
La recente disposizione dello Stato Maggiore della Difesa, che dal 2 dicembre 2025 vieta il “sì” finale nell’esecuzione del Canto degli Italiani durante le cerimonie militari, apre una riflessione profonda sul confine tra rigore filologico e sentimento popolare.
La decisione si fonda su un tecnicismo storico: il testo originale di Goffredo Mameli del 1847 non prevedeva quel “sì” che, invece, compare nello spartito di Michele Novaro. Privilegiare la versione che si ferma al grido di battaglia (“L’Italia chiamò!”) sembra voler restituire all’Inno una solennità austera, eliminando quella che, col tempo, è diventata un’aggiunta quasi colloquiale o enfatica.
Esiste, a mio parere, un’evidente distanza tra il protocollo militare e la piazza. Quel “sì” finale è diventato, specialmente negli eventi sportivi, il momento della massima scarica emotiva. È l’urlo collettivo di un’adesione convinta, una risposta affermativa e potente al sacrificio evocato nelle strofe precedenti (“Siam pronti alla morte”). Toglierlo dalle cerimonie istituzionali potrebbe creare una curiosa dicotomia: un Inno “di Stato”, asciutto e severo, e un Inno “del Popolo”, vibrante e inclusivo.
La disposizione non è un fulmine a ciel sereno, ma si inserisce in una linea di coerenza istituzionale già tracciata. Anche il sito del Quirinale propone la versione storica del 1961 di Mario Del Monaco, dove l’esecuzione si chiude esclusivamente con la musica, senza alcuna sillaba aggiunta. Questo indica una volontà politica e culturale precisa: riportare i simboli alla loro forma più alta e “pulita”, lontano dalle personalizzazioni gestuali o verbali che hanno segnato anche la storia politica recente.
Il divieto del “sì” non è solo una correzione formale, ma un tentativo di ri-istituzionalizzare l’Inno. Se nelle cerimonie solenni prevarrà d’ora in poi il silenzio dopo l’ultima nota, resta da vedere se gli italiani, allo stadio o nelle piazze, accetteranno di rinunciare a quell’ultimo, energico monosillabo che per decenni ha rappresentato il punto esclamativo della nostra identità nazionale.
Si crea, a questo punto, una curiosa separazione tra l’Inno “dello Stato” e quello “del Popolo”: la versione solenne, eseguita in silenzio dopo l’ultima nota, come già avviene nelle registrazioni storiche del Quirinale (ad esempio quella di Mario Del Monaco del 1961) e la versione sportiva, quella degli stadi e delle piazze, dove il “sì” finale rappresenta una scarica adrenalinica, una risposta collettiva e orgogliosa all’invito “Siam pronti alla morte”. Il rischio è che la norma venga percepita come un freddo irrigidimento del protocollo rispetto a un rito civile che gli italiani sentono ormai proprio e viscerale.
L’aneddoto citato sul governo Berlusconi IV — con il gesto del “così così” e la partecipazione dell’allora ministra Meloni — ricorda come l’Inno sia sempre stato un terreno di interpretazione politica e personale. Oggi, la Presidenza del Consiglio e la Difesa scelgono di “pulire” questo simbolo da ogni variazione, cercando un’uniformità che non lasci spazio a improvvisazioni o siparietti.
In conclusione, è il caso di dire che l’Inno di Mameli è un organismo vivo: mentre lo Stato cerca di fissarlo in una forma immutabile e fedele alle origini, la società continua a caricarlo di nuovi significati emotivi.














1 commento su “Niente più “Sì” finale: la stretta del governo sull’Inno di Mameli divide filologia e tifo sportivo”
L’inno, ufficioso e temporaneo fino al 2017, non in Costituzione, testo scritto dal “fratello” Mameli e riproposto quasi un secolo dopo, nel ’46 da, casualmente, altro “fratello” del governo De Gasperi, Cipriano Facchinetti, primo sorvegliante nel Consiglio dell’Ordine del Grande Oriente d’Italia e affiliato alla loggia “Eugenio Chiesa”, fra le cariche più importanti di una loggia.
“Fratelli” d’Italia…
I “Fratelli” che erano fra le prime file dell’invasione sanguinaria dei legittimi regni della penisola.
“L’Italia s’è desta”, perché da subito si è compreso quali “Fratelli” avessero “liberato” l’Italia, e come, soprattutto al sud.
Credo che il problema sia ben altro, che il “si” finale.