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Opposizione giudiziaria al governo Meloni…l’opinione di Rita Faletti

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Perché mai una persona equilibrata e prudente come il ministro della Difesa Crosetto, intervistato dal Corriere della Sera, avrebbe rivelato di riunioni di una corrente della magistratura sulla “deriva antidemocratica a cui ci porta Giorgia Meloni”? La credibilità delle fonti non è in discussione, ha detto il ministro, che vede il rischio di una ripresa di attivismo giudiziario nei confronti del governo. La rivelazione incendiaria ha provocato l’indignazione delle opposizioni che hanno chiesto al ministro di riferire in Aula e il commento secco del presidente dell’Anm, Santalucia: “Fake news”. Reazioni comprensibili e richieste di chiarimenti che però non cambiano il contesto generale in cui si colloca il timore di una potenziale opposizione giudiziaria contro il governo degli indesiderati, in un paese che da trent’anni è testimone di un’anomalia nel rapporto tra potere esecutivo e potere giudiziario. L’intervento a gamba tesa di magistrati politicizzati per “riportare all’ordine” la politica, non sarebbe una novità. L’Italia è il paese in cui vi sono magistrati che possono indagare senza che vi sia nulla di simile a una prova, che possono condannare senza che vi sia qualcosa di più concreto di sospetti, che possono decidere del tuo destino giocando con capi d’imputazione vaporosi, che possono nascondere la propria discrezionalità sotto il mantello infallibile dell’obbligatorietà dell’azione penale, che considerano qualsiasi valutazione esterna un attacco di lesa maestà. L’Italia è anche il paese in cui i pm non devono rispondere a nessuno dei loro errori, in cui la custodia cautelare è uno strumento di pressione investigativa e le intercettazioni servono a sputtanare. In conclusione, il nostro è il paese dove i magistrati hanno pieni poteri sulla reputazione di una persona, sulla carriera di un politico, sulla vita di un’azienda. Un potere, strabordante, che essi stessi rivendicano. Nello Rossi, già presidente di Md, già segretario dell’Anm e già componente del Csm, in un editoriale dello scorso aprile su “Questione Giustizia”, rivista famosa tra le correnti della magistratura, ha affrontato il tema della resistenza all’ascesa dei nuovi poteri, con la finalità di costruire “soluzioni di problemi inediti talora incancreniti dalla paralisi e dall’inerzia della politica” a garanzia di diritti in continua crescita. Ritorna la questione della funzione di supplenza della magistratura, concetto formulato per la prima volta da Francesco Saverio Borrelli “potremmo rispondere con un servizio di complemento”. E’ il resistere, resistere, resistere del presidente di Mani pulite, salvo poi l’ammissione che “non valeva la pena di buttare all’aria il mondo precedente per cascare poi in quello attuale”. Allusione alla parabola iniziata da Berlusconi per arrivare a Giggino, Dibba e il Capitano. Secondo Rossi, questa funzione di garanzia non può essere assunta da un magistrato burocrate, ma da chi rivendichi un ruolo speciale nella società, a costo di allargare le sue prerogative. Quindi, il potere giudiziario assumerebbe una funzione politica, sostituendosi all’esecutivo, come è accaduto ai tempi di Craxi, di Berlusconi, di Renzi. Non serve, a questo punto, domandarsi perché Crosetto abbia fatto quella dichiarazione; è ipocrita da parte dei corsari rossi dell’informazione scandalizzarsi e strumentale da parte delle opposizioni assecondare il preteso vittimismo dei magistrati che temono per la loro indipendenza che sarebbe minacciata dal premierato che è nel progetto del governo. E’ proprio Santalucia a sostenere che il premierato porterebbe a uno sbilanciamento a favore dell’esecutivo e al rischio che il governo correrebbe nel caso le minoranze, escluse dalla partecipazione decisionale, si rivolgessero alle aule di giustizia. Lo prevede o lo auspica? Quello che invece il paese auspica è un’accelerazione della riforma della giustizia che comprenda test psicoattitudinali per gli aspiranti magistrati e la separazione delle carriere. Montesquieu sosteneva che “sarebbe un abuso se il giudice facesse lo stesso mestiere del pubblico accusatore”. Un dato: negli ultimi 20 anni, 30.778 innocenti in manette.  C’è da aver paura.

 

 

 

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