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Il ricordo di Sergio Ramelli secondo Ragusa in Movimento

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Ragusa, 07 gennaio 2026 – “In questi giorni, non un giornale qualsiasi, ma tutti i principali quotidiani nazionali hanno parlato della stessa cosa. Una scuola intitolata a Sergio Ramelli. E, puntuale come un riflesso condizionato, è scoppiata l’indignazione della sinistra, della Cgil, del solito antifascismo militante che non ammette eccezioni, sfumature, contesto. Eppure, stiamo parlando di un ragazzo di 18 anni, uno studente, ucciso a colpi di chiave inglese sotto casa per le sue idee”. Lo dice il presidente dell’associazione politico-culturale Ragusa in Movimento, Mario Chiavola, a proposito della vicenda che sta tenendo banco a livello mediatico. “Non parliamo di un gerarca – continua Chiavola – non parliamo di un simbolo di regime. Bensì, di una vittima della violenza politica. Intitolare una scuola a Ramelli non significa “riscrivere la storia”, come qualcuno urla. Significa affermare un principio semplice: la violenza va condannata sempre, non solo quando conviene. Ed è proprio questo che dà fastidio. Lo so bene, perché questa logica l’ho vissuta sulla mia pelle”. “Sono sotto processo – prosegue Chiavola – per un gesto rituale, commemorativo, legato alla memoria di Sergio Ramelli. Un gesto che, fuori dal contesto, viene trasformato in apologia. Dentro il contesto, invece, racconta solo una cosa: il bisogno di ricordare un morto dimenticato o, peggio, rimosso perché “scomodo”. Fa impressione una cosa: chi oggi parla di Costituzione, di valori democratici, di educazione civica, è lo stesso che decide chi è degno di memoria e chi no. È lo stesso che pretende una memoria selettiva, ideologica, a senso unico.
Ma la pacificazione nazionale non si costruisce cancellando. Si costruisce riconoscendo il dolore di tutti, anche quando non ci piace, anche quando mette in crisi le nostre certezze. Forse Ramelli fa ancora paura perché costringe a guardarsi allo specchio. Perché dimostra che negli anni ’70 l’odio non aveva un solo colore. E perché ricorda che non esistono morti giusti e morti sbagliati. Io continuerò a dirlo, anche nei tribunali se serve: ricordare non è reato; condannare ogni violenza è un dovere. Il resto è solo ipocrisia travestita da moralismo”.

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