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La tragedia migranti di Sampieri (Scicli). Per non dimenticare

Tempo di lettura: 2 minuti

Per non dimenticare. Dieci anni sono trascorsi da quella terribile tragedia che vide coinvolta la nostra comunità iblea. In particolare, il piccolo borgo di Sampieri fu al centro di ogni attenzione mediatica per la scomparsa di immigrati arrivati stremati, recuperati e distesi morti sulla spiaggia, ai piedi del Pisciotto. Dieci anni da quella tragedia che ha toccato la sensibilità di molte persone ma trascorsi invano, se fate ben caso, proprio perché il fenomeno dell’immigrazione resta uno dei temi più importanti non solo dell’agenda politica nazionale ma della coscienza di ognuno di noi. Parlavamo di “fenomeno strutturale” dieci anni fa, intuendo che questo problema non si sarebbe risolto con lo schioccare delle dita, anzi ci sarebbe da parlare sempre e in continuazione di questo tema che salta agli onori della cronaca sol quando avviene una strage di uomini, donne e bambini.
FASHAZION GHEBREMESKAL ANDMESKAL 23 anni, BELAY GEBREMICAEL 30 anni, HABTE TEZARE non certa l’età, SAMUEL TEKLEREHEM 21-22 anni, TEKESTE WELDETINSAIE BERTHE 43 anni, MATKEL BUKRAZAN 24 anni, YOSSEF GEREZGIHER 20 anni, ARAYA MUSSIE 22 anni,OSMAN ABDUSALAM 27-28 anni, ESMAEL YAFER 25 anni, TEKHLEHAIMANOT SHISHAY OGBAY 30 anni, AMIR FARAH 23 anni, KIDANE GEBREMESKEL 30 anni. I nomi dei giovani eritrei sepolti presso il cimitero di Scicli. Stamani, qualcuno ha portato, in forma discreta, dei fiori sulle tombe di questi giovani ragazzi.
Anche l’ex assessore sciclitano, Sandro Gambuzza, assessore del Comune di Scicli in quei giorni, ha voluto ricordare con un post la tragica vicenda che ha riguardato tutti noi. “Ricordo le parole del mio amico Padre Kefle – scrive Gambuzza – il Prete Cristiano copto, che ha celebrato le esequie dei 13 ragazzi eritrei morti a Sampieri: “Accoglieteci, vi prego. Voi non sapete quale calvario vivono questi nostri fratelli. Per mesi, venduti, come schiavi, come oggetti, da un mercante a un altro, attraverso il deserto, fino alla Libia. La Libia. È l’inferno, la Libia. Poi attraversano il mare, lasciano la fame, la guerra, una vita incerta, per trovare la morte certa a pochi metri dalla battigia”.
Per non dimenticare. Mai.

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