionale” tra lo scrittore pachinese e Modica, facendo emergere le connotazioni essenziali di un processo affettivo divenuto “letteratura e cinema” .
Scorrendo infatti le pagine del libro , si ha, ad esempio, il piacere di leggere le testimonianze di alcuni personaggi del film “Anni difficili”, uscito nel 1948, e tratto dal racconto di Brancati “Il vecchio con gli stivali”, pubblicato nel 1944; Buscema riporta testimonianze come quelle di Massimo Girotti e dello stesso regista del film Luigi Zampa, nonché di modicani con il ruolo di semplice comparsa, come il professore Alfredo Garofalo, reclutato per assumere il ruolo di un militare tedesco, e il rag. Raffaele Di Maria, che prese parte ad una scena ripresa nei locali della Società Operaia. Questo volume di Buscema rimane oggi come “segno” della sua personale testimonianza affettiva, nonché di quella di Brancati, per la città di Modica.
La sua ricostruzione ha il pregio di tessere, come in un mosaico, le angolazioni scrittorie di Brancati, specialmente del romanzo “L’amico del vincitore”(1932), ove Moduca, – così la chiama – “città della Sicilia, nella quale i giovani del paese si recavano per compiere gli studi”, viene osservata nelle sue articolazioni paesaggistiche.
Il materiale che Buscema è riuscito a mettere insieme e che vede al suo interno, oltre a frammenti di alcune opere di Brancati anche interventi e scritti di Leonardo Sciascia, Corrado Brancati, Domenico Rapisardi, ha una strutturazione teleologica poggiata su accorgimenti letterari che danno di Brancati le coordinate di uno scrittore che vive il suo rapporto con la città di Modica in modo intenso e fortemente connotato da rintocchi affettivi e memoriali. Giorgio Buscema riesce con maestria a far cogliere tutto ciò che Brancati trasporta nella sua narrazione, e in particolare le luci e le ombre inquietanti del Sud, di questo particolare lembo di Sicilia, del quale fa risaltare la “pulsione barocca” che si sprigiona dalla forza delle pietre e del paesaggio.
Questo libro può ritenersi certamente, nella sua sintesi, un documento letterario che serve a ricordarci del rapporto di Buscema con la sua Modica per il tramite di Brancati, e a non dimenticare che l’ex capitale della Contea è divenuta con Vitaliano Brancati letteratura e rappresentazione cinematografica, “lezione ironica ed umoristica” consumata all’interno di un viaggio attraverso il fascismo.
L’opera di Buscema è sicuramente un mosaico nel quale è incisa la “narrazione brancatiana” di luoghi baciati dal sole e sovrastati dall’armonia di colline come il Pizzo, l’Itria, e , in particolare, Monserrato, di cui immagini esaltanti colgono la poesia e l’incanto come in una mitica fiaba. Per concludere proponiamo tre brani tratti dalle opere di Buscema.
I primi due testi che riportiamo sono tratti da C’era una volta in Sicilia(1985). Buscema descrive l’ethos della famiglia patriarcale in ordine al fidanzamento e al matrimonio, che dovevano tener conto anche delle credenze religiose, nonché la dimensione del comparatico con relative tresche sentimentali. Il terzo brano è tratto dall’opera “Vitaliano Brancati e Modica”.

Da: C’era una volta in Sicilia(1985)

“… Se la ragazza stava in ozio, sarebbe stata una moglie ‘lagnusa’, vale a dire infingarda, fannullona e pigra; se stava masticando qualcosa era peggio, perché sarebbe stata una moglie ‘mangiataria’ che avrebbe mandato la casa in rovina; se stava tessendo, era un buon indizio, perché sarebbe stata ‘massara’; se stava spazzando la casa, sarebbe stata moglie pulita e onesta; se stava filando, sarebbe stata ‘figghialora’ ; se rappezzava, sarebbe stata ‘ccu la manu stritta’, economica; se faceva la calza, sarebbe stata moglie ‘amorosa’…”(p.17)

“… Una fanciulla siracusana, devota di S. Filippo, s’era fidanzata con un giovane che alla vigilia delle nozze si ammalò. La fidanzata si recò a visitare lo sposo promesso e trovò che al suo capezzale pendeva un quadro dello Spirito Santo. Non ci vide più. Prese il quadro e lo fece a pezzi calpestandolo con stizza. Poi impose, pena la rottura del fidanzamento, che il giovane sostituisse quell’immagine con un’altra di S. Filippo…”(p.16).

Da: Vitaliano Brancati e Modica(2008)

“… Anche da affermato scrittore Brancati rimase molto legato alla nostra città, tenendo sempre un forte legame affettivo con essa, un legame che qualcuno ha voluto definire di amore-odio, ma che in effetti fu sempre ispirato ad un grande attaccamento che si correlava agli anni della fanciullezza, ad un ricordo indelebile di quel periodo, probabilmente anche al trauma del distacco dai tanti amici che aveva lasciato”(…) S’è voluto ricordare il grande Brancati, certi anche d’aver contribuito a riscoprire, e far riscoprire, il suo grande amore per quella Modica, lasciata “a dieci anni, un mattino di luglio dopo una notte di luna trascorsa nel giardino di un amico, questa città che non conta un’ora, un minuto che non sia brillante di sensazioni vivacissime”. (p.12-13)

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