
Da più di quarant’anni il continente latinoamericano convive con un paradosso crudele: i nomi dei grandi signori della droga sono diventati leggende nere, miti distorti entrati nell’immaginario mondiale come figure larger than life, mentre gli ingranaggi più silenziosi – quelli che contano davvero – restano avvolti da un’ombra ben più ostinata. A ricordarci chi domina la scena arrivano sempre gli stessi volti: Don Neto e Caro Quintero ai tempi del cartello di Guadalajara, Pablo Escobar che trasformò Medellín in un impero privato, gli Arellano Félix che controllavano Tijuana come un feudo, i Rodríguez Orejuela padroni di Cali, Miguel Ángel Félix Gallardo, il boss dei boss, e il fantasma volante di Amado Carrillo Fuentes, “il Signore dei Cieli”. È una genealogia criminale che si allunga nel tempo come un fiume nero e ininterrotto, fino ai protagonisti dell’era recente: El Chapo chiuso in un carcere di massima sicurezza negli Stati Uniti, suo figlio Iván Archivaldo — El Ratón — che ha raccolto l’eredità familiare, l’elusivo Mayo Zambada, introvabile da una vita, e gli uomini del cartello di Sinaloa che ancora oggi influenzano interi territori. Sullo sfondo, le nuove rotte del narcotraffico si allargano fino ai Caraibi, dove persino Haiti — già allo stremo per conto proprio — diventa una pedina in un gioco più grande di lei. Eppure c’è qualcosa che stona in questo lungo elenco di criminali noti, celebrati quasi quanto le star del cinema che li interpretano. Nessuno di loro è americano. Mentre tutti i rapporti mostrano che è proprio negli Stati Uniti che l’industria della droga raggiunge i profitti maggiori. È lì che finiscono i soldi, lì che si lavano, lì che si moltiplicano. Più dell’80% dei proventi del narcotraffico globale si ferma nelle banche statunitensi, e Miami-Dade, con i suoi grattacieli specchiati e i suoi architetti del denaro, è riconosciuta come capitale mondiale del riciclaggio. A volte, per capire una storia, basta seguire il flusso dei soldi. E il flusso non mente mai. In questo intreccio di ipocrisie e geometrie opache, qualche crepa ogni tanto emerge. Come la rimozione recente di Nicholas Palmieri, ex dirigente della DEA, sospettato di legami troppo stretti con avvocati di narcotrafficanti. È una notizia che passa veloce, soffocata dal rumore di fondo, ma che racconta più di mille operazioni militari. Ricorda che la guerra alla droga non è solo un campo di battaglia: è un tavolo apparecchiato a più livelli, dove gli attori si scambiano favori, informazioni, denaro e silenzi. E la politica, naturalmente, non è mai stata spettatrice neutrale. In America Latina intere dittature hanno prosperato su fondi provenienti dal narcotraffico: Batista a Cuba, la dinastia Somoza in Nicaragua, i generali boliviani Banzer e García Meza, fino al panamense Manuel Noriega, narcotrafficante e capo di Stato allo stesso tempo. E poi ci sono i casi più recenti, quelli che fanno tremare ancora oggi i palazzi del potere: le ombre su Álvaro Uribe in Colombia, il crollo verticale dell’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández, oggi perseguito dalla giustizia americana come il fratello Tony, o il caso forse più emblematico, quello dell’ex super-sceriffo messicano Genaro García Luna, l’uomo che avrebbe dovuto guidare la lotta ai cartelli e che invece, secondo l’accusa, lavorava fianco a fianco con loro. Chi osserva questi eventi da lontano ha l’impressione di una lotta titanica tra Stato e criminalità. Ma sul campo la distinzione non è mai così netta. Il narcotraffico non è un’entità isolata, un blocco monolitico esterno al sistema. È parte del sistema. Vive nelle sue pieghe, approfitta delle sue debolezze, si innesta dove la corruzione è già pronta ad accoglierlo. Cartelli e istituzioni non si fronteggiano soltanto: si incontrano, si sovrappongono, si scambiano ruoli e funzioni. È una “divisione tecnica del lavoro”, come la chiamano oggi alcuni analisti, in cui poliziotti, militari, funzionari pubblici e sicari fanno parte della stessa catena di montaggio. E allora la domanda non è più chi sia il nemico, ma come mai questo nemico continui a prosperare indisturbato. Perché mentre il mondo discute di boss arrestati o di spettacolari operazioni speciali, nessuno affronta la domanda che brucia sotto la cenere: qual è la vera natura del narcotraffico? Perché cresce, perché muta, perché si espande come una struttura economica globale? E soprattutto: chi lo permette? In fondo, la storia del narcotraffico latinoamericano non è la storia di un’epidemia criminale, ma di un sistema economico, politico e sociale che ha imparato ad adattarsi come un organismo vivente. Finché continueremo a osservare solo la superficie — i boss, le sparatorie, le narcolimousine sequestrate, le serie TV di successo — ci sfuggirà sempre il cuore pulsante di questa macchina. Quel cuore, silenzioso e costante, batte tra le istituzioni, le banche, le rotte commerciali globali e le complicità che nessuno vuole vedere. Il resto, gli arresti e le latitanze, i tradimenti e gli omicidi, gli eroi e i cattivi, è solo il rumore. Il sistema, quello vero, continua a muoversi sottotraccia. E finché non lo guarderemo davvero in faccia, la sua storia non sarà che un eterno capitolo successivo.






3 commenti su “Nel cuore nascosto del narcotraffico: il sistema che nessuno vuole vedere…di Giannino Ruzza”
Di recente i talebani, i cattivi dell’Afghanistan e del mondo intero, hanno distrutto tutte le piantagioni di papaveri da oppio, la materia prima per fare la cocaina e l’eroina.
Hanno detto che finalmente hanno liberato il loro paese dalla merda occidentale.
Le stesse piantagioni che avevano in mano gli americani e precisamente la CIA. Questa organizzazione che si spaccia come servizi segreti non è altro che un’istituzione legalizzata a servizio di alcuni senatori senza scrupoli. Partendo da questo, possiamo rovesciare Stati e metterci a capo il fantoccio che fa i nostri interessi. Ovviamente tutto camuffato con relazioni diplomatiche di Stato, sicurezza nazionale e quant’altro. Se addirittura mettiamo a capo di un governo esponenti dei cartelli, non posso mai e poi mai immaginare che non ci sia lo zampino della Cia. In tutto il mondo e specie nell’America Latina la situazione è questa!. Ora partendo da questo esempio, cosa cambia se gli interessi di altri senatori o Presidenti o deputati si spostano ad altre vedute? Tipo traffico di bambini, traffico di organi, pedofilia, mamme surrogate, utero in affitto, per non andare sul campo virologico e farmaceutico. Come posso immaginare mai che un cartello possa essere più forte di uno Stato se fosse pulito? Cioè non corrotto?
Dott. Ruzza, molti dicono che la democrazia ha un prezzo, è questo il prezzo? O il premio?
Chi a comando di queste organizzazioni dicono che ogni persona ha un prezzo e chiunque può essere comprato!
Io non ci credo, non tutti possono essere comprati, ma queste poche persone, se non sono uccise, vivono da esseri LIBERI.
Signor Spinello, molti Governi e Giunte militari d’oltreoceano, vivono con i proventi della droga che spesso viene utilizzata dagli Stati per l’acquisto di armamenti. Ci sono decine di scrittori e giornalisti che vivono sotto scorta, dopo aver pubblicato nomi e cognomi di politici corrotti e malavitosi in America Latina e nel resto del mondo.
Stessa cosa anche in Vietnam, la famosa air America. Si chiudono gli occhi ed anzi si aiutano questi sporchi traffici per avere l’appoggio necessario per la guerra di turno e portare avanti gli interessi dei belligeranti.
Qual’è il fine? È qual’è il limite per giustificare i mezzi? Chi decide cosa è giusto da fare e quali danni collaterali siano necessari? Non certamente quelli che credono di vivere in democrazia e pensano di poter scegliere e decidere cosa dovranno fare i politici di turno.