
Enzo Di Natali è un intellettuale dell’agrigentino con una esperienza letteraria di spessore e la cui produzione culturale spazia dalla narrativa alla critica letteraria, dalla bioetica alla teologia e alla ricerca storica.
Con il romanzo Nanà e le luci di Recalmare, opera di recente pubblicazione che può trovarsi su Amazon, l’autore prendendo spunto dalla parabola culturale di Leonardo Sciascia, (Nanà è il nome con cui veniva chiamato Sciascia a Racalmuto) da lui studiato con notevole passione esegetica, offre al lettore una storia molto briosa e scorrevole ove il rapporto tra realtà e fantasia interpretativa, calibrato sulla figura del protagonista della narrazione, porta alla luce l’immagine dell’uomo che attraversa la crisi del Novecento con le sue trasformazioni culturali e politiche.
Di Natali apre la sua narrazione con l’immagine di Nanà che aspetta il treno per Caltanissetta nella parte sinistra della stazione, mentre nella parte opposta le nere camicie ostentavano il Duce; infastidito all’idea di trascorrere parte del viaggio con i fascisti, Nanà attendeva divertito del fatto che gli altri lo osservassero con un libro di Stendhal tra le mani; per lui Stendhal era un punto di riferimento costante, un autore che idolatrava e che considerava il miglior narratore di tutti i tempi, tant’è che il suo sogno era quello di diventare il suo missionario:
“Il suo sogno? Portare, mostrare, divulgare Stendhal a Caltanissetta, dove l’aspettava l’amico libraio. Aveva scelto di diventare il suo divulgatore, il suo missionario, nel senso di colui che è chiamato a svolgere una missione: la missione di annunciare la parola, e con la parola illuminare le menti, e voleva illuminare quelle di Caltanissetta”.
Lungo il tragitto Nanà vede salire alla stazione di Serradifalco gli zolfatai e con gli occhi cerca di capire “lo sguardo rattristato di quella gente con la faccia annerita e ruvida, la barba pungente e nerastra, il maglione annerito e la giacca scura bucata…., mentre il treno dondolante riprendeva la corsa per la prossima stazione: San Cataldo, dove essi sarebbero scesi per fare dopo altri quattro chilometri a piedi per giungere in paese”. Di Natali nel suo percorso narrativo mette a fuoco una serie di passaggi dichiarativi dai quali emerge l’immagine di un Nanà che, pensando a Stendhal, si appassiona e matura l’amore per la ragione all’insegna di una lucida razionalità, e che si lascia condurre dalla curiosità con forti connotazioni illuministe capaci di manifestare interesse per ogni aspetto della realtà.
Il librò è quasi tutto centrato sulla figura di Nanà; per il resto, solo poche figure interagiscono con lui, come il dott. Campanella , il vescovo di Recalmare e il gestore della libreria ove egli doveva recarsi per tenere una conferenza. Lo stile di scrittura di Di Natali si distingue per l’essenzialità, per la sua capacità di trasferire Sciascia intellettuale, scrittore e saggista, nel suo Nanà, attraverso un uso sapienziale della sintesi e una correlazione di fotogrammi della narrazione che colgono attimi esperienziali, emotivi e di pensiero del protagonista, nel mentre viaggia per raggiungere Palermo:
“…ad un tratto, la mente s’ illuminò, di nuovo. Provò una indicibile emozione in quel treno che si muoveva ormai per congiungersi con Palermo, mentre le bandiere rosse al canto Avanti popolo suscitavano antichi momenti di gloria tra i palermitani. Gli sembrò una versione moderna, moderna nel treno, dell’arrivo dei Mille che conquistavano Palermo. E Palermo si doveva conquistare per parlare, e lui voleva parlare”.
Quel che colpisce, in questo storia, è proprio la tecnica della “variatio” cui fa ricorso l’Autore e che non consente al lettore di distrarsi; Di Natali, infatti, introduce nel filone narrativo principale alcuni nuclei tematici per fare emergere riflessioni e domande finalizzate a raccontare, attraverso la dinamica di pensiero di Nanà, il cammino esistenziale, difficile ed incerto, dell’uomo del Novecento, che parte da una fiducia incrollabile nel razionalismo di stampo illuministico settecentesco, – (da cui derivarono, nelle diverse forme, anche contrapposte, le ideologie che hanno dominato il cosiddetto Secolo breve: marxsismo – leninismo, nazismo e fascismo che hanno provocato terribili tragedie e soprattutto il Secondo Conflitto Mondiale con l’uso della bomba atomica e i campi di sterminio), – per giungere, alla fine, alla ricerca di un porto sicuro e di una nuova luce.
Nanà vive la sua storia di uomo e di scrittore tenendo sempre tra le mani il libro di Stendhal. Lo guardava e lo supplicava per chiedere luce in quella confusione che aveva sconvolto il suo pensiero, mentre i compagni di Partito cantavano Bandiera rossa trionferà. A Palermo Nanà vive bene, e ogni suo racconto è sempre un successo di pubblico.
Nel capitolo settimo Enzo Di Natali riesce, con il suo estro narrativo, a costruire e descrivere la figura di Nanà nelle sua esplosione di successo nonché ad offrire al lettore i lineamenti di temi e problemi che si auspicava che Nanà affrontasse con la sua scrittura: “quello dei preti falsi e del malaffare; di uomini del partito democratico cristiano che falsamente fanno gli esercizi spirituali nei conventi e invece se la spassano e si spartiscono il bottino”; quello “della polizia di Stato che nasconde le prove e se la prende con i compagni”; quello della mafia di cui nessuno parlava. Queste erano le sollecitazioni che giungevano a Nanà dalla base del suo Partito e dalla società, sia quando partecipava ai convegni organizzati, sia quando passeggiava per la via principale di Palermo, sia quando stava seduto al Giardino a godersi le giornate di primavera.
Nanà diventa famoso al punto che giornalisti di mezza Europa si prenotano per un’intervista, raramente concessa, ed il suo Partito era felice, felice di aver trovato un autentico interprete del pensiero della massa. Era insomma diventato, con la sua notorietà, irraggiungibile: incuteva timore e tremore. Per i meriti acquisiti nel campo letterario, a Recalmare gli amici pensarono d’istituire una Fondazione intitolata proprio a lui: Nanà. Nel suo nome tutte le forze politiche erano concordi: dai missini ai comunisti di Potere operaio e di Lotta continua. Un vero miracolo la sua notorietà e autorità avevano prodotto a Recalmare. Bastava la sua apparizione, in paese, che tutti, uno dietro l’altro, a prescindere dal colore politico di appartenenza, diventavano neutri, perdevano il proprio colore per riflettere il colore di Nanà. Il racconto di Di Natali mette in bocca al sindaco parole che alla luce del successo di Nanà fanno di Recalmare una città della luce, perché la Ragione, come luce che brilla tra le tenebre, sì è incarnata proprio in Nànà, divenuto la vera luce del Maestro, tant’è che la Fondazione a lui dedicata viene intitolata: “Santuario della Ragione”. La reazione di Nanà, però, a riguardo non si fa attendere:
“…Nanà impallidì quando sentì l’unione di queste due parole, tanto che subito prese il microfono per chiarire: chiarire il buio della confusione che confondeva i limiti, il limite tra il razionale e l’irrazionale. Anche il suo colore, pallido, chiaro, era un contrasto in quel luogo tenebroso della Fondazione, che avrebbe dovuto essere tutto illuminato.
“No. È una contraddizione logica l’unione tra santuario e ragione”, lasciando tutti con il fiato sospeso e creando un indicibile silenzio nella Fondazione(….) Nanà proseguì: “La luce francese del ‘700 si è posata in questo luogo, e da questa centrale, centrale di luce, la luce si propaga per tutta la valle del morto, per risuscitare i morti, morti nel pensiero”.
Questa storia romanzata è davvero un fiume in piena; la narrazione si dipana aprendo sempre nuovi orizzonti, dubbi, perplessità, e nuove tematiche che si intrecciano e si diversificano per la loro problematicità fino al momento in cui Nanà , che aveva posto fiducia nel Partito Comunista, a seguito della repressione stalinista in Russia e nelle nazioni sotto il comando sovietico, fa marcia indietro ripensando tutta la sua posizione e cogliendo contraddizioni evidenti nell’ideologia comunista in cui credeva. E difatti nel capitolo ottavo il racconto si infittisce di episodi che inquietano Nanà, il quale di fronte al “sangue fresco di Arcipelago gulag non gli sembrò per nulla diverso da quello sparso ad Auschwitz, nel nome della croce nazista, e nemmeno gli sembrò diverso da quello del fascio che aveva fasciato e bruciato la più bella gioventù. Il sangue è sangue, ed è sangue umano, ed è rosso, tutto rosso. Ma nel nome del rosso, il sangue rosso veniva seminato nei campi del dolore. Di fronte a tale scenario, Nanà si chiede come poteva un’ideologia assetata di giustizia cadere in contraddizione, divenendo causa di ingiustizia ”. Nanà, insomma, si rende conto che la ragione non è la chiave per conoscere tutto il reale. Forse c’è un “oltre” che non si vede – si domanda – , quindi il suo tanto adorato Stendhal viene messo in discussione. E’ come se il protagonista del romanzo, ad un certo punto della narrazione, avesse d’un tratto perso la fiducia nella cultura dell’illuminismo iniziando così un nuovo cammino che, attraverso il dubbio, cerca di indirizzarlo verso una nuova luce:
“…Io sono un uomo in cammino, dice Nanà, in cammino col mio dubbio. Non ho la certezza della fede. Ho soltanto la certezza del mio dubbio, dubbio di un uomo in cammino per le strade del mondo”.
Che cos’è questa luce di bellezza che folgora Nanà? Il capitolo finale del libro ne delinea la natura.
Dunque, la figura di Leonardo Sciascia di Racalmuto, specchiata nel Nanà di Enzo Di Natali, traspare con efficacia ed evidenza critica, rivelando l’evoluzione di uno scrittore che dal dubbio della ragione si apre ad una sorta di “illuminismo cristiano”. Questa è, per quanto discutibile, la tesi metanarrativa dell’Autore: Nanà nonostante le sue posizioni ideologiche e la sua critica nei confronti del clero cattolico, mostra di saper connotare di un carattere spirituale certe sue meditazioni sull’uomo attraverso testi di narrativa e di saggistica, ove si trovano sparse consapevoli riflessioni sulla tensione umana verso la trascendenza e la morale cristiana.
Nella struttura narrativa del libro si coglie infatti in maniera persistente, specie nella parte finale, una solida interrelazione tra il pensiero di Nanà, la praxis intellettuale e civile e il logos cristiano, cosa che pone l’uomo di Recalmare più in là dello stereotipo dell’illuminista materialista, offrendolo al lettore con sentimenti , pensieri ed emozioni propri del cristianesimo e portatori dell’inscindibilità del legame tra l’uomo e Dio.
Nanà incontra nel santuario della Madonna della Piazza del Recalmare il Vescovo. Si trattò di un incontro cordiale: il Vescovo apprezza il suo impegno per la giustizia profuso nella sua attività letteraria, e Nanà prova particolare stupore nel sentire dal capo della diocesi che il suo impegno culturale è da considerarsi un mezzo per il trionfo della giustizia. Ma la scena inaspettata, che fa sgranare gli occhi al Vescovo, arriva quando Nanà trae fuori dalla sua semplice borsa un calice dorato offrendolo alle mani del Vescovo:
“…Monsignore, mi è stato dato in dono, a me sembra che sia giusto che lo tenga lei. Secondo la sua fede, il vino si trasforma in sangue, sangue di Cristo, sangue versato per i peccati del mondo”.
Il Nanà di impronta sciasciana appare una riproduzione dell’uomo del novecento , il quale partendo da una assoluta fiducia in ideologie politiche immanenti, materialistiche e chiuse al divino e alla trascendenza, cerca, con la loro caduta, un “varco”, un “oltre, una “luce” che apra orizzonti nuovi, quella luce che, secondo il libro di Di Natali, Nanà conosce nella parte matura della sua vita e che si sostanzia in una religiosità che può essere considerata come una forma autonoma di gnoseologia vicina all’etica e al rigore giansenista-pascaliano, parallela alla prospettiva laico-illuminista.
Il romanzo di Enzo Di Natali fa emergere “lo scacco” e la discrasia tra illusioni e realizzazioni, idealità professate come assolute e rivelatesi poi fallimentari, tra rifiuto della Trascendenza e riscoperta della Luce che dà senso; e tutto questo avviene con la pacata serenità del narrare sveviano e con un “animus” che non cerca la polemica; in Di Natali aleggia il senso disteso, ordinato, rispettoso e sereno della riflessione intellettuale che pone all’etica problemi e riflessioni scottanti.
Bella la scena finale del romanzo, che racchiude un’immagine poetica richiamante il passero solitario di leopardiana memoria e con cui chiudiamo le nostre considerazioni:
“…mentre tutto il paese dormiva, e il silenzio regnava su Recalmare, d’in su la vetta della torre antica un suono argentino si sprigionò nell’aria facendo volare un solitario passero verso la valle. Si commosse, e una lacrima improvvisamente uscì dal suo ruvido viso, vedendo in quel passero solitario se stesso in cerca di un porto sicuro. Scendeva lentamente errando nella valle del corso principale, solitario, senza alcuna meta, quando gli apparve dinanzi, in fondo al corso, il luogo dove la Madre gli aveva fatto vedere la Bellezza e gli aveva anche indicato l’adorazione dei Magi del Monocolo, che stava sempre lì a perpetuo soccorso.
Ebbe nostalgia, nostalgia per la Madre, la Madre che non c’era più, e da tempo, ma il ricordo della Madre gli fece rivivere il tempo in cui era fanciullo; e si rivedeva nell’abbraccio della Madre che lo mostrava ai compaesani come Bellezza. (…) Ormai non gli rimaneva più nulla che errare nel dubbio pensando al Monocolo che, fortunato, era giunto a contemplare la Bellezza della Luce che lui ardentemente desiderava”..