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La forza dei principi…l’opinione di Rita Faletti

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Senza il preavviso che normalmente precede la visita di un capo di Stato a un altro capo di Stato, lunedì mattina Joe Biden è arrivato a Kyiv. Dalla Polonia, dopo un viaggio di 10 ore in treno, che ricorda un viaggio simile divenuto iconico, quello di Macron Scholz e Draghi il giugno scorso, per la prima volta assieme nella capitale ucraina per testimoniare la solidarietà dei loro popoli al Paese aggredito e la ferma volontà di sostenere fino alla fine l’Ucraina barbaramente e ingiustamente attaccata dal carnefice del Cremlino. E’ arrivato da solo, Joe Biden, con quel sorriso rassicurante e quella calma determinazione che durante questo anno di guerra che sta devastando uno stato indipendente sotto attacco, dappertutto e tutti i giorni, non sono mai venuti meno. In una giornata di sole, Joe Biden e Volodymyr Zelensky si sono abbracciati. L’anziano presidente americano sottovalutato, criticato e ritenuto inadeguato a reggere sulle proprie spalle la responsabilità di guidare la più grande democrazia del mondo, il giovane presidente ucraino su cui pochi avevano scommesso, l’attore comico trasformatosi in soldato coraggioso accanto a uomini e donne, giovani e meno giovani cittadini trasformatisi in soldati indomiti, pronti a sacrificarsi per la libertà. Un abbraccio che ha riconfermato, a pochi giorni dall’anniversario dell’inizio dell’invasione, l’impegno dell’Occidente a guida statunitense a non abbandonare alla brutalità di un nemico sanguinario un popolo fiero che resiste a una cinica operazione di sterminio. La Russia credeva di dividere l’Occidente, lo ha riunito e spinto Svezia e Finlandia nelle braccia della Nato, voleva dimostrare la debolezza di Biden, ne ha messo in evidenza la forza tranquilla e l’energia morale che il presidente americano ha instillato negli alleati, riaccendendo in essi l’amore per la libertà, il senso di urgenza ad intervenire con ogni mezzo in difesa degli ucraini offesi nel loro diritto alla vita e alla libertà. Biden ha trovato immediata risposta nei paesi dell’est europeo, in particolare la Polonia, dove il profondo risentimento nei confronti dei russi invasori non si è mai spento, ha trovato in Mario Draghi un alleato deciso “La Russia non deve vincere” e infine, nella nostra premier Giorgia Meloni, ieri a Kyiv in visita da Zelensky, la fedeltà al principio di solidarietà, “Qui non sono in gioco idee astratte, ma la carne, la sofferenza, la morte, l’umanità di un popolo che merita di essere sostenuto perché lotta per la libertà sua e nostra. Sappiamo che la libertà ha un alto prezzo, Bucha ne è la testimonianza. Non è possibile girarsi dall’altra parte, sarebbe molto stupido farlo, come molto stupido è calpestare il diritto internazionale con la forza.” Putin ha trovato un presidente americano che sfida l’ala radicale del suo partito e  si pone a capo delle democrazie mondiali contro la tirannia, un presidente ucraino “forgiato nel ferro, nell’acciaio, nel fuoco”, come ha detto Biden di Zelensky a Varsavia, una donna tenace, il primo ministro italiano, che contro i sondaggi e un numero non irrilevante di “compatrioti” pusillanimi contrari all’invio di armi, promette un sostegno incondizionato a Zelensky, che un alleato di governo gli negherebbe dopo averlo criticato. “Le accuse insensate di Berlusconi contro Zelensky sono un tentativo di baciare le mani di Putin, insanguinate fino ai gomiti” è il giudizio espresso dalla stampa internazionale. Dai sorrisini di Merkel e Sarkozy, al “bacio sulla bocca” di Vaudo, all’inquietante parallelismo con il mafioso Messina Denaro che difende Putin. Non poteva evitare, Zelensky, di rispondere con estrema durezza al suo detrattore: “La sua casa non è stata bombardata, la sua famiglia non è stata uccisa..”. Ci sono questioni che appaiono più consone alla natura di Berlusconi che la legittima difesa di un Paese aggredito. Le cene eleganti, le olgettine e la nipote di Mubarak.

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