
Foto: Giannino Ruzza (Campus Mc Gill University-Montreal)
La McGill University, ingresso principale all’805 di Sherbrook Street West, è un complesso di 80 edifici su 32 ettari. Un intero quartiere di costruzioni in stile vittoriano e neogotico tra alberi centenari e distese di verde, sotto il controllo ininterrotto, lungo il suo perimetro, di macchine della Polizia, da quando i campus delle principali università occidentali sono diventati ostaggio di barbari. Ciononostante, a Montreal la McGill è il luogo perfetto per trovare sollievo dal caldo e riposare gli occhi in una giornata di sole impietoso. E’ il Canada Day, la festa nazionale del Paese e il Redpath, il museo di storia naturale ospitato in uno degli edifici più vecchi del compound, è chiuso. Qualche studente seduto all’ombra lavora al suo laptop, la Security si aggira nelle vicinanze di quello che rimane dell’accampamento dei manifestanti pro-Pal che dal 25 aprile avevano iniziato a sistemare tende in una parte del campus vicino all’entrata. Un centinaio in pochi giorni, mi dice un addetto alla Sicurezza, oggi non più di una ventina, circondate da una recinzione metallica rivestita di teli con i soliti slogan che inneggiano all’intifada globale. Situazione ideale per farsi un’idea svincolata da influenze mediatico-politiche e partigianerie islamiste sullo tsunami che si è abbattuto sulle università del mondo libero dopo l’attacco predatorio a Israele. Con evidente riluttanza, l’addetto alla Sicurezza cede all’insistenza delle mie domande. Scopro che già il 30 aprile il presidente della McGill, Deep Saini, aveva dato disposizione di sgombero alla polizia e il primo ministro del Quebec, Francois Legault, andato personalmente nell’accampamento, aveva dichiarato illegale l’occupazione del suolo di proprietà dell’università, per mancata autorizzazione. Non successe nulla, neanche la denuncia da parte di studenti che avevano subito minacce era servita alla polizia per passare all’azione. “Perché?”, chiedo. “La questione è nelle mani del giudice che sta valutando il caso in relazione al rapporto tra il diritto alla libertà di espressione e di assemblea pacifica e il diritto della McGill ad usare della propria proprietà”. “Deve trattarsi di un giudice molto scrupoloso se ancora non ha preso una decisione”, commento. Il mio interlocutore non fa una piega, il suo collega abbozza un sorrisino che mi invita a continuare “Surreale definire libertà di espressione e assemblea pacifica un’occupazione violenta”. Silenzio. Ringrazio chi mi ha fornito informazioni non tenuto a darmene e cerco approfondimenti in un quotidiano locale indipendente. Leggo che l’avvocato per i diritti umani, la ministra Pearl Eliadis, professore associato alla McGill, ha dato ragione alla polizia di Montreal che non è intervenuta perché in casi precedenti lo ha fatto con troppo zelo in situazioni di protesta. “In Canada, abbiamo il diritto di riunirci pacificamente. La polizia non è un organo politico, il suo compito è preoccuparsi che l’ordine sia rispettato”. Affermazioni che si legano ma trascurano intenzionalmente la verità dei fatti e si sposano magnificamente con i tempi di decisione del giudice, propenso a fare lo gnorri sull’esondazione di aggressività e prepotenza manifestatasi nelle prime settimane di occupazione. Tutto ruota attorno al postulato che la polizia non è un organo politico, quindi, si desume che sia la politica, in questo caso l’amministrazione di Montreal, a stabilire tempi e modalità di intervento. Senonché, l’appello ad intervenire da parte della McGill si è fatto pressante dopo che uno dei gruppi che partecipavano alla manifestazione, ha postato su Instagram un poster promozionale per un programma estivo per giovani, accompagnato da un’immagine di palestinesi armati, ripresi mentre leggono libri. Ai cronisti che ne chiedevano il significato, i rappresentanti dell’accampamento hanno spiegato che l’immagine storica “rappresenta persone colonizzate che imparano da altre popolazioni colonizzate” e che le armi e i libri simboleggiano l’importante legame tra lotta e cultura. Il libro in questione ha un titolo: “Citazioni da Mao Zetong”, 1970. Proprio in quegli anni, il Partito comunista cinese sosteneva il movimento palestinese. Per convenienza politica lo fa anche oggi. Zeyad Abisaab, membro di Solidarietà per i Diritti umani palestinesi, in un’intervista ha sostenuto che il poster ha la funzione di insegnare la lotta anticoloniale. Il ministro dell’Immigrazione canadese Marc Miller ha invece definito l’immagine “hate speech” e il ministro della Cultura, Pascale Déry, “provocazione e incitamento alla violenza” e aggiunto che il campus va smantellato. Dobbiamo credere che la McGill si stia trasformando in uno spazio per l’educazione rivoluzionaria? Con il dilagare dell’antisemitismo e la fragilità delle istituzioni occidentali, la tentazione è rispondere sì. Intanto, la Polizia federale canadese ha arrestato un uomo del Quebec per aver stampato armi in 3D e aver diffuso odio contro gli ebrei.